Copione di "CANTARE I TEMPI, IL SOCIALE, LA STORIA" - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Copione di "CANTARE I TEMPI, IL SOCIALE, LA STORIA"

Novità

Il seguente testo è il canovaccio scritto e utilizzato da Mancuso nel corso della serata di venerdì 3 giugno 2016 presso lo Spazio Libero Utopia di Genova Multedo. L'esecuzione delle canzoni di De Andrè e Gaber (con sola chitarra di accompagnamento) e l'interpretazione dei monologhi di Gaber erano cucite in un discorso interpretativo ed introduttivo che aveva il compito di ripercorrere la vicenda artistica dei due cantautori sullo sfondo degli avvenimenti storici, politici e sociali che hanno interessato l'Italia dal 1970 al 2000. L'anno di pubblicazione degli album, per De Andrè, e gli anni in cui Gaber portava in scena i vari spettacoli possono qui essere utilizzati come filo conduttore di una narrazione, e di una disanima, che procede costantemente dal particolare all'universale, dal soggettivo all'oggettivo e viceversa.


Il nostro percorso comincia dal 1970. Nel decennio precedente Gaber da una parte e De Andrè dall'altra si sono dedicati quasi esclusivamente alla composizione di canzonieri sparsi in decine e decine di dischi a 45 giri.
Gaber come canzonettaro di moda, tra il rock e il melodico, più o meno costantemente in televisione. Presentatore di trasmissioni che potremmo definire furbe, per famiglie, anche se rispetto a quello che passa da trent'anni in qua in televisione erano opere IMPEGNATE E CULTURALI!
De Andrè è invece da subito autore di canzoni sparpagliate, molto care ai liceali e agli studenti degli anni Sessanta, colte, raffinate, impegnate, definite tristi dai benpensanti, che allora erano una categoria; oggi sono il pensiero comune, dominante e unico.
 E siccome arriva prima De Andrè all'album concept, cioè legato dal filo conduttore di un'idea, se non proprio di una storia, iniziamo proprio da lui. Nel 1967 pubblica il primo LP (disco a 33 giri per i più giovani), intitolato semplicemente VOLUME 1 che però è ancora una raccolta. Nel 1968 pubblica invece un disco a tema, TUTTI MORIMMO A STENTO e un'altra raccolta di canzoni già uscite in 45 giri, che ha titolo VOLUME 3.
 Da questo disco iniziamo a conoscere una canzone dedicata agli "ultimi", come viene troppo spesso etichettato il percorso artistico del nostro. Definizione che, essendo di comodo e troppo spesso abusata, non mi piace. Eppure uno dei primi... "ultimi" che canta De André, nel suo componimento che è il primo in assoluto, benché esca solo nel 1968, è stato composto quasi sette anni prima. È la storia di Michele Ajello, uno dei primi immigrati dal sud. Un ragazzo, che viveva presumibilmente in una sorta di ghetto che era allora Via Madre di Dio, ancora in piedi nella vallata tra la collina di Sarzano e quella di Carignano. Era uno sradicato, forse al seguito dei genitori che erano i primi meridionali che nel dopoguerra venivano a cercare lavoro anche a Genova. Non aveva nulla, era emarginato, escluso davvero, privo di tutto. O meglio, una cosa l'aveva: una ragazza. Un giorno qualcuno pensò di portargliela via e Michele Ajello lo accoltellò a morte, finendo poi a Marassi, dove si tolse la vita. Fabrizio immagina, in questo semplice e trascinante valzerino, le ragioni profonde del suo gesto.

LA BALLATA DEL MICHE'

