Giardino violato - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Giardino violato

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GIARDINO VIOLATO


I


Nei primi tempi in cui abitai l’appartamento di quella palazzina sulla provinciale non mi accorsi del bar. Era ormai autunno e, come spesso mi succede, il mio sguardo sulle cose, ancor più sugli esterni, si faceva opaco, distratto, selettivo. Per settimane rimasi intento ad osservare l’interno delle stanze, curioso di svelarne ogni angolo. Gli ammobiliati non te li costruisci tu, quindi non finisci mai di conoscerli. Tende e suppellettili, stampe e rari manifesti alle pareti nascondono sempre variabili che impieghi molto tempo prima di mettere a fuoco. Quanto, poi, agli sguardi fuori dalle finestre, si rivelavano sempre proiettati lontano, alle montagne, al cielo. Il tutto governato dal frastuono intermittente ma continuo del passaggio dei veicoli sullo stradone proprio lì sotto. Le finestre e il balconcino che davano sul retro, invece, comunicavano una tranquillità di giardini e casette più basse, villette, qualche orto e un paio di stradine secondarie che per giunta qualcuno percorreva a piedi, in certe ore del giorno.
 No, il bar che si apriva con le sue due grandi vetrate proprio accanto al portone non mi era riuscito di notarlo. Ci volle del tempo. Mi resi conto che la cosa era strana solo quando, in quel bar, vi trascorsi un’intera estate, o meglio, me ne resi conto alla fine della stessa.
 Oltre il bar c’era una pizzeria. Quella sì, invece, l’avevo notata. Il primo giorno. Proprio varcando per la prima volta il portone, insieme alla padrona dell’appartamento che mi conduceva a visitarlo, avevo pensato di andarci a mangiare qualche volta. Ci avevo pensato mentre lei, per convicermi ad accettare di stabilire il contratto di affitto per sei mesi, mi decantava le qualità straordinarie della casa, la luminosità del terzo piano, il silenzio che si godeva nelle due stanze che davano sul retro.
 «Certo, mi disse, c’è la provinciale sul davanti. Passano molti camion. Ma ormai è in costruzione una superstrada che passa a qualche chilometro da qui e taglia fuori questo tratto, caotico per la presenza di un semaforo, più avanti. E poi, dopo un po’ ci si fa l’abitudine.»
 Era una donna ancora giovane, che in quell’appartamento aveva calcolato, anni prima, di costruirsi il nido con un tizio che poi si era squagliato per imprecisati motivi. Ripeteva che molta parte dell’arredamento era d’eccezione proprio perché era stato pensato per la sua futura famiglia, non per metterci dentro un inquilino facendo economia su ogni cosa, come avviene di solito. E naturalmente tendeva a far lievitare il prezzo dell’affitto mensile proprio in ragione della cura con cui l’interno era stato allestito. Ecco perché, sulle prime, era stata vaga circa la cifra.
 «Vedrai che gioiellino di casa… e poi mi saprai dire!»
 Aveva detto mentre guidavo con lei accanto verso la destinazione. Lo aveva detto col sorrisino di chi sa che ti sta proponendo qualcosa di speciale. Io le guardavo le gambe, belle sotto una gonnellina leggera leggera, ancora estiva, a fiorellini blu e bianchi. Non noto mai i vestiti, ma quella volta, mentre saliva le tre rampe di scale che portavano al piano, lei davanti a me, le fissavo con tranquilla insistenza il sedere in movimento e mi rimase impresso il disegno dell’indumento che lo copriva.
 Era piccoletta e ben fatta ma aveva un viso vecchio, ad onta del bel sorriso. Per certi aspetti sembrava una ragazzina sciupata, gradevole nonostante i molti anni che la facevano più grande di me. Anche nel suo atteggiamento e nel suo parlare vi era qualcosa di contrastante; ad esempio, la dolcezza puerile che dimostrava in determinati accenti della voce cozzava con un’ostentata e fastidiosa determinazione, una sicurezza di sé che finì per nausearmi. Provò a motivarla con qualche orgoglio, accennando al fatto di essere la più giovane di tre sorelle, la prima delle quali distante da lei ben quindici anni.
 «Ho dovuto imparare a farmi largo tra varie madri», sussurrò col sorriso di chi la sa lunga. «Andavo ancora alle elementari che mia sorella era già sposata, tra l’altro con un uomo molto più grande di lei, che quasi mi poteva essere nonno. Faceva il segretario comunale a Busto Arsizio.  Avrei dovuto essere viziata e invece, sembrerà strano, sono stata costretta a crescere prima del previsto. Avevo intorno un mondo troppo adulto e troppo difficile per permettermi di rimanere la piccolina di casa. Ho cercato subito i miei spazi e l’ho fatto con i denti di fuori.»
 L’appartamento mi piacque; lo diedi a vedere, da cretino come sempre, e lei sparò un prezzo tendente all’alto. E, come sempre, io: “Zì, badrona!”. Io che non sono bravo a fare affari e che mi comporto sempre come se le parole degli altri fossero per me verità inconfutabili. Non che lo pensi, intendiamoci; è proprio che non sono capace di contraddire, anche quando sento pronunciare bestialità inenarrabili. Poi passo giornate intere a ripetermi quanto le cose che mi dice certa gente siano false e stupide. Solo che, lì per lì, non lo so dire agli interessati, benché me ne renda conto immediatamente. E allora: “Zì badrona!”, derubami pure. Sono qui per questo.
 Mentre firmavo il contratto, quel giorno stesso, ripensavo a quello che mi dice sempre mio padre: “Aspetta, prima di accettare, senti qualcun altro, informati, valuta bene se è il caso o no, non avere fretta, cerca di scegliere, non lasciare che siano gli altri a scegliere in ogni occasione”. Io sono così pigro e pusillanime che mi lascio scegliere. Forse dovevo avere anch’io una sorella molto più grande di me e sposata con un pezzo grosso, magari con il presidente della Pro Patria. Allora sì che sarebbe stato tutto diverso. E forse, in quel giorno d’autunno, non sarei stato lì, in quel di Lecco, a sperperare i miei pochi soldi per un affitto stratosferico da elargire ad una persona che, a quanto mi era dato di capire, non ne aveva un gran bisogno ma sapeva fare bene i suoi affari. Accade quando l’oratorio di provincia fa l’elemosina alla cattedrale della città.
 Quindi firmando un furto perpetrato ai miei danni, un furto che avrebbe goduto di reiterazione mensile, cercavo di darmi più motivazioni che me lo rendessero quanto meno accettabile. Una era che la casa mi piaceva, e su questo non avevo dubbi. L'altra, ben più complessa e stupida, che  accarezzavo l’idea, andando a portare alla donna, mensilmente, la somma nella casa dove adesso abitava (glielo avevo proposto io stesso), di convincerla prima o poi, in una di quelle sei volte, a lasciarsi massaggiare il culetto. Non che ne avessi una voglia insopprimibile, e infatti non accadde, ma mi divertiva come idea, e in nome di quel divertimento tutto personale e vuoto, mi giustificavo con me stesso della fregatura accettata.


II


Quando il tale dell’alberghetto fuori mano ebbe letto le sue generalità, sul documento, abbozzò un sorriso che solo per educazione, e per convenienza professionale, sostituì una sguaiata risata. L’uomo se ne accorse e siccome aveva voglia di parlare disse, indicando la propria carta di identità in mano all’altro:
 «Ha letto giusto. Leopardo. Mi chiamo Leopardo Piattelli. Non sono mai riuscito a capire se mio padre, registrandomi all’anagrafe dopo la mia nascita, fosse ubriaco - ed era possibilissimo - oppure se davvero avesse intenzione di chiamarmi così. Di solito spiego che si è trattato di errore di scrittura e che il mio vero nome, all’origine, doveva essere naturalmente Leonardo. Ma non ci credo neppure io. Non è questione di una “n” o di una “p”. I miei hanno tagliato la testa al toro chiamandomi sempre Leo ma non hanno mai smentito la realtà felina, ferina e predatrice del mio nome di battesimo. Che poi pare che anche al battesimo ci siano state discussioni... »
 L’uomo che dietro il bancone, antistante la porta di ingresso, registrava i dati del cliente da poco giunto era il padrone dell’albergo. Dieci camere collocate in una palazzina ottocentesca, da antica villeggiatura valligiana, poco distante dal ciglio della statale, in una zona di campi, lunghi cascinali e qualche recente capannone. Ascoltò divertito le parole di quel signore di quasi  sessant’anni che parlava con la cadenza di quei posti ma, stando alla carta d’identità, dava l’idea di arrivare da molto lontano, nonostante non avesse un gran bagaglio. Aveva chiesto una camera per tre notti; cena e prima colazione. Era arrivato con la corriera e pareva non aver fretta di fare nessuna cosa.
 «Un nome vale l’altro, lo saprà meglio di me», concluse sistemando la carta di identità nella celletta corrispondente al numero della stanza di cui Leo aveva già ottenuto le chiavi. Il cliente fece l’atto di allontanarsi poi decise di ribadire alle parole dell’albergatore:
«Il fatto è che io del leopardo non ho proprio niente.»
«
Si meraviglia? L’altr’anno è stata qui una famiglia che aveva una ragazzina indiana, adottata, nera come la notte. L’avevano chiamata Clara. E Clara vuol dire Chiara!»
 «Però non è Chiara, c’è già qualcosa di diverso. Capirà, Leopardo… è proprio Leopardo!»
 «Signor Piattelli, noi serviamo la cena alle 19 e 30. Buon riposo e buona permanenza.»
Leo era un uomo magro, dal viso scavato, ma i capelli ancora tutti neri e una certa elasticità nei movimenti lo facevano apparire molto più giovane. Portava occhiali col cordino e vestiva in jeans e camicia.



