2002 MA PENSA AI COETANEI TUOI - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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2002 MA PENSA AI COETANEI TUOI

Il teatro > Gli spettacoli

Nel 2002 Mancuso entra in contatto con uno spazio tra i più significativi di Bergamo, in termini di cultura, musica e spettacolo: Il "CAFFE' LETTERARIO" di via San Bernardino. Luogo d'altri tempi: libreria con annessa sala per incontri, dibattiti, esibizioni. Lì conosce per la prima volta Alda Merini, ascolta cantare il redivivo Claudio Lolli, da lui conosciuto solo attraverso i dischi della generazione passata; lì incontra Paolo Villaggio e molti artisti, registi, pittori, musicisti. Il luogo sarebbe perfetto, se solo fossero diversi i tempi; in realtà i tempi sono quello che sono e dopo ogni incontro, ogni spettacolo, ogni manifestazione, la gente si perde di vista e tutto continua a scorrere, artisticamente parlando, come prima. Cioè inutilmente e male. In ogni caso Mancuso capisce che in un luogo del genere ha la possibilità di ricominciare a sperimentare la sua formula di canto narrativo, e infatti tiene molte serate, quasi sempre con repertorio diverso, davanti a pubblici numerosi ed entusiasti (molto più che al Piccolo Teatro di Campopisano). Ma il Caffè non è un teatro e le rappresentazioni sono uniche, estemporanee, non c'è il tempo di affinarne i contenuti e lo stile. Si accontenta e, nell'estate del 2002, incontra il suo vecchio arrangiatore e tastierista Alberto Musso per proporgli di registrare le basi di uno spettacolo nuovo. Sarà l'ultima volta in cui i due collaborano. Il progetto sarà realizzato solo parzialmente perché le basi vengono registrate in maniera artigianale e maldestra: lo spettacolo "MA PENSA AI COETANEI TUOI" avrà un'unica rappresentazione, quella della prima, sfilacciata e confusa; servirà invece, questo sì, come prova-ponte per lo spettacolo successivo (2003-2005) che riprenderà con ottimi esiti ed apprezzamenti, approfondendoli e migliorandoli, molti dei temi qui abbozzati.

Uno spettacolo pensato appositamente per lo spazio del "Caffè letterario" e per il suo pubblico. La struttura è quella di sempre, ovvero del "teatro-canzone", ma questa volta non mi sono limitato a cucire una serie di brani tratti dal mio repertorio teatral-cabarettistico-cantautorale, bensì ho ripreso la strada dello pseudo-trattato in forma spettacolare su un tema molto preciso; come facevo alcuni anni fa a Genova, quando l'idea di debuttare con uno spettacolo nuovo scaturiva sempre dall'intenzione di parlare di un dato argomento, tra la ricerca dell'ironia, della dissacrazione e della scelta del canto di strofette spiazzanti e cattivelle per riflettere su qualcosa. Il tema, in questo caso, è uno sguardo spietato sulla generazione alla quale appartengo, con sofferenza, più o meno da quando sono nato. I "trentacinquenni-quarantenni" di oggi sono, a ben guardare, i meno discussi nelle disamine sulle generazioni. Si parla ancora molto dei "sessantottini" e si parla in generale dei "giovani", saltando a piè pari quella fascia intermedia di persone nate tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, che non hanno fatto quasi niente di eclatante e che comunque giovani non sono più. Eppure, lo si voglia o no, gran parte delle cose del mondo le stanno facendo loro, attualmente, anche se le fanno spesso nascondendosi dietro le responsabilità di quelli un po' più vecchi e dietro le aspettative di quelli un po' più giovani. Una generazione, la mia, che meriterebbe studi sociologici più approfonditi del semplice spettacolo di un piccolo cantastorie, ma siccome è una generazione avvezza alla superficialità non c'è da sperare molto di più. L'operazione da me tentata vuole mettere in evidenza usanze, tic e balordaggini varie del "mio coetaneo" affinché, almeno per una volta, "lui" non la passi liscia, visto che è abituato a sfangarla in vari modi e vivere in un'ombra che lo vede pascere e proliferare come uno squallido topo, sicuro che nessuno avrà mai interesse a raggiungerlo là, nei sotterranei di un'esistenza sordida che fa comodo a molti. Il tempo che stiamo vivendo, da più di dieci anni a questa parte, non è il migliore che si potrebbe auspicare per una società che il benessere l'ha raggiunto (ma non è detto che lo possa conservare in eterno). E noi, trentenni e quarantenni, invisibili ma di gran peso, una mano al peggioramento delle cose l'abbiamo data. Il mio spettacolo è un'occasione per riderci su, come sempre, perché continuo a credere nel ruolo didattico e persino scientifico della risata, primo passo verso un tentativo di miglioramento. Anche se sono pronto a scommettere sull'età di quelli che verranno a vedere lo spettacolo: tutti o più giovani o meno giovani di me, come sempre. Un motivo ci sarà.

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