Una differenza sostanziale che distingue la poetica di De Andrè da quella di Gaber risiede in questo: De Andrè, come abbiamo visto con la prima scelta di questa antologia ragionata, filtra le proprie emozioni attraverso la lente di ingrandimento di personaggi che sono altri, fuori da sé. Difficile che De André sia autobiografico, se non in alcune rare canzoni come GIUGNO '73,  AMICO FRAGILE e poche altre, visto che anche quelle dedicate al rapimento del 1979, in Sardegna sono in gran parte raccontate dal punto di vista dei rapitori, sorta di pellerossa braccati dalla società civile.
 Gaber invece imbocca il percorso opposto: parte dalle proprie emozioni, rabbie, condizioni esistenziali, per aprirsi al mondo e sondarlo, analizzarlo, trarne informazioni. Il rapporto tra la dimensione soggettiva e quella oggettiva è abbastanza chiaro, anche se ci sono le dovute eccezioni.
 Cosa succede al Gaber canzonettaro e anchor man televisivo, divo del sabato sera e presentatore di varietà? Succede che si rompe i coglioni. Tra il 68 e il 70 è sempre più insofferente al dovuto rispetto delle mode e soprattutto alla rigidissima censura televisiva che gli impone di non trattare certi argomenti. Intendiamoci... adesso dico una cosa che non sentirete mai nei revival, nei ritratti più o meno scontati che solitamente fanno di Gaber rispetto a questo argomento nei servizi televisivi; e una cosa rispetto alla quale molti, con una certa dose di superficialità, saranno sempre pronti a darmi torto: quella censura lì, della RAI sicuramente bacchettona degli anni Sessanta... era una barzelletta rispetto a quella, molto più potente e furba, che viene operata oggi. Oggi? Se tratti temi non graditi, semplicemente non esisti, non ti fanno neanche arrivare al pubblico. Non ti cagano minimamente. È l'oblio, la morte civile. E finisce lì.
 Insomma, Gaber per quei tempi sentiva strette queste imposizioni e, dopo un decennio passato a dire "sissignori", decide di mandare al diavolo la tv e vi compare sempre meno fino a scomparire del tutto. Fa una scelta coraggiosissima, anche per quei tempi (oggi sarebbe proprio impensabile): decide di puntare sulla canzone come mezzo espressivo. Il 68 lo vive così, da trentenne, anche lui come De Andrè. La sua rivoluzione è una rivoluzione di genere artistico. Infatti inventa un genere, il teatro canzone, che è qualcosa che in Francia funzionava già da anni, con Brel, Brassens, Aznavour, Leo Ferrè e altri chansonnier. Ma Gaber fa entrare proprio la canzone nel teatro, non solo fisicamente, ma rendendo la canzone pièce teatrale e giocando sui monologhi con la stessa attenzione estetica e ritmica che si dovrebbe avere in una canzone.
 L'inizio non è facile: dal 1970 al 1972 porta in giro il primo spettacolo intitolato SIGNOR G nelle balere e la gente gradisce poco. Va solo perché lui è un nome della televisione, ma niente di più. Poi debutta in cartellone in alcune città di provincia, come Seregno, dove in sala ci sono poche decine di spettatori. Gaber fa un discorso troppo difficile e impegnato, sulla borghesia e sull'individuo inserito e scontento. Gli adulti che lo conoscono dalla televisione, o dal tour che tra 68 e 69 fa come apripista di Mina, non lo seguono in questo discorso. I giovani del 68, ai quali invece si vorrebbe rivolgere, a teatro non ci vanno perché lo identificano come un luogo borghese, e poi Gaber è visto da loro con sospetto perché televisionaro e omologato. Ci vorrà del tempo, ma neanche tanto, perché la bravura del soggetto è tale da mettere alla fine d'accordo non tutti ma molti sì.
 Il Signor G, dopo un prologo, inizia con un dialogo a due voci: i riflettori illuminano a sinistra un mezzo volto di Gaber sorridente che interpreta un bambino ricco e poi, in alternanza, i riflettori di destra illuminano l'altra metà del suo volto, contratta e sofferente, che interpreta un bambino povero. Il discorso può sembrare populistico ma è temperato e vivificato dall'ironia, che a Gaber veniva spontanea. Il dialogo è seguito da una canzone che rappresenta bene lo smarrimento di un individuo borghese di fronte al nuovo che avanza e che coinvolge tutti. La versione che ascolterete è quella definitiva degli anni Novanta, quando il testo fu aggiornato finendo per diventare un affresco dell'uomo italiano nei tre decenni finali del Novecento.