III


Che al mio paese, per me, non ci fosse lavoro me lo sentivo ripetere da quando ero bambino. Avevo un diploma da perito industriale e come molti miei coetanei sapevo da sempre che il mio destino sarebbe stato al nord. L’epoca della grande emigrazione interna, delle masse rurali del meridione trasferite nelle aree industriali lombarde, piemontesi e liguri, era finita da un pezzo. Ora, dopo una pausa di qualche lustro, ne iniziava un’altra, più silente, più subdola. Perché almeno i nostri nonni straccioni avevano la soddisfazione di appartenere ad un brandello di storia, di essere riconosciuti come emigranti, di sentirsi dentro una generazione dal sogno comune, dal destino condiviso. Noi, ventenni alla fine del secolo breve, già chiuso prima del suo tramonto, eravamo schegge impazzite, numerose ma non troppo. Sicuramente non rumorose. Vestiti bene, grazie al lavoro dei nostri padri, che qualcosa di buono avevano combinato anche in meridione, negli ultimi quindici anni, ci trovavamo sbattuti qualche volta su un treno più elegante di quelli degli anni sessanta e settanta, molto spesso anche su un aereo, quasi sempre con la nostra macchina sulla principale arteria autostradale. Avevamo un diploma o una laurea in tasca e andavamo ad affrontare lavori precari con l’imbelle sicumera di chi va a fare il dirigente, di chi non cerca fortuna ma va a perfezionare il proprio successo.
 Io, a quel grande inganno, non avevo mai creduto ma non ero migliore di altri solo per questo. Come tutti i  miei compagni parlavo correttamente italiano e la mia inflessione del sud non poteva essere bollata di terronismo acuto in quanto era leggera, generica, elegante. Non so se anche gli altri sospettassero, come sospettavo io, che rispetto ai nostri nonni cafoni e straccioni, noi avevamo tutto di più tranne una cosa: le prospettive.
 Non siamo partiti con la valigia di cartone ma con qualcosa di ben più pesante. Nella fattispecie il mio caso contemplava una serie di abboccamenti con un certo avvocato della mia città,  uno con cui mio padre, impiegato postale, aveva avuto dei contatti in passato, per motivi che in gran parte ignoro, o mi sforzo d’ignorare. Un giorno arriva una telefonata di convocazione, vuole vedermi da solo, senza mio padre. Ci vado e mi dice tutta una serie di cose, da una lunga tirata retorica sul “nostro sud” alla predica su ciò che si deve essere pronti a sopportare, con sacrificio e fiducia, quando non si hanno altri mezzi o altre possibilità, eccetera. Mi comunica che avrebbe pensato a collocarmi al nord, in una fabbrica di materiali plastici, controllata da alcuni compaesani molto in gamba. Per sei mesi, forse un anno. Poi aggiunge che c’è la possibilità di qualche servizio extra che mi potrà essere di grande aiuto. Il resto si vedrà.
 Avevo qualcosa più di vent’anni, già fatto quel poco di servizio di leva che ancora rimaneva, all’epoca, e non feci altre domande. Mi bastava. Partii senza grossi rimpianti, vestito come tutti i giovani italiani. Avevo un’elegante valigia con trolley e ruotine che sembrava camminasse da sola, tanto non mi pesava benché fosse strapiena.
 Cominciai a lavorare in fabbrica con la faccia di chi non pensa a niente e mi godevo la solitudine. Non cercavo amicizie. La nuova vita mi divertiva da sé. Non mi pesava neppure la domenica, quando non lavoravo, starmene in quella casa al terzo piano di una palazzina rossa di mattoni a vista, tutto solo dal mattino alla sera. Dell’autunno conobbi poco perché venne subito freddo e non avevo voglia di andare a girare per poche ore di luce. Vivevo come segregato, ascoltando musica o leggendo davanti alla tivù accesa, oppure restandomene alla finestra a guardare il traffico della provinciale.
 Era proprio la mattina di una domenica quando, dopo colazione, mi misi a fumare davanti alla finestrella dell’ingresso, che dava sul retro del palazzo. Un pallido sole riscaldava l’aria e potei tenere la finestra aperta. Fu lì che avvertii un suono a cui non sapevo dare spiegazione. Era come un richiamo, o un lamento, ripetuto, insistente. Sulle prime non capivo cosa fosse ma ascoltando con più attenzione, approfittando del silenzio quando a tratti si faceva più intenso, mi riuscì di distinguere che quel suono lamentoso era la voce di una donna che chiamava un nome, anzi, un cognome.
 «Rottigni! Rottigni!»
 La voce pronunciava quel cognome ad intervalli regolari, una prima volta più piano, poi, dopo un breve intervallo – sempre uguale, come calcolato – più forte ma non tanto da lasciar pensare che quel Rottigni potesse essere molto lontano. Seguiva una pausa anche di cinque o dieci minuti e poi ricominciava, nello stesso identico modo:
 «Rottigni! Rottigni!»
 Continuavo a non vedere chi pronunciava quella parola, con voce incerta, tremula, quasi rotta da un pianto strano, a metà tra lo stupore e la richiesta d’aiuto. Un po’ mi faceva ridere e un po’ m’inquietava. Chiusi la finestra e andai a fare altro. Eppure fino a sera ebbi stampata nella mente, come una registrazione ossessionante, come il ritornello di una canzone stupida, quella voce e quel cognome. Andando a letto mi venne da imitarla, a bassa voce, con lo stesso tono flebile e il medesimo intervallo tra il primo e il secondo richiamo.
 «Rottigni!» Pausa. Poi, leggermente più forte, quasi avessi intravisto la persona cercata e ne reiterassi l’appello in sua presenza: «Rottigni!»
 Inutile dire che, il mattino successivo, svegliandomi, il primo pensiero fu ancora rivolto a quella voce, alla ripetizione di quel richiamo. E così anche mentre facevo colazione, mentre mi preparavo ad andare in fabbrica, mentre lavoravo al bancone in mezzo agli altri. In un film americano qualcuno sarebbe andato in analisi per molto meno.



