Carola il rimpianto - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Carola il rimpianto

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CAROLA IL RIMPIANTO




 Se fossi chiamato a dare una misurazione dell'amore, dovrei senz'altro usare come unità il mio amore per Carola. Non tanto perché io l'abbia amata sopra ogni altra cosa, o più di ogni altra donna, ma perché Carola ritorna come un'ossessione nelle mie nostalgie di ogni giorno.
  Carola è infatti quello che io ho perduto negli anni; è quello che ho creduto di possedere più di tutto; è quello che invece non ho mai avuto veramente; è la vittoria del sogno e la sconfitta della vita; è la potenza che sovrasta l'atto, la sublime menzogna che mi sono raccontato da ragazzo e che tuttora mi sussurro, talvolta.
  La vedo e la cerco sempre negli altri, come si fa quando si èinnamorati veramente e, possibilmente, non ricambiati. Un gioco.  Un semplice giochino che però è tutta la mia vita pura, quella che non ha prezzo e non ha morale, non ha regole, obblighi, dignità e professionalità di sorta da rispettare o soddisfare.
  Non posso neppure dire che Carola non mi abbia mai ricambiato; sarei tremendamente ingiusto. Mi ha amato, a suo modo; ha offerto, sempre a suo modo, a me le cose di cui avevo bisogno e tutto ciòche le chiedevo.

  Eravamo bambini insieme. Chissà quando i miei occhi la videro la prima volta. Certo ricordo che mi accorsi di lei una sera che con un amichetto discutevamo della figurina di Pizzaballa -Pizzaballa, la pizza che balla, e giù risate! - allora portiere in seconda del Milan (era il secondo di Albertosi, e ritengo il fatto notevolmente rilevante). Carola era lì, accanto a noi, distratta come se non volesse ascoltarci di proposito ma presente, viva, odorosa come la stessa sera che le stava intorno. Chissà come era, nel suo essere di bambina, almeno ai miei occhi. Non lo ricorderòmai più perché non l'ho mai saputo. Era poi davvero bambina, in quella sera? O era sempre esistita e bambini erano i miei occhi che la guardavano per la prima volta?
  Ovvio, non me ne innamorai allora. Solo, nel tempo, mantenni quella prima immagine di lei che fin da adolescente imparai a considerare la prima traccia dell'amore, in sovrapposizione e con schiacciamento evidente della prospettiva della memoria. Ho compreso quasi subito che si trattava di una forzatura del me stesso cresciuto, di un arricchimento meccanico del mito.
  Anni dopo, ancora comunque fanciullo, desiderai invece precisamente di averla tutta per me. Per giocare, per guardarla, per sentirla mia. Ero perfino geloso dei suoi genitori e di tutti quelli che le stavano intorno. Al mattino mi svegliavo con il forte desiderio di vederla, o con l'angoscia di perderla, e questi sentimenti mi bruciavano nella gola come non avrebbero mai bruciato neppure nella giovinezza, più forti di qualunque impulso sessuale dei vent'anni, più di uno strappo all'inguine, di un'erezione improvvisa, della mia voglia, successiva di molti anni, di averla nuda in un letto, o lungo le rive di un torrente, per giocarci all'infinito e farla mia come Dio comanda.
  Io crescevo e lei cresceva in me. Ogni anno offriva una novitàai miei sogni senza perdere quelle passate. Se i primi anni era passione per il profumo dell'erba nelle sere di giugno, in seguito divenne passione per le chiacchierate sotto un lampione, oltre che per il profumo dell'erba nelle sere di giugno; e poi ancora coscienza politica e discussioni con gli amici e partite a biliardo e partite a calcetto nel campo dell'oratorio e corse in motorino, oltre che passione per le chiacchierate sotto un lampione e per il profumo dell'erba nelle sere di giugno. Fu anche fughe nel bosco e scoperta della voce dell'autostrada ascoltata dall'alto della collina; fu anche luci di una stazione dove di notte passano solo treni merci a forte velocità; fu anche giornate noiose d'inverno rubate per intero dentro un bar a giocare a carte, ad ascoltar fesserie e a leggere "l'Unità", che allora ancora un pochino si poteva leggere con gusto; fu anche mattinate di luce d'estate a passeggiare felice nel viale lungo il fiume, quel viale che fu già una piazza, che un tempo ci giocavano al tamburello (ma in un'epoca lontana che a me hanno solo raccontato e che ho visto in qualche rara fotografia); fu odore forte di pane in un vicolo; fu la voce di mia nonna che mi chiama; fu mio fratello ancora bambino che trotterella sul marciapiede davanti a casa; fu la voglia dei primi baci, dei bagni al fiume, delle canzoni che amo, ascoltate di notte, in cuffia, fino ad ore indegne; fu la mia penna instancabile sui fogli di decine di agende riempite della mia vita; fu i volti di tanta gente che non sa neppure che io sia esistito ma che per me è stata importante, tanto è vero che ricordo tutti, uno ad uno, anche quelli che se ne sono andati; fu i tempi della scuola in cui guardavo dalla finestra un monte che me la ricordava; fu tutte le volte che la luce di un luogo mi riportava al luogo in cui trovavo lei, specie all'uscita dei sottopassaggi, nei pressi di un ponte, nei punti in cui la strada, una qualsiasi strada, acquista un andamento frastagliato e non ripetitivo, quel particolare che si ricorda e che non è del tutto uguale a quelli di tante altre strade.