GIOCO DI BAMBINI (dialogo)
EPPURE SEMBRA UN UOMO


Sempre in VOLUME 3 di De Andrè è presente un'altra canzone dei primissimi tempi compositivi. È un manifesto ma arriva addirittura dal Duecento, da uno di quei poeti che al liceo, a quell'epoca, i professori saltavano a piè pari: Cecco Angiolieri. Perché si tratta di un grande anarchico e di un grande ribelle, una sorta di anti-Dante, per come ce lo hanno voluto rappresentare, benché poi i due fossero amici, anche se di vedute diametralmente opposte. Si scrivevano feroci sonetti in quella che si chiamava "tenzone", una sorta di duello poetico. Si rispettavano, perché in fondo erano le due facce di una stessa medaglia: in un tempo, borghese e utilitaristico, come la fine del Duecento a Firenze, Dante era in esilio per motivi politici, con due condanne a morte sul groppone, comminate in contumacia e Cecco Angiolieri era uno spiantato, sommerso dai debiti, in lite con il ricco padre,  sempre contro tutto e contro tutti. Due cattivi soggetti, insomma. De Andrè ha musicato il celebre sonetto che adesso sentiamo, proiettando sulle parole di Cecco una sua personale forma di ribellione alla famiglia altoborghese da cui proveniva, al fratello studente modello di legge, agli antenati irreprensibili, ai soldi, alla carriera, alla voglia di potere. E soprattutto al padre, direttore dell'Eridania, quella dello zucchero. Particolare di nonno Luigi.

S'I FOSSE FOCO

Importanza di Brassens nella produzione di De Andrè. Questa canzone parla di una sorta di vendetta immaginaria che il cantautore francese immaginò contro il giudice che aveva mandato a morte un suo buon amico. All'epoca la pena di morte in Francia era ancora in vigore. Per De Andrè è il modo di manifestare la sua ribellione nei confronti di un potere giudiziario che dà la morte.

IL GORILLA

Gaber, dopo IL SIGNOR G e STORIE VECCHIE E NUOVE DEL SIGNOR G, tra il '70 e il '72, scrive altre canzoni che entrano in uno spettacolo tutto nuovo, dal titolo DIALOGO TRA UN IMPEGNATO E UN NON SO. Il tema è ancora quello intimo e molto sentito del rifiuto delle convenzioni borghesi ma anche del rifiuto di un modo di essere contro che non sembra ancora soddisfarlo del tutto. È come se il 68 e le sue istanze si stessero allontanando troppo in fretta. Gaber sente il terreno scivolare sotto i piedi e si interroga sull'autenticità di certe rivendicazioni, di certo ribellismo. Lo fa con le prossime tre canzoni: una riguarda il tentativo un po' folle di nutrirsi veramente delle idee invece di lasciarle circolare solo teoricamente; la seconda parla di un modo minimale di dedicarsi alla propria salvezza personale e l'ultima, ripresa da Jacques Brel, è un manifesto contro il benpensantismo borghese.

UN'IDEA
LO SHAMPOO
I BORGHESI

De Andrè, come abbiamo detto, nel 1968 pubblica un disco coraggioso e innovativo: TUTTI MORIMMO A STENTO. Un album sulla morte, sulla perdizione, sulla disfunzione dell'umanità: una sorta di danza macabra trasudante dolore e pietà, nel senso alto della parola. Sfilano drogati, ragazzine violentate, impiccati, i bambini impazziti dopo lo scoppio della bomba atomica che ha distrutto il mondo intero e li ha lasciati soli, a ballare un girotondo folle che accusa le miserie e le violenze di cui l'umanità è capace. Temi forti. Soprattutto l'idea di dar voce agli impiccati che ondeggiano sospesi per il collo. Altre parole forti contro la pena di morte: quanto è giusto pagare con la vita il male fatto in una sola ora? L'idea è una poesia di Francois Villon.

LA BALLATA DEGLI IMPICCATI

Sempre dallo stesso disco la parola passa ai drogati. De Andrè non ha mai fatto uso di droghe, nemmeno leggere, ma era alcolizzato, e considerava questa sua dipendenza dall'alcol un rapporto identico a quello che alcuni giovani, in quegli anni, cominciavano ad avere con l'eroina, e sarebbero poi diventati tantissimi. È storia anche questa, più che costume. Perché le istanze migliori del movimento sono state sconfitte, dal potere, proprio attraverso due trovate geniali: la droga di massa e la strategia della tensione, di cui parleremo dopo. De Andrè ci arriva con largo anticipo: come tutti i poeti vede molto più lontano. A fine anni Sessanta parla già di cose che diventeranno quotidianità sofferta, disagio, emarginazione e sconfitta solo alcuni anni dopo.