IV


L’uomo di buon mattino uscì dalla verandina dell’albergo. Studiava il cortile di ghiaia che immetteva al parcheggio. Fiutava l’aria di quell’estate giovane e confermava l’impressione di non aver fretta di fare nulla. A passi lenti esaminò il vialetto che circondava l’albergo, tra brevi aiuole erbose e ben curate, alcuni alti pini agli angoli, numerosi cespugli di ortensie. Proprio uno di quelli, sul retro dell’edificio, stava bagnando il padrone dell’albergo, mentre l’altro lo osservava un po’ discosto. Il sole non era ancora sorto da dietro il bosco che ornava le alte colline e l’aria era fresca, ma il cielo terso annunciava una delle più nitide giornate luminose che l’anno concedeva con parsimonia irritante a quella valle d’Appennino.
 L’albergatore, con la canna in mano, dosava la pioggia d’acqua lasciandola sbattere ora sull’una ora sull’altra delle larghe foglie d’ortensia. Produceva un rumore fresco come l’aria, quasi  il continuo sfogliarsi di un giornale mosso dal vento. Con la coda dell’occhio scorse l’uomo e senza voltarsi disse:
 «Queste blu le ha piantate il padre di mia moglie, credo mezzo secolo fa. Devono aver trovato una vena di ferro perché continuano a produrre questi fiori colore del cielo. Mia moglie, ogni settimana d’estate, ne taglia tre, i più belli, e li porta al cimitero, sulla tomba del padre. È mancato tre anni fa, di questi tempi.»
 «È per un giardino come questo che io adesso sono qui», disse l’uomo avvicinandosi. L’albergatore allora lo guardò, mentre meccanicamente strappava ciuffetti di erbacce dal cordoncino di mattoni che conteneva il letto di terra delle aiuole fiorite. Attendeva il seguito, ma l’uomo non disse altro. Sedette invece su una seggiola in ferro battuto, ben piantata nella ghiaia, e si mise a fumare. L’albergatore proseguì nel lavoro di giardinaggio e si trovò stupito dall’atteggiamento di quell’uomo. Il giorno prima ne aveva avuto un’impressione di persona faceta, allegra, di pronta battuta. Ora lo vedeva pensoso, buio, e non lo avrebbe sospettato. Riprese a parlare soltanto dopo qualche lungo minuto, e non perdeva un solo movimento dell’albergatore intento alle piante.
 «Sa che quando ero bambino questo albergo è stato lì lì per diventare la casa della mia famiglia? Ricordo ancora come un sogno, avevo quattro anni, il giorno in cui siamo venuti a visitare questa palazzina. Era disabitata da anni. A me piacque, per quello che poteva valere il mio giudizio, e anche a mio padre. Mia mamma invece la giudicò troppo tetra. Venivamo dalla città. A mio padre  i posti così sono sempre piaciuti e volle sistemarsi in questa valle, per lasciare la città solamente ai suoi affari e vivere in mezzo alle colline, simili a quelle dove era vissuto lui da piccolo, in Umbria. Oddio, simili… lui, ci trovava qualcosa di simile.»
 L’albergatore chiuse l’acqua da un rubinetto nascosto sotto un basamento di pietra e piantò lì il suo lavoro. Andò a sedersi su un grosso sasso sporgente dal terreno, nei pressi dell’uomo.
 «E così vi siete sistemati da queste parti?»
 «Sì», continuò l’uomo, sollevato per l’interesse che aveva suscitato, forse inaspettatamente, «il giorno stesso, dopo aver visitato questa villa, ne avevamo da vedere un’altra proprio a San Sebastiano. Decisamente più piccola ma dentro il paese. Mia madre scelse quella perché riteneva che fosse troppo azzardato il passo da una grande città, dove era sempre vissuta, ad una dimora sperduta tra prati e boschi, sul ciglio di una statale che allora era davvero poco battuta. Pensi che quando arrivammo in paese eravamo ancora tra i pochi ad avere l’automobile. Parliamo di inizio anni cinquanta del secolo scorso. A me piacque anche quella perché c’era lo stesso un bel giardino, benché molto più piccolo di questo. C’erano già le siepi di ortensia che poi mio padre avrebbe curato per decenni, proprio come faceva lei fino a qualche minuto fa. E come ho fatto io stesso per molto tempo.»
 «Adesso non lo fa più? Perché?» Chiese l’albergatore. L’uomo tirò una boccata, sofferente anche se cercava di mascherare.
 «Adesso il giardino non c’è più.»
 Disse, non riuscendo a dissimulare una forte cupezza della voce, e non andò avanti. Tornò a guardarsi intorno, ad osservare il bellissimo ed austero villino che funzionava da albergo.
 «Sapesse quante volte, bambino, passando per questa strada, in macchina con i miei, ho sentito mio padre lodare le caratteristiche di questa palazzina e mia madre ribadire che la trovava arcigna, triste. Io stesso, da ragazzo, girando con la moto per la valle, amavo fermarmi sulla statale proprio qui, davanti al cancello, e guardare quello che era già diventato un albergo. Mi sono sempre chiesto che razza di clienti potesse avere un albergo così, piantato in mezzo al nulla, nel posto in cui forse starebbe meglio un distributore di benzina, o un motel da film americano, dove come minimo accadono cose losche e misteriose… no, non se ne abbia a male. Sono pensieri di quand’ero ragazzo, sono giochi della mente giovane. Allora qui intorno era un nulla fatto di prati, cascine, boschi, il fiume ad un passo. Sapevo però che ci sarei venuto io, prima o poi, a passare qualche giorno, qui. Come e quando no, non lo sapevo e non avrei mai potuto immaginarlo, ma me l’ero promesso. E forse le promesse che uno fa a se stesso quando è giovane e va in moto, con l’aria sulla faccia, senza casco come usava allora, prima o poi qualcosa, o qualcuno, gli fornisce lo spunto per mantenerle.»
 «In effetti, osservò l’albergatore, i primi tempi in cui mio suocero aprì l’albergo i clienti non erano molti. Qualcuno gli aveva dato anche del pazzo, per questo. Al contrario lui aveva visto giusto. Sapeva che, di lì a qualche anno, avrebbero costruito l’autostrada. Eccola laggiù, a mezza costa, sull’altro versante della valle. I lavori andarono avanti per quasi un decennio e qui alloggiavano ingegneri, architetti, edili, camionisti. Anche gli artificieri, che facevano brillare le mine per bucare la montagna. Le gallerie… i trafori, li chiamavano…»
 Leo sorrise, al gesto dell’albergatore di indicare l’autostrada. Gli sembrò strano, come se uno sconosciuto gli indicasse la via della sua casa, o gli presentasse un parente stretto.
 «Quei botti li ho sentiti tutti, uno ad uno», confermò soffiando il fumo dalle narici. «Li contavamo con i miei amici. Avevamo sui vent’anni ma ci faceva un’impressione tremenda che aprissero quei crateri in mezzo ai boschi, alla terra delle colline, nella pancia dell’Appennino.»
 L’uomo sorrise di nuovo, come per un ricordo buffo che stentava a inserire nella conversazione.
 «Ero adolescente quando mi promettevo che, andando via dal mio paese, sarei venuto a stare qui, in questo albergo. All’epoca mi girava nella testa una frase, stupida peraltro: “Chi va via davvero non va lontano”. Se mi saltava il grillo di abbandonare la mia famiglia, e accadeva praticamente due volte a settimana, sarei diventato avventore di questo albergo. Stesso clima, stesso paesaggio, stessa valle. Ma forse in più la possibilità di serbare un anonimato che, fantasticavo, l’albergo mi avrebbe consentito. Chissà perché uno sogna di andare a vivere in un albergo. Magari per i film che si vedevano una volta, oppure perché da ragazzi non si immagina di potersi organizzare la vita in altro modo, e si ha bisogno di qualcuno che ci gestisca le incombenze quotidiane ma senza intromettersi. Un anonimato che non conosce ficcanaso.»
 «E invece la prima cosa che si chiede, noi albergatori, è il documento d’identità. L’ultima… il conto da saldare.» Rise l’albergatore. L’uomo lo osservò serio e solo dopo un certo tempo agitò le spalle in una ghignata tutta interna, tutta sua, e aggiunse:
 «Con quali soldi avrei voluto divenire cliente di questo albergo, a sedici anni, non lo so. A malapena racimolavo quelli per la moto. Poi viene il tempo che i soldi li hai e certe cose non ti va più di farle. E invece, sopraggiunta la vecchiaia, qualcosa o qualcuno, dicevo, ti spinge a rispolverare l’antico sogno bislacco e lasciarlo avverarsi quasi per caso.»
 «E lei, chiese l’albergatore, in questo è stato spinto da qualcosa o… da qualcuno?»
 «Ah, tutt’e due!» Esclamò pronto l’uomo. «Avevamo un giardino bellissimo. La nostra palazzina era in pieno centro, cinquanta metri alle spalle della piazza, in una di quelle vie che si arrampicano sulle colline per raggiungere i borghi dell’alta valle. Era cintato da un muro ottocentesco, grigio, con i pilastrini di pietra ai bordi del cancello. Ma dalla strada, passando a piedi, lo si poteva osservare tutto. Non era uno di quei bunker che usano adesso, con siepi alte due metri e fitte come tappeti, per nascondere al passeggio lo sguardo. Chi passava vedeva il nostro giardino e noi vedevamo la gente passare. Stare in giardino, per me, era come essere dentro e fuori nello stesso tempo. Gli amici mi raggiungevano con un fischio, addirittura con un’occhiata. E quando non c’erano gli amici c’era il giardino, a riempire le mie giornate. Certo, dalla strada alcuni angoli non erano visibili, così fin da bambino mi abituai al gioco di appartarmi proprio in quegli angoli, quando non avevo voglia di gente, di esterno. Su un fianco, ben protetto dal muro di cinta, che in quel punto  era alto per separarci dalla palazzina accanto, c’era un nocciolo e sotto un bel fazzoletto di erba, curata ma non pettinata, come certi giardini imbalsamati di oggi, stile aiuola di centro commerciale. Era erba qualunque, un po’ rada e variopinta di fiorellini diversi secondo la stagione, e trifoglio, menta selvatica, alcune chiazze di terra. Io giocavo spesso lì. Era un mondo. Sia per le macchinine quando ero piccolo, sia per le mie letture dopo, le mie sciocche contemplazioni di ogni minima variazione stagionale. Sembra assurdo ma in tanti e tanti anni di vita in quel giardino, nulla ha mai smesso di sorprendermi nelle manifestazioni di quell’erba, nelle ombre che il nocciolo procurava, nel modo che aveva il sole di batterci sopra, sempre diverso secondo l’ora del giorno e secondo il periodo dell’anno. E in fondo, per questo, sempre uguale. Quello era il mio angolo, tra il nocciolo e il capanno degli attrezzi e della legna per l’inverno. Addossato al muro della casa, sul fianco, avevo costruito io stesso un rozzo sedile di pietroni di fiume piatti e levigati, che accoglieva i miei glutei più volte in una giornata, sia nella buona che nella cattiva stagione. Credo di non essermi sposato per non dover abbandonare quella consuetudine. Con Marta, la mia ragazza di allora, ho fatto l’amore per tre anni. Poi lei si è trasferita in città e pretendeva che la seguissi. Vai vai, le ho detto. Poi vengo. Devo ancora raggiungerla adesso, che sono passati quarant’anni.»
 E tacque ancora. L’albergatore attese un tempo ragionevole e tornò all’attacco; per lui era diventata una questione di principio.
 «Sì, ma che fine ha fatto questo giardino non me l’ha ancora detto, signor Leo. Ne parla al passato come se fosse stato inghiottito dalla terra.»
 A quelle parole l’uomo si scosse. Fissò l’altro con gli occhi lucidi, vitreo in volto. Poi annuì con forza prima di dire:
 «È andata proprio così, caro signore. E non mi do pace.»
 «Non mi risulta» fece l’albergatore sottolineando un paradosso ironico con ampi ammiccamenti «che ci siano stati crolli, o sprofondamenti a San Sebastiano. Lo saprei. Ci vivono mio cognato e mia sorella.»
 «Lo so.»
 «Li conosce?»
 «A San Sebastiano tutti si conoscono. E poi io ricordo bene suo suocero.»
 «Quindi lei ha vissuto là, fino a ieri?»
 «Non esattamente. Manco da un po’. È probabile che ci torni tra qualche giorno. Quando avrò esaurito l’esaudimento di questo mio sogno giovanile, che per il momento mi chiama in questo suo albergo. In particolare il giardino, qui, mi fa sentire un po’ come in quello della nostra palazzina. Ci sono gli stessi profumi. Le pietroline e la terra, tra le chiazze d’erba, hanno gli stessi colori, dal bruno, al grigio, all’azzurrino, come il letto del nostro fiume in miniatura. Ha mai notato che, a vederlo dall’alto, il nostro fiume pare circondato dalla stessa ghiaia che abbiamo nei giardini? Certi angoli del mio giardino sembravano il diorama in scala del letto del torrente.»
 Una donna arrivò a chiamare l’albergatore che sbuffando si congedò dall’uomo. Questi rimase ancora qualche minuto a guardarsi intorno, a bere gli accesi colori delle ortensie già mature e a studiare i boccioli verdi di quelle che sarebbero fiorite di lì a qualche giorno. Poi si alzò, uscì dal giardino dal lato dei prati e prese la strada verso il bosco scomparendo per tutta la giornata.


