All'inizio del tempo di mezzo - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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All'inizio del tempo di mezzo

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ALL'INIZIO DEL TEMPO DI MEZZO                   



I vecchi scoprirono piuttosto velocemente quanto fosse dolce e piacevole trascorrere la mattinata al circolo. Non sempre, certo; a volte qualcuno di loro aveva impegni diversi, come un nipotino da portare a spasso o una commissione da sbrigare in città o ancora qualche attività che talvolta alcuni di loro erano capaci di inventarsi. Ma la mattinata al circolo era un gran sollievo, un senso di festa che quando riusciva a far breccia nell'atmosfera rigida della consuetudine che non fa male ma non dà entusiasmo, produceva ottimi risultati.
  Il circolo era nei pressi di una scuola. Al mattino presto e all'ora di pranzo il piazzale antistante si riempiva per qualche minuto di ragazzetti urlanti; per il resto la vicinanza della scuola si avvertiva solo al suono della campanella che scandiva ore sostanzialmente uguali, anche se segnate da diverse iniezioni di luce filtrante dalla vetrata e diretta al bancone del bar, ai tavolini dal panno rosso, alle loro carte, ai bicchieri di vino.
  I vecchi erano tanti ma riuniti in gruppetti sostanzialmente omogenei, limitati a poche unità, quasi sempre gli stessi. Tante piccole compagnie, tante squadre diverse.
  Poniamo il caso di seguire con gli occhi i movimenti di una sola di queste compagnie, naturalmente non una a caso. Quattro o cinque persone, chi calvo, chi di un canuto brillante, chi mezzo curvo ma ancora pimpante, chi alto e imponente, dalle grosse mani punteggiate da macchie di anni e di lavoro. Tutti con gli occhi che a vederli da vicino sono opachi e cerchiati di grigio, affaticati e ironici.
  Poniamo il caso di seguire con le orecchie le loro frasi, i punti alla briscola o alla cirulla, i piani, i progetti, i racconti.
  Poniamo il caso che siano quattro o cinque vecchi che si sono ritrovati in paese, e al circolo in certe mattine come questa, dopo un'infanzia ed un'adolescenza vissute insieme ed una vita adulta sbattuti chissà dove, raramente in contatto fra loro.

  Ora il sogno è che loro tornino a recuperare tutto quanto vivevano una vita fa, quando erano assieme. Si stupiscono ogni giorno di più di essere tornati come allora ma la cosa non li disturba perché non è un ritono dopo un nulla di fatto ma una conclusione degna, più o meno tollerabile e comunque di cui andare, almeno moderatamente, orgogliosi, per quanto possibile.
  Si trovano a mantenere i caratteri di allora: quello che parlava tanto continua a farlo, quello che sapeva sempre tutto sa ancora tutto, nè più nè meno, come allora, fatte le debite proporzioni, quello che scherzava sempre è ancora lì che riempie la scena. Non hanno più i motorini ma di cose se ne perdono tante per strada, non si può pretendere troppo.
  La vita li aveva divisi e adesso li riunisce e non conta che sia solo per il finale, il gran finale di uno spettacolo pirotecnico.
  La mattinata passa e qualcuno ha impegni, come allora: una gara in bicicletta, che oggi è qualcos'altro, oppure un affare da sistemare in città, in banca, che allora era faccenda di scuola.