CANTICO DEI DROGATI

Il disfacimento dell'individuo è rappresentato, in maniera meno epica rispetto a quella che abbiamo già sentito, dal nuovo spettacolo di Gaber del 1973: si intitola FAR FINTA DI ESSERE SANI. È un altro modo per puntare l'accento su quella normalizzazione che la società e il potere stanno cercando di imporre dopo la ventata di idee rivoluzionarie del 68 che si allontana. Il modo di Gaber è apertamente comico ma la dissoluzione è la stessa: il corpo e la mente dell'uomo sono malati. Fingere che non sia così è da reazionari, da fascisti. Il primo brano è divertente ma soprattutto simbolico.

QUELLO CHE PERDE I PEZZI

Il secondo riguarda la malattia mentale, naturalmente intesa in senso lato. Sono gli anni del grande dibattito suscitato dallo psichiatra Basaglia. Gaber si dimostra attento e interessato anche questa volta ma in una canzone tende anche ad ironizzare, affinché il messaggio circa la malattia mentale non si banalizzi, come invece puntualmente avverrà. Piccola nota curiosa: Gaber non ha mai cambiato la scaletta dei suoi spettacoli, di qualunque cosa parlasse e in qualunque situazione si trovasse, risultando spesso molto scomodo, e quindi venendo puntualmente contestato. Rappresentò anche lo spettacolo all'interno dell'ospedale psichiatrico di Voghera. Quando andò a Trieste gli venne detto che Basaglia era in sala. E Gaber tolse dalla scaletta la canzone che facciamo adesso, per rispetto, perché non sembrasse un attacco alle idee dello psichiatra, mentre invece voleva essere uno spunto polemico di discussione, anche se un po' ruvido.

IL GUARITO

De Andrè nel 1970 esce con LA BUONA NOVELLA, ispirata ai vangeli apocrifi e alla figura di Cristo. I giovani del movimento comprano il disco ma lo criticano, per ovvie ragioni. Eppure lui ha parlato di un rivoluzionario, di un uomo, non del figlio di Dio ma del figlio dell'uomo. Nel 1971 esce NON AL DENARO, NON ALL'AMORE NE' AL CIELO, operazione culturale di altissimo spessore, perché qui Fabrizio mette in musica nientemeno che l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, un poeta che piaceva molto alla gioventù sessantottina, tradotto in Italia da una donna che era stata da ragazza allieva di Cesare Pavese e che diventerà grande amica di Fabrizio: è Fernanda Pivano. È però con l'album del 1973, quindi contemporaneo a Far finta di essere sani di Gaber, che scrive un album interamente politico, di appartenenza, di schieramento, non certo partitico (era e rimase anarchico).
Le stragi di stato erano iniziate quattro anni prima con la bomba alla Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. La parte più radicale del movimento rispose, in modo velleitario e disorganizzato, con atti di sabotaggio che via via sfociarono nella lotta armata. De Andrè indossa i panni di un trentenne borghese ed integrato, esattamente come quello cantato da Gaber, che però non ci sta a passare il proprio tempo libero ad attaccare francobolli e decide, in modo solitario, di portare la propria ribellione trasformandosi in bombarolo. Il disco è un vero film per immagini di canzone: si comincia con i canti del maggio francese, poi avviene la presa di coscienza di chi come questo personaggio guardava tutto in maniera distaccata, si fa coinvolgere e in modo solitario, individualistico, si organizza e mette la bomba davanti al parlamento, in maniera maldestra: farà esplodere un chiosco di giornali e verrà messo in galera.
 La canzone con cui iniziamo è ispirata ad un canto dei ragazzi francesi del 68, per l'esattezza scritto da una ragazza che De Andrè andò a trovare, dopo una lunga ricerca, per chiederle il permesso di tradurre il testo. La ragazza viveva in clandestinità nei sobborghi di Parigi e disse che non gliene importava molto di quello che si faceva della sua canzone. De Andrè la scrisse e la cantò, una prima volta, così come la faccio io adesso. Una versione rimasta a lungo inedita: va detto che è più bella la seconda, quella definitiva che è poi finita sul disco, ma mi piace cantare questo che è un abbozzo per il suo valore storico e documentario. Le altre due trattano il momento della scelta di diventare bombarolo e le parole dal carcere dove viene rinchiuso dopo la cattura per l'attentato fallito e la brutta figura. Ma la presa di coscienza rimane e questo impiegatino, dal carcere, ripeterà le parole che abbiamo sentito all'inizio sulle responsabilità dei borghesi, tranquilli, arrivati, pacifici e menefreghisti.