V


Ad aprile era ancora freddo. Il signore che mi abitava sopra, mentre entravamo insieme nel portone una sera, imbaccuccati esattamente come tre mesi prima, ci tenne ad avvertirmi che si trattava di un caso straordinario.
 «Sta facendo freddo in tutta Italia. Beh, certo, forse non dalle tue parti, ma qui, solitamente in questa stagione si sta già bene. Si dice che l’inverno freddo ha la coda lunga, e questo inverno è stato un inverno per davvero.»
 Me ne ero accorto. A gennaio aveva nevicato una volta ogni tre giorni. Poi non è che la neve si fermava e rendeva bello il paesaggio. No, finito di nevicare pioveva, la temperatura si alzava di qualche grado giusto per rammollire la neve che si era depositata a terra. Era bianca sopra e trasparente sotto, bastava metterci un piede e si affondava nell’acqua. Una poltiglia infame. Alle cinque del pomeriggio, fatto buio, tutto quel pantano iniziava a gelare e creava una patina grigiastra e brillante su strade e marciapiedi. Nei due giorni successivi era ancora più freddo ma non c’era l’ombra di una nuvola. Un sole inutile stordiva la vista per due o tre ore, rendendo tutto fastidiosamente abbagliante, e poi scompariva. La mattina del terzo giorno mi svegliavo che nevicava di nuovo. Una fitta caduta di aghi ghiacciati portati dal vento. A mezzogiorno venivano giù falde grosse che cominciavano a fermarsi sulle macchine e nel tardo pomeriggio di nuovo pioggia e poi pantano e gelo.
 Nonostante tutto questo, un giorno che facevo solo il turno di mattina, me ne andai sul lago col treno, sotto una bella nevicata. Il panorama per un paio d’ore fu bellissimo, e me lo godetti, da Mandello. Rimasi davanti al molo di attracco dei battelli ad osservare il blu cupo del lago che contrastava il bianco delle montagne. Poi venne buio quasi di colpo e non si vedeva più nulla. Mentre tornavo a casa pioveva di nuovo.
 Dopo pochi giorni, il sole d’aprile, tornato nel cielo, si dimostrò particolarmente insolente, come incollerito per la lunga attesa. I giardini delle ville e delle palazzine erano tutto un fiorire di cespugli gialli e il caldo iniziò di colpo. Mi coglieva nel letto al mattino, facendomi risvegliare sudato come non ero più abituato a fare da mesi. Fu una sorpresa tutto sommato piacevole ed era bello uscire di casa a giorno fatto, benché non fossero ancora le sei.
 La Pasqua cadeva alta e grazie ad un ponte abbastanza lungo potei scendere a casa dai miei per qualche giorno.
 «Vai a trovare l’avvocato, appena puoi», disse mio padre. «È anche il caso che tu non vada a mani vuote.» Sapevo di avere un dovere di riconoscenza e, con grande fastidio, dopo previa telefonata, mi presentai nello studio in uno dei pochi giorni feriali che avevo prima di tornare a Lecco.
 «Ti trovi bene? Frequenti?» mi chiese l’avvocato mentre, seduto alla sua grande scrivania,  prendeva un caffè con delle paste, producendo insopportabili rumori e scricchiolii con la bocca. Gli dissi che mi trovavo bene ma che non frequentavo nessuno. Lui rimase silenzioso, tirò su col naso un paio di volte, si forbì la bocca con un fazzolettino. Dopo un tempo lungo proseguì.
 «Me lo hanno detto che fai vita riservata. Sempre in casa. E mi hanno detto che lavori bene. Non hai legato con gli altri? Boh! Meglio. È strano, alla tua età ma… meglio. Meglio così.»
 La parentesi in famiglia fu presto un ricordo lontano. Entravo in quella condizione per cui non appartieni più ai luoghi di un tempo ma quelli del tuo presente ti rimangono comunque estranei. Qualcuno mi aveva avvertito che si trattava di un destino comune a molti. Non a tutti ma a molti sì. E io non avevo idea di come sarebbe andata a finire, ma non m’importava più di tanto. Stavo bene, avevo i soldi per vivere e per andare, una volta al mese, a trovare la mia padroncina di casa dal culetto parlante per pagarle l’affitto. Con la primavera non mi riceveva più nel grande soggiorno della villetta, dove viveva da sola, ma direttamente in giardino, sotto una tettoia di ferro battuto e legno. C’era un profumo accattivante, di siepi in fiore, e lei, dicendomi quattre balle per non far vedere che mi liquidava in fretta e furia appena ricevuto il dovuto, andava avanti e indietro facendo svolazzare le sue gonnelline leggere. In quei momenti sì, che mi sarebbe piaciuto essere un altro, una persona diversa, in grado di fare qualcosa di divertente per riuscire a portarmela dentro e giocare un po’ con le sue coscette di matura porcellina, confidando nella mia piacevolezza di giovanotto fresco e malandrino. Invece mi limitavo ad immaginare tutto, in tre o quattro lampi mentali che mi facevano ridere dentro di me e mi stancavano quasi subito. Infine cercavo una scusa per andarmene al più presto.
 A maggio il lavoro in fabbrica crebbe e dovetti fare molte più ore, ma le giornate erano ormai lunghe e mi ritagliavo sempre qualche spazio di svago nella giornata. Per esempio, la sera, prima di cena se uscivo presto oppure dopo, passavo almeno un paio d’ore al bar sotto casa. Avevano messo i tavolini fuori, sull’ampio marciapiede, e molte piante che proteggevano dal rumore della strada, comunque lontana oltre una fascia di parcheggi. Leggevo, bevevo qualcosa, mi osservavo intorno. Settimana dopo settimana mi accorsi che gli avventori del bar tendevano, ciclicamente, ad essere sempre gli stessi. Mi divertiva, più di tutti, Nello, un cinquantenne dagli occhi storti che tampinava senza ombra di speranza la figlia della padrona, signorinetta dall’aspetto nell’insieme piacevole ma dal gran nasone adunco. Si chiamava, o la chiamavano, Baby ed era una che si lamentava sempre. Era anzi come sempre affannata, sempre preoccupata di qualcosa. Arrivava tardi a lavorare al bar e se ne andava presto, trafelata così com’era venuta.
 Chi era sempre presente, dalle prime ore del mattino alla sera tardi, quando il bar, prima della mezzanotte, chiudeva, era sua madre Nora, la padrona.
 «Ho solo questa figlia», mi disse una sera mentre pagavo per tornarmene su in casa, «perché tutti gli altri mi sono morti prima di nascere. Ben cinque. Arrivavo all’ottavo mese di gravidanza, mi arrivavano le doglie e mi morivano. I mesi buoni per partorire sono solo il nono ed il settimo. Quando hai le doglie all’ottavo finisce male.»
 Io mi difendevo da confidenze di quel genere buttando lì qualcosa del mio paese, ma non avevo granché da dire. Lei commiserava maternamente la mia distanza dai familiari e mi faceva sorridere. Mi piaceva quell’interessamento, anche se, a vivere a distanza, ci stavo come un topo nel formaggio.
 «La mia Barbara è sempre stressata. Quando studiava era un disastro perché trasmetteva l’ansia a tutti. Adesso sta con Giulio e non sanno neanche loro se vogliono sposarsi, andare a convivere o cos’altro fare.»
 Io confrontavo la situazione di Barbara, stressata, con quella di Anna, una ragazza che lavorava nel bar e doveva avere pochi anni meno di lei. Era sempre sorridente e si faceva un mazzo enorme, senza fiatare, senza mai attaccare bottone con nessuno. Certo l’avevo notata una mattina che lavava le vetrate del bar ed era sulla scala. Non finivo più di vedere cosce e me n’ero andato turbato. Era particolarmente carina. Non mi sarei stupito se mi avessero confermato che quell’abbigliamento provocante le era stato suggerito da Nora, per richiamare qualche cliente in più. Di Anna adoravo però quel suo non far pesare nulla, nemmeno la sua fisicità o gli indumenti arrapanti. Fui scioccamente fiero, alla fine di tutto, per non aver scambiato neppure una parola con Anna. Non la scambiai nemmeno con Barbara, se è per questo, ma lì la fierezza non c’entrava. Detestavo quella giovane viziata. Ascoltando inevitabilmente i discorsi che faceva con altri avevo appreso che addossava metà delle colpe della sua condizione “stressata” al padre, assente, inesistente, scomparso alla chetichella, da astuto volpone, dall’orizzonte di Nora e del bar quando lei era bambina. L’altra metà della colpa era, com’è prevedibile, atribuita da “Baby” alla madre, per i motivi più futili e più banalmente quotidiani: il vestito non cucito per tempo, il pranzo non pronto come doveva essere, la ragione data a Giulio in una delle tante litigate di coppia. Giulio, per la cronaca, non lo vidi mai al bar. La sera veniva a prenderla per portarla in qualche locale ma non scendeva mai dalla macchina. Parcheggiava un gigantesco fuoristrada sul ciglio dello stradone e stava dentro ad ascoltare musica a tutto volume, attendendo impaziente l’uscita di Barbara che, agitata e scomposta come sempre, iniziava tre quarti d’ora prima dell’appuntamento a seminare lo scompiglio nel bar, da cui usciva, puntualmente, in solenne ritardo. Si allontanavano poi a tutta velocità, litigando.
 Infine mi faceva impazzire il vecchio Righetti che compariva all’ora della pisciata del suo cane. Zorro, si chiamava. Era un bastardino grasso come un porco, impedito nei movimenti da quella che doveva essere, come minimo, un’artrite deformante, ma anche il ventre obeso, su cui la pelle era tirata come quella di un tamburo, doveva avere le sue responsabilità; non piegava nemmeno le articolazioni delle zampe, le slanciava in modo goffo, una dopo l’altra, con sapiente e sofferta lentezza. Sembrava procedere costantemente a scatti. Mi ricordava una pecora da presepe antico, quelle ricoperte di vera lana che, col tempo e con l’umidità, si erano gonfiate ed annerite. Righetti parlava molto con Zorro, anzi, con “Sorro”, come diceva lui, pronunciando una esse sonora che mi mandava in visibilio; era privo di qualche dente, Righetti, e spesso litigava col cane in dialetto, dicendogli non so che insolenze. Il cane reagiva con una compostezza invidiabile, osservandolo con occhi suppplici eppure non privi di una loro dignità. Sembrava in ogni caso riconoscente per le pur ruvide attenzioni che riceveva dal padrone.
 Una sera che Righetti era seduto ad un tavolino vicino a quello dov’ero io, passò una cagnetta e Zorro, immobile come sempre sulle sue zampe irrigidite, trovandosela a portata di muso e non dovendo fare quindi troppo sforzo, le diede una potente annusata sotto la coda. La cagnetta s’inviperì iniziando a sbraitare.
 «Cosa fai, scemo! Cosa fai, che sei castrato!»
 Mi spiacque che Righetti ricordasse alla bestiola questo particolare spiacevole. Mi spiacque ancor di più perché aveva pronunciato la frase ad alta voce, violando quello che, credo anche per i cani, sia un giusto diritto alla privacy, soprattutto in merito a certe questioni così delicate. Ma fui sollevato dalla reazione di Zorro: lungi dal dimostrarsi offeso per quelle parole che per lui, come tutte le altre che Righetti gli diceva, non dovevano avere alcun significato, se non quello dei suoni, più o meno gradevoli, scondinzolò soddisfatto per aver importunato con successo la cagnetta e per avere comunque attirato su di sé l’attenzione del suo padrone. Una sana annusata di terga non si dovrebbe negare a nessuno. Nemmeno ad un castrato.
 Forse rammentai inconsciamente l’accaduto di quella sera quando, qualche settimana dopo, di ritorno dalla piscina comunale dove andavo a fare una nuotata e a trascorrere qualche ora sotto il sole, accarezzai ripetutamente le gambe di Anna mentre posava sul tavolino la bibita che avevo ordinato. Ero pronto a qualunque sua reazione, anche la più violenta. Invece sorrise, sistemando il bicchiere senza guardarmi. Allora, serio, risalii con la mano più sotto la sua gonnellina rossa e lei, sempre sorridendo e questa volta guardandomi dritto negli occhi, senza fiatare, prese con la sua la mia mano e la allontanò con decisione. Mi era andata decisamente meglio che a Zorro: lei, ad esempio, non aveva abbaiato. E poi io non ero mica castrato, dai!
 Da quella volta notai con stupore che Anna mi trattava con maggiori riguardi; mi sarei atteso un comportamento sostenuto, oppure qualche occhiataccia, invece nulla. Era dolcissima come sempre ma in più sembrava essersi accorta che c’ero anch’io. La cosa non mi procurò alcun effetto. Tenevo tutto sommato poco alla sua attenzione, tanto che altre volte, tornando fresco e ringalluzzito dai miei pomeriggi in piscina, evitavo di fermarmi al bar e salivo direttamente in casa, a scanso di  complicazioni imponderabili. Chi mi avrebbe restituito, altrimenti, quella pace gustosa di aggirarmi per la casa tutta mia, padrone del mio tempo e della frescura che vi albergava nei tardi pomeriggi di inizio estate?
 Dopo cena facevo quattro passi verso il centro affollato e me ne andavo sul lungolago, con un gelato. Le luci della costa e quelle dei traghetti in lontananza mi riempivano lo sguardo. Tornavo presto perché, se nel pomeriggio ero stato in piscina, era segno che in quella settimana avevo il turno di mattina e la levataccia dell’indomani mi pesava e mi preoccupava. Un’estate che principiava così non era comunque da buttare.