  Insomma poi si è fatto l'amore, come due animali. Allora il senso di molte giornate (e non sembrava vero fino a poco prima) per me era tutto riempito dall'attesa di sprofondare nelle sue gambe, la sera, o anche in lunghi pomeriggi buttati via con coscienza sui nostri corpi, ad esplorarci e spiegarci, compiacerci e congratularci, baciarci, leccarci, succhiarci.
  Comunque prima dovetti inseguirla nelle feste patronali, sui banchi delle fiere, parlandone con gli amici e additandola ogni volta che la vedevo passare; dovetti desiderarla senza la speranza di averla, fondendo nella sua immagine quella di tutte le ragazze che mi piacevano allora, una lunga lista fatta di apparizioni fugaci, di sterile gioco degli sguardi, di oggetto del desiderio angelicato ed idealizzato. Qualunque ragazza mi piacesse, con qualunque donna sognassi di vivere qualcosa di importante, era Carola che la rappresentava, la donna salvifica che ti conduce laddove tu desideri, spiritualmente, di essere condotto. E per me Carola era soprattutto il desiderio di un eden perduto, un'etàdell'oro tutta mia in cui l'atmosfera fosse la dimensione principale, l'essenza della storia.

  Carola mi amò veramente (o così almeno credo) e si lasciò amare a modo mio per alcune estati, non più lunghe come quelle mie di bambino ma non ancora corte ed insignificanti come quelle che vivo adesso, annoverandole e pesandole non più nel raffronto con quelle passate ma nel computo, impossibile eppure incombente, del numero di quelle che mi separano dalla morte.
  Furono estati contraddittorie, non proprio felici. L'unica cosa che funzionava davvero era ormai soltanto l'amore per lei; il mio.  
   Il suo era viziato dai tradimenti. Carola mi amava ma mi tradiva, come volesse allontanarmi da sè per un preciso calcolo.  Si rese odiosa in certi momenti, arrivò al punto di farmi capire (senza mai dirlo direttamente) che per lei non contavo nulla. Ed io la detestai immaginando che la mia salvezza fosse la fuga rapida da lei. Non era certo facile. Pur odiandola, non riuscivo a dimenticarla e, quel che è peggio, convincevo me stesso di averla già dimenticata, mi rallegravo all'idea di essere ormai riuscito a spezzare la catena che mi legava a lei dall'inizio della vita.  Sapevo di mentire ma mi faceva bene pensare ad un'altra vita; in fondo da lei, negli ultimi tempi, non avevo più ottenuto nulla, o così a me era sembrato.
  Adesso riesco a capire che, forse, Carola, come la vita, mi fa apparire in maniera sbagliata e negativa le cose solo per permettermi di allontanarmi da esse, di ricostruire qualcosa altrove, in un altrove che può essere un'altra donna o semplicemente una nuova abitudine. Carola, o la mia vita, volle farmi crescere, liberarmi dalle dolci catene del sogno e darmi l'occasione di proiettarmi chissà dove. Io mi convinsi, con gli anni, che qualunque donna ti stia vicino per molto tempo finisce per annoiarti. Dissi a me stesso di essere annoiato, furibondo, deluso; e così la dimenticai andandomene altrove.
  Adesso che ho conosciuto questo altrove, Carola mi manca. Ed ho un bel dirmi che se fossi rimasto con Carola sarebbe stata la stessa cosa, mi sarei stancato di lei ed avrei, in più, sporcato un sogno ed un ideale così belli proprio in quanto cose irrealizzabili. Più passa il tempo e più il tempo mi spinge, maledizione, a convincermi del contrario: che Carola, con me, sarebbe rimasta quel bel sogno che era per sempre, che non me ne sarei mai stancato veramente, che avrei capito prima o poi che lontano da lei non si vive. Nessuno può vivere, lontano dal proprio sogno, anche qualora questo inciampi, com'è logico che sia e come avviene frequentemente, nelle sterpaglie fangose della realtà e della vita quotidiana.
  Adesso la rimpiango per quegli amori fatti di colline, e non mi importa che una larga percentuale di questo rimpianto sia da ascrivere esclusivamente alla mia gioventù perduta. Non credo proprio si tratti soprattutto di questo.
  Ecco che quindi vivo cercando di ricostruirmi il suo amore a tavolino, in un'impresa impossibile. Continuo a ripetermi che Carola è il mio solo ed unico vero grande amore e fingo di non ricordare quello che in fondo ho sempre saputo: che Carola non èmai stata mia. E' stato un amore, sì, ma un amore privato, fra me e la mia mente. Le volte che ho goduto i suoi baci, i suoi sorrisi, il suo favore ed il suo corpo non bastano a renderla mia, non sono stati sufficienti a farmi sentire fino in fondo parte del gioco. Ed è per colpa mia; l'ho amata con riserva e in quell'amore non ho scommesso tutto me stesso, diversamente da quello che certe volte tento di darmi a bere. Se così non fosse ora Carola sarebbe ancora mia con le sue strade e i suoi monti, i suoi profumi e le sue gambe. Invece l'ho abbandonata. Parte di colpa, in questo, ce l'ha la vita ma una buona fetta è una colpa tutta mia.
  Altri godono Carola, e forse non la meritano; forse non l'hanno mai amata quanto me. Ma è sempre così, per molte cose.
  Ormai la cerco costantemente nei luoghi che la vita mi porta a sondare, camminare, esistere. E in tutte le città ed i paesi che conosco e conoscerò tento di ritrovare, inutilmente ma dolcemente, qualcosa del profumo che aveva quel paese che è Carola e che io, sbagliando, mi ostino a chiamare... mio.

BERGAMO    14/12/1997    ORE 1:28



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