CANZONE DEL MAGGIO
LA BOMBA IN TESTA
NELLA MIA ORA DI LIBERTA'

La stagione 1974/75 vede Gaber impegnato con un nuovo spettacolo dal titolo ANCHE PER OGGI NON SI VOLA. I sogni del '68 si stanno allontanando ancora di più e Gaber riflette sulla pesantezza che adesso comincia a renderli impossibili. Per volare occorre leggerezza; invece il movimento si sta avvitando su se stesso, con un appesantimento culturale sempre più insopportabile. Non siamo ancora alla rottura ma qualcosa di simile inizia ad intravedersi. Nella canzone La leggerezza o nel monologo intitolato Giotto da Bondone, o ancora ne La realtà è un uccello, misto di ballata e di monologo, si capisce che adesso si vogliono rendere difficili anche le cose semplici. Ci sono persino spunti satirici contro il dilagare della psicoanalisi, divenuta di moda, mentre il fascismo, rappresentato dalla canzone La peste, prolifera, cresce, invade e neutralizza le manifestazioni, mette bombe sui treni popolari e in piazza della Loggia a Brescia durante un comizio sindacale.
 Le cose non vano affatto bene, e sapere che c'è chi nel movimento si balocca con i dogmi a Gaber dà fastidio. Un dogma tra i più odiati è quello che "Il personale è politico", quindi non bisogna occuparsi mai delle proprie piccole cose ma sempre guardare alla ragione politica generale. Ed è con questo breve monologo e con la canzone successiva che Gaber mette in satira questi schemi rigidi, queste esasperazioni. Uno vorrebbe occuparsi dei problemi di un amico ma... non può  

E GIUSEPPE? (monologo)
CHIEDO SCUSA SE PARLO DI MARIA

Il 1975 è l'anno dell'assassinio di Pier Paolo Pasolini. Avviene in novembre, in circostanze oscura. Il poeta e regista si apparta con uno dei ragazzi "di vita" recuperato alla Stazione Termini di Roma e abbocca probabilmente ad un'esca di chi ha già deciso di tendergli un agguato. Nella maniera più antropologicamente fascista e mafiosa: ovvero colpendolo nella sua debolezza (la passione per gli adolescenti maschi) per far sì che l'opinione pubblica italiana non si indigni per l'omicidio di una voce culturale libera e forte, ma si indigni piuttosto per il suo turpe vizio di pederasta, frocio e pedofilo, e finisca per concludere: "se l'è andata a cercare, ben gli sta". Il piano funziona alla perfezione. Certo, molti condurranno indagini per cercare di chiarire come siano andate veramente le cose, ma in effetti siamo di fronte ad uno degli ennesimi "misteri italiani" che non avranno mai risposta, oppure quando l'avranno sarà troppo tardi. A De André viene commissionata una canzone che dovrà essere la sigla di una trasmissione televisiva dedicata, tra gli altri, al "Delitto Pasolini. È la prima e unica volta che De Andrè scrive su commissione e scrive per una sigla televisiva. La canzone si intitola Una storia sbagliata ed è del 1980. Esce solo su 45 giri, mai in album, insieme ad un'altra canzone intitolata Titti, divertente ma niente di più. Il coautore è un giovanissimo Massimo Bubola, con cui De Andrè ha iniziato a collaborare dopo la fine dell'esperienza con Francesco De Gregori con il quale nel 1974 aveva pubblicato il VOLUME 8. Nel frattempo ha iniziato ad esibirsi dal vivo, per la prima volta alla "Bussola" di Viareggio, un locale di moda per ricchi borghesi. Molti del movimento non glielo perdoneranno mai. Vediamo la canzone dedicata al delitto Pasolini e a seguire una canzone più complessa, Coda di lupo, dall'album del 1978 RIMINI, dove si parla della normalizzazione borghese. La canzone affronta  polemicamente l'introduzione del "numero chiuso" nelle università, la "pacificazione sindacale" voluta dal leader della CGIL Luciano Lama e tanti altri segni di allontanamento delle istanze migliori del '68. La delusione è grande anche per De Andrè, ma lui è meno diretto di Gaber: lavora a livello simbolico e immagina che il movimento sia impersonato da un ragazzino pellerossa, di nome "Coda di lupo", che osserva gli avvenimenti del suo tempo, in una prateria che ha tutta l'aria della situazione politica e sociale italiana di quel tempo.