VI


«Tra una cosa e l’altra lei non mi ha ancora detto che fine ha fatto il suo giardino», chiese il padrone dell’albergo.
 «Una brutta fine» rispose grave Leo. Dopo cena erano usciti a fumare, seduti sotto uno dei fiochi lampioncini che illuminavano il retro dell’albergo, contrastati con successo dalle intermittenze verdognole, in movimento, delle lucciole, intorno.
 «La zona a monte della mia casa è addossata al costone roccioso che sovrasta il centro del paese. Sopra il capanno degli attrezzi, il muro di cinta si perde in una residua boscaglia, stretta tra antiche costruzioni che ci sono ai lati, che salgono verso la zona del convento e del castello di San Sebastiano. Da quel po’ di boscaglia, in sere come questa, scendevano le lucciole anche lì. Non molte, a onor del vero, non come qui che siamo in aperta campagna, ma qualcuna mi era dato di vederla da vicino anche se la sera rimanevo nel giardino di casa. Soprattutto quando ero bambino costituivano per me una gran consolazione, un premio. Segnalavano l’inizio delle vacanze, sancivano l’arrivo del caldo, i periodi in cui il paese si riempie di vita, per le feste d’estate, per l’arrivo dei villeggianti, per tutta una serie di cose che durante l’inverno era impossibile fare e che per me hanno sempre avuto una grande importanza. I bagni al fiume, le serate a fare tardi in piazza, o a giocare nei vicoli con gli amici, le mattine fresche e gradevoli, passate magari proprio lì, in giardino, ad osservare con stupore la presenza dei fiori nel punto dove, fino a solo un mese prima,  c’era ancora il residuo di un alto mucchio di neve spalato dal vialetto d’ingresso alla casa.»
 L’albegatore si accorse che Leo, parlando, aveva gli occhi in continuo movimento, come se cercasse di afferrare, più con lo sguardo che con il ricordo, tutte quelle immagini che rievocava. Erano sempre fortemente visive, le cose che diceva quell’uomo. Faceva impressione capire quanto ci fosse dentro con il pensiero in cerca di una luce.
 «Io ho un fratello», disse poi cambiando tono, facendosi meno sognante, più esplicito e secco, «che è più giovane di me di dieci anni. Ha una visione della vita completamente diversa dalla mia. Intanto lui lavora ancora, mentre io sono andato in pensione tempo fa, ma forse questo non conta più di tanto. È che lui ha sempre avuto la ragione del mondo dalla sua parte. Ha saputo fare, credo molto meglio di me, le sue scelte e non ha mai sbagliato. Determinato, al passo coi tempi… abbiamo avuto poco dialogo in tutta la nostra vita, per essere due che hanno vissuto sempre sotto lo stesso tetto. Aveva più di quarant’anni quando si è voluto sposare. I nostri genitori erano già morti e si è sistemato in quella nostra casa con la moglie. Hanno fatto appena a tempo a fare un figlio che si sono separati e la moglie se n’è andata. Non che sia stata una gran perdita. Era una stronza la moglie. Era un po’ come lui. Mi trattavano alla maniera di un pargolo viziato, di un povero scemo che tolleravano solo per non doversi imbarcare in difficoltà più grosse. Se mi rivolgevano parola era solo per dirmi: “Senti, questa casa ha bisogno di una profonda ristrutturazione. Dobbiamo realizzare l’intercapedine per proteggerci dall’umidità”, ma io facevo finta di non aver sentito. Poi tornava alla carica magari la moglie: “Scusa, ma il garage ce l’hanno tutti. Non possiamo continuare a tenere le macchine fuori, con tutto questo spazio che c’è intorno alla casa. Già che scaviamo per l’intercapedine, facciamo i fondi così vengono fuori i box e anche una tavernetta”. Insomma, bussavano a soldi perché un lavoro di quel genere, da soli, non riuscivano a farlo. Mi facevano pesare che io ero solo e mi lasciavano intendere che… insomma, cosa te ne fai dei soldi? Mi ci faccio i cazzi miei, mi ci faccio… rispondevo. Come tutti. Ma pesava su di me, come un macigno, il fatto che, per le regole del mondo, la ragione fosse dalla loro parte. Era vero, in tutte le palazzine simili alla nostra, nel paese, avevano fatto quei lavori di sbancamento e, dove prima esistevano antichi ed ombrosi giardini, di realizzazione ottocentesca, erano comparsi scivoli in cemento di ingresso ai box sotto la casa. L’unica cosa che non sono riusciti a fare è mettermi le mani nelle tasche, e per un po’, a fatica, ho resistito. Ma io non mi so imporre e alla fine tutto era contro di me. Difendevo una partita persa. Poi si sono separati e per un paio d’anni sono andato avanti tranquillo, sembrava che il peggio fosse passato. Invece, qualche tempo fa, quell’asino di mio fratello ha messo in piedi sul lavoro un affare importante e si è trovato con i soldi in mano. Sistemate le questioni del divorzio, che gli sono costate una cifra, gli è rimasto ancora tanto denaro sufficiente per realizzare quei lavori che voleva nella nostra casa. È tornato alla carica, questa volta non per chiedermi soldi ma per ottenere la mia approvazione, come comproprietario della casa. E io non gliel’ho data, né gliel’avrei data mai.»
 «Ma…?» Incalzò l’albergatore.
 «Esatto. Ma. C’è un “ma” disgraziato che ha buttato all’aria tutta la mia esistenza, fatta di quelle piccole cose che ormai, lo capisco, non possono contare più niente per nessuno. Ci sono questioni di “forza maggiore” alle quali, se cerchi di opporti, vieni trattato da cretino, o appunto da pargolo viziato che è impossibile far ragionare. La ragione è sempre un’altra. Poco importa che io, per non scontrarmi con questa ragiome, ed esattamente solo per questo, ho vissuto un’esistenza appartata, stramba, fuori dalle consuetudini. La scelta di non farsi una famiglia è una scelta dolorosa, pesante da sopportare. Non la si fa a cuor leggero. Si fa solo se ne vale veramente la pena. Per quanto possano sembrare sciocchezze i motivi che mi hanno spinto a questa decisione, erano le mie scelte, le scelte di chi ha un’esistenza sola come tutti gli altri, e vorrebbe spenderla nella maniera che più gli aggrada, consapevolmente. Questi motivi, queste scelte, sono stati buttati all’aria insieme a tutto il giardino. Perché era il giardino che catalizzava tutta la luminosità della mia vita. E mio fratello non ha mai né voluto né potuto capirlo. Così, proprio quando rimuginavo di offrirgli tutti i miei soldi perché se ne andasse a stare da qualche altra parte e mi lasciasse vivere in pace in quel microcosmo, in quella miniatura completa di mondo che era il mio mondo… lui mi ha anticipato.»
 «Cioè è andato a vivere finalmente per conto suo, ora che aveva i soldi?»
 «Magari. No, mi ha anticipato in un altro senso. A me, quell’idea di offrirgli il denaro, è venuta durante una mia breve vacanza. Sono stato in montagna, nel bellunese, dove ho un collega che da tempo mi invitava a passare qualche giorno insieme. È stato in marzo. Guardavo la casa che il mio amico si era costruito, una bella villetta, con taverna, box interrati, scivoli e anche tanto giardino. Mi sono detto che la soluzione era, se non proprio quella di costruire una nuova villetta, almeno di trovarne una già nata con queste caratteristiche. Nei dintorni ce ne sono, di vuote. Non mi sembrava che mio fratello fosse così affezionato a San Sebastiano come lo sono io e pensavo che per lui, trasferirsi in uno dei paesi vicini o anche nel basso Piemonte non doveva essere un problema. Sono tornato con in testa quest’idea di dargli tutto il mio denaro, pur lasciandolo proprietario di metà della nostra casa, ma lui a casa non c’era. Era introvabile. Inoltre non c’era neanche più il giardino. Ho trovato il muro di cinta abbattuto per metà, sostituito dalle strisce rosse e bianche dei cantieri… tutti gli alberi tagliati e accantonati, morti ma con le foglioline appena nate ancora verdi, ad un gran mucchio di terra scavata da quello che era il giardino... una ruspa immobile nel punto dove ho osservato per tutta la vita cambiare le stagioni, e dove non c’erano più il mio sedile di pietra, il capanno per gli attrezzi, niente più, solo terra smossa e ferite insanabili… una betoniera e uno squallido cratere che si apriva proprio davanti alla porta di casa e che disegnava una curva intorno ad essa… un orrendo semicerchio in discesa, un insulto di materiali di risulta, di fondamenta iniziate, di incassature di legno ad una profondità di quattro metri, acqua sul fondo, una griglia metallica e sassi ammucchiati… tutti i sassi che per sessant’anni della mia esistenza avevano riposato sotto i miei passi e sotto i miei pensieri… tutti sassi da portare via, da buttare a fiume, o Dio solo sa dove. La magia della terra, una piccola terra ma per me così importante, era stata violata per sempre. Quel mistero delle cose che emergevano dall’erba, anno dopo anno, ciclicamente, e che mi facevano sentire ancora vivo, che mi legavano alla mia esistenza di bambino, di giovane, di uomo… quella fabbrica di profumi delle piante e di suoni attutiti, di ombre e di luci, di buio e di sole che ha sempre riempito le mie giornate… quel rifugio di pochi metri quadri di natura viva e libera, a cui, chi è come me, tende sempre a tornare dopo ogni assenza, ogni viaggio, ogni fatica, quel rifugio che va oltre le semplici pareti di casa ma è mondo stesso, è dentro e fuori contemporaneamente… ebbene, non esisteva più.»
 L’albergatore era sgomento. Tratteneva il fiato. Temeva che Leo, preso dall’angoscia di quel racconto, potesse sentirsi male e non sapeva come intervenire, cosa dirgli. Aveva capito il disastro, più dai toni usati dall’uomo per descriverlo che dal fatto in sé. Non riusciva nemmeno a pensare, come sarebbe stato logico, che in fondo si trattava solo di un giardino e che lui se ne sarebbe fregato, ci sarebbe passato sopra. Lui forse, ma Leo? Con quel suo modo viscerale di parlarne? Con quel suo significato assoluto di esistenza attribuito a quelle poche, semplici e piccole cose? Restò zitto per un po’ ma era a disagio. Alla fine disse:
 «E suo fratello come ha motivato la decisione?»
 Leo accendeva una sigaretta, si passava una mano tremante sulla bocca, vitreo, gelato.
 «Mio fratello? Ho ancora da vederlo adesso. Mi conosce, quel boia. Sapeva che, non facendosi trovare nel giorno del mio ritorno, io avrei preso le mie cose e me ne sarei andato. La casa era vuota e di lui non c’era traccia. D’altra parte, ormai, mi aveva messo di fronte al fatto compiuto.»
 «Ma a livello legale non si può far niente?»
 «Cosa, si può fare? Cosa?» Urlò roco Leo. «Chi mi darebbe mai ragione, in una disputa del genere? Chi ascolterebbe, a livello legale, le cose che le ho detto qui, stasera, e che sono le uniche che valgano a descrivere lo scempio? E anche se fosse, cosa potrei ottenere? Un risarcimento, quatro soldi, la mia parte di proprietà della casa… ma il giardino non me lo potrebbe restituire più nessuno. Inoltre, dai, darebbero tutti ragione a mio fratello. In fondo, direbbero tutti, ha fatto a sue spese un lavoro di cui potrei beneficiare anche io. È già tanto che non mi chiedano di pagare la mia quota, e magari in futuro mio fratello si organizzerà anche per arrivare a questo. Il mondo è dalla sua parte. È normale quello che ha fatto lui, non sono invece normali i motivi per cui io gli impedivo di farlo. In fondo è proprietario quanto me e, sul piatto della bilancia legale, il mio divieto al suo volere finirebbe per pesare quanto il suo sopruso di aver fatto le cose a tradimento, approfittando della mia assenza. La disputa terminerebbe in parità, con in più la casa rivalutata,  grazie al suo lavoro, e la proposta di un accordo accomodante. Ma il giardino non c’è più.»
 «Quindi, da marzo ad ora, lei non ha più vissuto in casa sua?»
 «Quella? Non è più mia. Per me i luoghi non sono solo un fatto di proprietà. Non è più nulla per me, quella casa. Quel giorno stesso sono entrato, con difficoltà, dato il cantiere aperto, ho aggiunto poche cose al ridotto bagaglio che portavo con me dal viaggio in Veneto e me ne sono andato. Ho girato, in questi mesi. Un po’ in Italia e un po’ in Francia. Poi mi sono ricordato di quel vecchio e stupido sogno giovanile del soggiorno in questo albergo ed eccomi qua. Ho piacere di vagare per i boschi qui intorno, sono identici a quelli che stanno intorno al mio paese, anzi, somigliano di più a com’erano quelli là quand’ero ragazzo. Possiedono ancora quel tanto di selvaggio che intorno a San Sebastiano non hanno più. A San Sebastiano non tornerò. Riprenderò a viaggiare. Ho soldi a sufficienza e poi mi accontento di poco.»
 «Ma lei è sempre padrone di metà di quella casa… si faccia almeno dare la sua parte.»
 Leo guardava il buio. All’improvviso si alzò, tese la mano all’albergatore per congedarsi e insieme ringraziarlo di averlo ascoltato con tanta pazienza e tanto trasporto. Scomparve dietro l’angolo del retro dell’albergo e salì in camera.