  Quando arrivò il lavoro, per alcuni lentamente e con fatica, per altri subito e impietosamente, si erano perduti neppure un po'alla volta, fracassati da una città all'altra, da una donna all'altra, da tante di quelle cose che fino a pochi mesi prima erano impensabili e, magari, anche insperabili.
  Queste quattro o cinque persone non si sono nemmeno mai salutate per un'ultima volta, non si sa se perché speravano sempre che non fosse l'ultima volta o perché ritenevano ormai decisamente inutile sancire ufficialmente una rottura tanto decisa ed irrinunciabile. Chi qua e chi là, sempre più progressivamente lontani dalle mattinate al circolo d'estate, dalle passeggiate oziose in grigi pomeriggi estivi sul lungofiume, dalle serate vissute sempre sul filo di lana in cerca di una storia sentimentale che non arrivava mai e rimaneva teoria, supposizione, elucubrazione, speculazione filosofica, autoerotismo mentale e via così.
  Poi, come se fosse lentamente ma invece era di colpo, ad uno ad uno o forse tutti insieme, si staccarono dalla solita vita per passare all'azione, come richiamati da una forza imbattibile che li volle pronti ad accettare tutto, con la robustezza interiore che piano piano ciascuno di loro si era andato costruendo dagli anni dei ghiaccioli succhiati davanti al bar della stazione; i primissimi ghiaccioli ed il primissimo bar, così tanto lontano e tanto diverso e uguale da tutti gli altri bar della loro vita.
  Quante volte hanno ripensato a quei ghiaccioli e a quel bar, a due cani anziani guidati da un signore anziano che li chiamava "Zanna" e "Zorro" facendo fischiare in modo buffo la "zeta" iniziale così simile ad una "esse" strascicata, malata come le sue mani. Quante volte hanno pensato, in chissà quali strade lontane dal paese, di città fino ad allora sconosciute, che in quei ghiaccioli non avevano ancora perso nulla. In quei ghiaccioli c'erano ancora tutti i volti amici che proprio da quei giorni in poi cominciarono ad allontanarsi per sempre: prima un vecchio zio, poi uno zio sempre più giovane e poi cose sempre più vicine, umane e non, che si involavano verso una dimensione inafferrabile diventando ricordo bruciante da subito e poi levigato dal tempo, arrotondato, addolcito in una sofferenza che si trasforma in malinconia, senso della perdita, dell'abbandono, del restare soli.     Quante volte avrebbero volute tornare a quei ghiaccioli in cui niente si era ancora dissolto, quando c'era ancora tutto quello che avevano imparato a conoscere non appena aprirono gli occhi della coscienza sui loro pochi, pochissimi anni.
  E le città, le autostrade, la velocità, le donne; le storie strane trasformate in storie normali e quelle normali deformate e quelle indigeste digerite come ottimo pane e quelle bizzarre vissute in corsa per raccontarle un giorno. Arrivarono, sì, tutte quelle donne sognate in quei giorni ma avevano un odore diverso da tutti gli odori sognati in quei giorni. Erano simili, magari avevano a volte anche nomi uguali e parlavano proprio come quelle ragazzette sempre sfuggenti nelle notti di festa o negli agognati pomeriggi della domenica a consumare l'asfalto dei vicoli del paese o della piazza; ma non erano quelle, non lo erano più e mai più lo sarebbero state. E loro, i ragazzi, avevano ancora di uguale il cuore e quella voglia di complicare tutto ma con in piùuna corteccia intorno alle spalle che permetteva di scottarsi, di ferirsi, di scorticarsi l'anima senza per questo correre sempre a maledire la luna come cani pazzi d'estate.

  Ora si ritrovano al circolo di mattina come quando perdevano tutto il loro tempo e vivevano lì. Le rispettive case era come se non ci fossero, salvo la notte prima di addormentarsi, quando avevano in testa un suono ed una voglia di tirare ancora tardi per godersi tutta una dimensione trasognata, nel silenzio e nella solitudine gradita dopo un giorno intero di pensieri in comune, di noia o di parole, di movimenti uguali.
  Non ci sono proprio tutti, questo è vero. Ma non si può avere tutto. Quelli che resistono bastano.
  Ed io li guardo per una frazione di secondo, perché non ho tempo. Li osservo di sfuggita passando in fretta con i pensieri altrove e andando incontro alle sezioni controllate e rigide della mia giornata. Non li fermerò mai, non mi fermeranno mai; è contro ogni legge naturale. Io che non sono più com'erano loro una volta e che non sono ancora quello che loro sono adesso, non ho tempo per perdere il mio tempo e guardarlo passare, nell'attesa o nel surplace delle emozioni più serene.
  Li vedo per una frazione di secondo e poi non vedo più niente, solo il buio del mio essere lontano e sempre in marcia, impensabile allora, incredibile quando sarà passato, fatica fredda e assenza da me stesso adesso che, dicono, dovremmo vivere.
  Tiro la carretta col paraocchi come un vecchio quadrupede e non ho bisogno di essere pungolato o bastonato; quasi mi si confondono tutti gli anni andati dacché non sono più quello che perde il suo tempo; mi sembrano tanti, impossibile catalogarli, classificarli, farne un elenco preciso con emozioni e riflessioni.
  Sono all'inizio del tempo di mezzo, il più attivo e il meno vero di tutti, forse proprio quello che resterà di meno.
  Vivo adesso di quei ricordi che sono gli unici che non perdo e che spero di tornare a trovare domani, insieme a loro, o a quello che di noi si potrà ancora scorgere. Non è proprio la peggiore delle condizioni.




BERGAMO,   aprile/maggio 1995



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