UNA STORIA SBAGLIATA
CODA DI LUPO


Il 1976 è l'anno in cui Gaber comincia a prendere le distanze dal movimento, che nel frattempo è molto cambiato. Si è fatto violento, intransigente, legato ai dogmi e ricco della stessa prepotenza dei padroni e dei loro figli. Tanto è vero che vi partecipano, per moda, molti figli dei potenti di quegli anni. Lo spettacolo della rottura è LIBERTA' OBBLIGATORIA (1976/77), a cui comunque aggiungiamo anche il successivo, POLLI DI ALLEVAMENTO (1978/79), le cui repliche verranno interrotte perché quando Gaber esegue canzoni come Quando è moda è moda in sala scoppia l'inferno e la contestazione è violentissima. In queste canzoni (le mettiamo tutte insieme ma naturalmente invito a cercarle ed esaminarle una ad una) dice semplicemente che ormai non c'è più differenza tra il comportamento dei borghesi reazionari e quello di chi si ritiene rivoluzionario. Le passioni sono le stesse, l'omologazione è in agguato e le vere differenze che avevano fatto ben sperare non esistono più. Sono gli stessi tempi in cui De Andrè (1978/79) affronta il tour con la PFM e viene duramente contestato dai soliti organizzati del movimento che, con tecniche veramente fasciste, lo attaccano duramente riuscendo più volte ad interrompere i concerti, a far saltare le date, a ingaggiare scontri con le forze dell'ordine. Cosa imputano a De André? Tutto: il successo, la vecchia partecipazione alla Bussola, l'accordo con una rock band come la PFM, le sue origini borghesi e persino i prezzi dei biglietti, perché loro vorrebbero non pagare, oppure vorrebbero ridursi a proprio piacimento il biglietto (infatti vengono chiamati "autoriduttori"). Contestano Gaber perché critica nelle sue canzoni l'imborghesimento della sinistra, contestano Vecchioni perché ha fatto successo con la canzone Samarcanda, contestano De Gregori perché ha scritto Viva l'Italia, contestano Leo Ferrè perché è troppo noioso, insomma, contestano tutte le migliori voci della cultura popolare di quegli anni. Sono i duri e puri. Sono tanto duri e puri, autentici e violenti, che li ritroveremo quasi tutti candidati per il partito di Berluscono da metà degli anni Novanta in poi. La stessa tracotanza, la stessa protervia, la stessa strafottenza. C'è un episodio di Gaber che vorrei ricordare. Partecipò nel 1976 al Festival di Parco Lambro a Milano, organizzato dall'associazione anarchica "Re Nudo". I soliti puri del movimento attuarono un esproprio proletario dei polli arrosto che servivano a dar da mangiare ai musicisti coinvolti nel festival. Poi li usarono come palloni e ci giocavano colpendoli a calci. Questa era la loro rivolta, che non guardava in faccia a nessuno. Se siamo dove siamo è anche e soprattutto colpa loro.

IL TENNIS (monologo)
QUANDO LO VEDI ANCHE

Arriviamo al 1980. La strage alla stazione di Bologna. Pochi sanno che a questo episodio della tipica violenza fascista dei servizi segreti e della CIA contro il popolo italiano è legata una delle più belle canzoni di De Andrè, dall'album del "dopo-sequestro", che esce nel 1981 senza titolo ma con il ritratto di un indiano a cavallo. Verrà chiamato infatti il disco dell'INDIANO. Sembra una canzone d'amore dedicata ad una donna, ma questa donna si chiama libertà. Anzi, Anarchia. De Andrè dice che anche ridotta in brandelli, come per l'esplosione di quella infame bomba, sarà possibile ricucire i pezzetti. "I giornali in una mano e nell'altra il tuo destino, camminavi fianco a fianco al tuo assassino", cioè al criminale che, passeggiando per la stazione con la sua borsa piena di morte insieme a centinaia di altre persone, andava a collocarla nel posto giusto per provocare più vittime possibile.