VII


Una di quelle mattine ero al bancone dell’imballaggio pezzi quando vidi arrivare un’impiegata dell’ufficio che puntava dritta verso di me. Il senso di fastidio cresceva via via che quella si avvicinava. Attendevo rogne, anche se non avevo la minima idea di cosa si potesse trattare. Mi disse, alzando la voce per sovrastare quanto più possibile il frastuono dei macchinari in movimento, che al telefono c’era una persona che voleva parlarmi. Non mi era mai accaduto, da quando avevo inziato a lavorare, che qualcuno mi cercasse lì. Forse nemmeno i miei genitori sapevano il numero di telefono della fabbrica, e comunque io non lo avevo mai comunicato; quando dovevano parlarmi mi raggiungevano sul telefonino. Lo controllai per accertarmi se avessero tentato di trovarmi prima sul cellulare ma non c’era alcuna chiamata senza risposta. Non dovevano essere loro, quindi.
 L’impiegata mi introdusse in un piccolo ufficio. Compose un numero sul telefono.
 «Il giovane è qui», disse. Ascoltò qualcosa che veniva detta dall’altra parte poi mi porse la cornetta ed uscì dall’ufficio chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi solo col telefono.
 Era l’avvocato. Dopo qualche convenevole sbrigativo chiese:
 «Hai bisogno di qualcosa dai tuoi?»
 «Non ho capito», risposi.
 «Se ti abbisogna qualcosa… cibo, vestiario, che so… siccome oggi stesso vengono su due persone che dovrai incontrare per questioni di lavoro, se vuoi le faccio passare prima da casa tua e ti faccio recapitare quanto ti occorre. Arrivano con il volo che parte a mezzogiorno ed hanno giusto il tempo di fare un salto dai tuoi.»
 Risposi che non mi occorreva niente. Di chiunque si trattasse non avevo piacere che entrassero in contatto con i miei. Chiesi solo se li avrei visti l’indomani mattina in fabbrica.
 «No. Verranno oggi stesso, nel tardo pomeriggio, lì da te. Aspettali al bar.»
 Inutile chiedere quale bar. Credo che l’avvocato sapesse di Anna, di Nora e magari dello stesso cane Zorro. Dalle cinque in poi, finito il consueto sollazzo in piscina, sarei stato seduto al tavolino ad attendere.
 In realtà non andai in piscina perché all’ora di pranzo il tempo si guastò improvvisamente. La giornata, che al mattino si presentava bellissima, fu trasformata da un vento insistente e caldissimo che portava nubi nere dalle montagne sopra il lago. Nel pomeriggio un temporale spaventoso fece quasi buio intorno e scaricò un’ora di pioggia come non l’avevo mai vista. I colleghi avevano già previsto tutto. Mi informarono che a giugno, e non solo, il tempo cambia spesso repentinamente, soprattutto quando per alcuni giorni si è avuto sole e caldo. L’accumulo di umidità e di calore si sfoga in frequenti tempeste rovinose ma di breve durata. Prima delle cinque era tornato il sole e tutto era calmo, sulle strade bagnate e lucide. Dalla finestra osservai Nora e Baby che asciugavano sedie e tavolini esterni e dopo qualche minuto alcune persone erano già sedute a sorseggiare bibite.
 Scesi con un libro in mano, ordinai anch’io qualcosa e mi misi a leggere, in paziente attesa. Non trascorse un’ora che mi sentii chiamare dalla strada. Due uomini in occhiali da sole scendevano da una macchina sportiva e mi venivano incontro sorridendo. Sedettero e parlammo di varie cose, come se ci conoscessimo, ma io in fabbrica non ricordavo di averli mai visti. Non si presentarono, pertanto non sapevo, né seppi dopo, i loro nomi. Tra un discorso inutile e l’altro iniziarono a dirmi, pezzo per pezzo, che dovevo fare qualcosa, ma che cosa sulle prime non lo avevo ben chiaro. Parlavano di un paese in provincia di Genova, in una valle d’Appennino, dove mi sarei dovuto recare quella sera stessa per un sopralluogo.
 «Se parti subito arrivi ancora con il chiaro e puoi osservare bene tutto intorno», mi disse quello dei due che indossava una camicia rossa brillante. «C’è una casa, in via Vecchia al numero 5, a due passi dalla piazza. È un villino a due piani, il giardino è stato recentemente ristrutturato. Muro di cinta e scivolo di accesso al garage sono completamente nuovi. Tu vai lì e guardi. Guardi tutto… la casa, la strada… il muretto, il cancello… quanto sono alti, se ci sono inferriate, se ci sono cespugli… quanto sono distanti le case intorno, se hanno finestre o balconi, se c’è gente, se passano molte macchine… devi misurare con gli occhi tutto lo spazio. Nessuno ti chiederà niente ma, se dovesse accadere, puoi dire che hai sentito che vendono e chiedi a chi puoi rivolgerti per l’acquisto. Ti diranno che ti hanno informato male, che la casa non è in vendita. Tu alzerai le spalle dicendo “allora pazienza, come non detto” e te ne andrai. Segui però la strada, la stessa via Vecchia, verso monte. Percorrila tutta. Se le cose stanno come ci hanno detto, perché noi lì non siamo mai stati, parliamo per notizie riportate, dopo un paio di tornanti in mezzo alle case, dovresti arrivare ad uno spiazzo dal quale cominciano le terrazze dei prati sopra il paese. Da quello spiazzo dovresti avere la visuale abbastanza aperta, dall’alto, sullo stesso villino di cui abbiamo parlato. Scatta qualche foto, osserva di nuovo bene tutto, dall’alto… percorri magari un paio di volte la strada, in macchina, per fissarti bene nella memoria ogni particolare, se ci sono parcheggi, se ci sono strettoie… tutto, via. Fatto questo sarà ormai buio. Riprendi la macchina e torni qui. Domani mattina, dopo le dieci, verremo in fabbrica a verificare le notizie e le foto che riporterai da questo sopralluogo e ne riparleremo insieme.»
 Non chiesi a cosa serviva il sopralluogo. Sapevo essere una di quelle domande che non andavano fatte. Obiettai invece che, dopo una sfacchinata così improvvisa di sette ore, come minimo, la mia mattinata sul lavoro non sarebbe stata facile. Allora l’altro dei due uomini, quello più bassino che rideva per nulla, sedeva stravaccato con le gambe allungate sotto il tavolino di ferro  e si guardava intorno con divertimento, come fosse in gita, infilò una mano nella busta di plastica che portava con sé e mi porse una macchina fotografica munita di un piccolo teleobiettivo, nel quale era infilato un consistente rotolo di denaro. Fece il gesto così, con semplicità, come avrebbe potuto passarmi un accendino. Misi in tasca il rotolo senza fiatare; da quanto avevo scorto di sfuggita, pur con approssimazione, mi dissi alla svelta che valeva tranquillamente la pena di fare un’escursione imprevista verso le montagne della Liguria, perché con l’impiego in fabbrica, per mettere insieme qualcosa di simile alla cifra che a grandi linee poteva rappresentare il rotolo, avrei dovuto lavorare più di due mesi. Chiesi informazioni sul funzionamento della macchina fotografica e qui entrambi si sbizzarrirono a illustrami nei dettagli le potenzialità e le qualità dell’oggetto: era una fotocamera professionale, semplice da utilizzare ma di incredibile valore e funzionalità. Domandai se potevo prima salire in casa, a rinfrescarmi e a prendere qualche cd da ascoltare durante il viaggio.
 Con la macchina fotografica in mano passai al bancone da Nora per pagare la consumazione.
 «L’ha acquistata?»
 «Non ancora», dissi reggendo il gioco che mi veniva inconsapevolmente offerto, «devo valutare.»
 «Sarebbe bene», disse lei a bassa voce «che la mettessi in contatto con mio nipote, che fa il fotografo di professione. Lui se ne intende. È di contrabbando, vero? Forse rubata? Ma mio nipote Umberto… se solo me ne avesse parlato… non sapevo che… mio nipote…»
 Mi piantò un pistolotto sulle mostre fotografiche che faceva il nipote, esperto di fotografia subacquea e di ritratti di insetti. Io ero sulle spine perché mi attendeva un viaggio piuttosto lungo, durante il quale avrei avuto purtroppo tutto il tempo per chiedermi e richiedermi che cavolo stessi facendo. Tagliai corto, come mi fu possibile. Salii in casa per ridiscenderne dopo qualche minuto con un sacchetto in cui avevo messo la macchina fotografica, i cd e una maglietta di ricambio perché la serata si presentava afosa. Entrai nella mia auto, parcheggiata proprio davanti al bar. I due tizi erano nella loro. Feci un cenno di saluto, mentre mi immettevo nel traffico della provinciale e dallo specchietto retrovisore vidi che facevano inversione e tornavano verso il centro della città. Io imboccai il ponte sull’Adda in direzione di Milano. Alle nove, ancora in piena luce, uscivo dal casello autostradale più prossimo al paese che mi era stato indicato.
 All’una di quella notte ero già in letto. Contrariamente a quanto avevo temuto, la mattina successiva non ero stanco. Il viaggio repentino non mi pesò poi molto e le ore di sonno, poche rispetto al solito, mi avevano per il momento rinfrancato quanto bastava. Lavorai tranquillo e riposato e in tarda mattinata fui chiamato in ufficio dove mi attendevano i due uomini del giorno prima.
 Rimanemmo soli in una stanza. Avevo con me le foto e, mostrandole, illustrai le caratteristiche della casa, della strada e delle zone intorno. Tenevo tutto ben chiaro nella mente, conoscevo quel posto come se lo avessi sempre visto. Non pensavo che sarebbero bastati pochi minuti di osservazione di uno spazio per possederne così precisamente la memoria dei particolari.
 I due si dimostrarono compiaicuti e mi fecero un sacco di complimenti. Le foto erano diverse, pulite, limpide. Mostravano la casa ma solo ripresa dall’alto. Dissi che non mi fidavo a scattare fotografie dalla strada, dove qualcuno avrebbe potuto vedermi ed insospettirsi. Dall’alto della strada, invece, da dove si abbracciava un’ampia vista, mi sentivo tranquillo. Avevo scattato anche alcune foto ai monti, ai tetti del paese, al campanile della parrocchiale, che con il teleobiettivo sembrava a pochi metri di distanza, quasi avessi potuto toccarlo. Raccontai che avevo l’aria di un fotografo innamorato delle immagini, il quale, sotto il crepuscolo ormai in arrivo, si dilettava nella ricerca dei chiaroscuri di un’ora tanto insolita. Avevo ritratto anche la luce che andava a morire oltre i monti a nord ovest; mi era piaciuto, quel particolare. In ogni caso, intorno, non c’era proprio nessuno, quindi nessuno avrebbe potuto notare il mio comportamento e i miei gesti. La gente del paese era tutta in piazza, a quell’ora. C’erano anche le giostre, nello spiazzo lungo il fiume. E la casa oggetto principale dell’osservazione sembrava disabitata. In ordine sì, ma disabitata, vuota.
 I due uomini mi dissero che ci saremmo rivisti di lì a qualche giorno ma che non potevano sapere con precisione quando. Bisognava attendere indicazioni più precise. Se le cose marciavano come dovevano, però, non sarebbe trascorsa una settimana che io sarei dovuto ripartire per quel paese. Questa volta un po’ più tardi, in modo da essere lì a notte alta.
 Dopo pranzo non ebbi la forza di andare in piscina e mi sdraiai sul letto, in mutande, dopo avere abbassato le tapparelle per difendere la stanza dal sole torrido che batteva proprio in direzione della porta-finestra e incendiava di luce il terrazzino minuscolo che si apriva davanti. Si creò una penombra fresca ed immobile, che disegnava contorni insoliti sulle pareti della stanza triangolare al cui vertice era collocato il letto, un bel lettone matrimoniale sul quale dormivo in maniera celestiale. L’arredamento, candido e accurato, mi fece ripensare alla mia padrona di casa, che più volte mi aveva narrato la cura con cui aveva scelto tendaggi, mobili, pavimento e colore dei muri.
 Era una stanza decisamente al femminile, mi aveva divertito dal primo momento in cui vi entrai. L’inverno vi era passato lieve. Quel letto e quelle pareti mi avevano regalato inusitati momenti di tepore. Mi ero goduto un piumone trapuntato tutto rosa, ed ora mi godevo il fresco del luogo chiuso e silenzioso, contrapposto alla calura feroce dell’esterno. La camera dava sul retro e, se chiudevo la porta interna che conduceva in soggiorno, rimaneva isolata dal fragore della provinciale su cui affacciavano le finestre degli altri vani. Il viaggio della sera precedente si ripresentò a me sotto le spoglie di una stanchezza lasciata in sospeso, come a maturare. Avvertii le palpebre pesanti quasi dopo aver toccato il cuscino. Come in sogno sentivo la solita voce chiamare “Rottigni” ma non sono sicuro che si trattasse di suono. Aveva più l’aspetto della memoria uditiva che si faceva strada tra i primi fumi del sonno, e allontanava la percezione di ogni altro rumore, così come il fastidio di qualunque pensiero che non fossero le coscette leggiadre della mia padrona di casa. Intravidi in un lampo la sua gonnellina scozzese salire di qualche centimetro, poi un po’ di più, fin quando qualche maledettissimo demone dell’inferno mi tentò affinché la guardassi in volto. Il suo viso, già sgradevole nella realta, in quel candore lattiginoso di sonno in arrivo assunse le sembianze di un orrendo mezzadro con cui avevo avuto a discutere anni prima per una questione di precedenza stradale. Fu lì che quel delicato ed elettrizzante torpore iniziale si trasformò in letargia cocciuta. Mi rovesciai su un fianco e restai come un oggetto, pesante ed immobile.