SE TI TAGLIASSERO A PEZZETTI

Sempre dallo spettacolo LIBERTÀ OBBLIGATORIA una canzone di Gaber molto chiara e molto malinconica, nel tema, circa le delusioni del movimento. Ora parlano i "reduci" del '68 e i reduci di quel sogno che è già diventato ricordo e serve per il revivals televisivi, dove non si parla mai di operai e studenti in lotta tra il '68 e il '69 ma solo di minigonne, di liberazione sessuale, ovvero quell'orgia di consumismo a cui ormai siamo abituati, in cui il potere ha veicolato astutamente le istanze del '68. Lo hanno ridotto ad un fenomeno di moda (era quello che ci diceva Pasolini, e per questo ha pagato con la vita). Invece il '68, per chi non lo sapesse, nasceva dall'esigenza di scolarizzazione di massa, prima vietata a chi non faceva già parte da bambino della classe dirigente, e a chi voleva veder riconosciuto il diritto di poter essere assunto alla FIAT anche se era iscritto alla CGIL o aveva in tasca un giornale come L'Unità. Allora con queste due cose non si poteva essere assunti. Stendiamo un velo pietoso su cosa vuol dire oggi CGIL e cosa vuol dire oggi L'Unità. Ma Gaber aveva già previsto tutto quarant'anni fa esatti, con questa canzone.

I REDUCI

Gli anni Ottanta sono il decennio del riflusso. I nostri due sembrano allontanarsi dalle istanze sociali e politiche, ma invece non è vero. Gaber, dopo la tirata estrema di Io se fossi Dio del 1980 si dedicherà maggiormente ad un teatro più di prosa che di canzone e ad interrogarsi su tematiche profonde (gli spettacoli si intitolano ANNI AFFOLATI del 1981, IO SE FOSSI GABER del 1984 , PARLAMI D'AMORE MARIU' del 1986 e IL GRIGIO, interamente in prosa, del 1988. De Andrè rivoluzionerà il mondo della canzone popolare introducendo il dialetto con due dischi importantissimi quali CREUZA DE MA del 1984 tutto in genovese, e LE NUVOLE del 1990, in genovese, sardo, napoletano. In quest'ultima lingua scrive una canzone molto provocatoria e vera. Sulle stesse note e lo stesso tempo da tarantella di Bocca di Rosa descrive la sudditanza delle istituzioni italiane alle mafie, praticamente quello che forse cominciamo a capire noi soltanto oggi, a trent'anni di distanza. Un secondino del carcere dove si trova rinchiuso il potentissimo boss della nuova camorra napoletana organizzata, Raffaele Cutolo, diventa una sorta di inserviente del malvivente, più colto di lui, più potente di lui, più elegante di lui. Il popolo italiano che porge il suo ossequio al criminale, in galera sì ma sempre vincente.

DON RAFFAE'

Chiudiamo la trattazione su Gaber eseguendo due pezzi: un monologo del 1981, da ANNI AFFOLLATI, e uno della fine degli anni '90, dall'ultimo spettacolo intitolato UN'IDIOZIA CONQUISTATA A FATICA, del 1997. Lo smarrimento dell'individuo è ormai totale, e Gaber lo rappresenta sottoforma di odio velleitario verso l'umanità e poi sottoforma di ritratto del conformismo a cui siamo arrivati, tutti belli contenti, come traguardo del 2000.

L'ANARCHICO (monologo)
IL CONFORMISTA

De Andrè invece ci lascia con il capolavoro di ANIME SALVE, del 1996. Potremmo dire con una canzone che anticipa di molto, come sempre, il dibattito sulla fragilità idrogeologica del nostro territorio, in particolare quello di Genova con le sue alluvioni. È sociale anche questo, anche questo è storia. Mia personale. I miei ricordi dell'alluvione del 1971, molto sfumati dall'infanzia. In realtà la storia questa volta è una storia d'amore... adulterino. C'è qualcuno che amoreggia con la moglie di Anselmo mentre intorno, in strada, scorre la fiumana d'acqua del Bisagno straripato, o meglio, come usa dire oggi... esondato. Ma in quella stanza, in quel letto, l'unione si compie, come se niente fosse, perché quei due, con il loro amore, sono momentaneamente lontani da tutto, al di sopra di ogni cosa...

DOLCENERA



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