VIII


Leo girava per i boschi di quella valle dalla mattina. La giornata era stata nuvolosa e non aveva fatto troppo caldo. In giugno il bosco era un’esplosione di profumi, con i castagni che iniziavano la fioritura e potevano contare su foglie ormai larghe, robuste, verdissime. Prima di partire aveva  avvertito l’albergatore che non si sarebbe fatto vedere né a pranzo né a cena.
 «E allora oggi pranzo al sacco. Sempre a caccia della sua giovinezza?» aveva canterellato  ammiccando inopportuno, mentre mandava una cameriera a preparare un cestino di cibarie per la giornata di quell’uomo; cercava maldestramente di rinnovare l’intesa che si era creata tra lui e “il tizio del giardino”, come lo chiamava parlandone alla moglie. Leo avrebbe volentieri tirato diritto senza ribattere ma reputò più prudente fermarsi a scambiare quattro parole con l’altro. Aveva bisogno di una cosa, pertanto prese il discorso alla lontana.
 «Le ho detto che devo questo soggiorno proprio al ragazzo che ero io quarant’anni fa. Ho esattamente il bisogno di andare ad incontrarlo per confermargli di aver rispettato la promessa. Avrei voluto farlo nel giardino di casa mia, parlandone ridendo, lieto, come tra vecchi amici che si conoscono alla perfezione e a cui la sorte non è stata poi troppo avversa. Invece, in mancanza del giardino, lo devo fare nei boschi, su queste montagne che sono state le nostre per tutta la vita. Lo farò nel letto del fiume, nei laghetti dove mi bagnavo allora, dove accompagnavo qualche compagno a pescare. Magari dove ho condotto qualche ragazza, talvolta. Cioè, dove l’ha condotta lui, che ora devo andare ad avvertire. Quello giovane, naturalmente…» e rise per dissimulare la tensione che avvertiva montargli dentro.
 «Ho piacere di rivederla faceto e spiritoso. Come la prima volta. Deve essere merito della nostra chiacchierata di quella sera. Sapevo che le avrebbe giovato e le avrebbe fatto considerare la questione meno drasticamente di prima.»
 Una cosa non poteva sospettare, l’albergatore: Leo diventava scherzoso e amabile solo quando era preoccupato e sotto pressione. Lo era stato appena giunto in quell’albergo, quando, mostrando il suo documento, si era sentito mancare il fiato e aveva fatto il brillante per nascondere il tremore che dalle mani rischiava di estendersi alla voce. Ora lo era nuovamente ma, sapendo di aver fatto breccia nell’animo di quell’altro, giocava sulla curiosità e sul piacere che aveva ormai suscitato in lui, finendo per atteggiarsi proprio a come l’altro lo voleva vedere.
 «Credo che lei abbia proprio ragione», disse mentendo mentre aspettava che gli portassero il sacchetto con il pranzo, «e anche questo gioco della mia permanenza qui è arrivato alla sua conclusione. Un divertimento senile, un capriccio da vecchio bilioso. Lo concluderò con la mia immersione nelle montagne, oggi, e domattina lascerò l’albergo.»
 L’albergatore sgranò gli occhi.
 «Intende dire che tornerà a casa sua, rinunciando ai propositi di fuga?»
 «Insomma…» esitò Leo, «questo non posso ancora dirlo. Non so quanto avrei piacere di riprendere la convivenza con mio fratello, nella casa sconciata in quella maniera. Ci penserò, via. Non è detto ancor nulla. Intanto però dovrei chiederle la cortesia di poter rincasare tardi, questa notte. Non voglio perdermi nemmeno una briciola di tempo di quest’ultima giornata. Poi accadrà ciò che deve accadere.»
 «Naturalmente. Avvertirò il guardiano di notte. Lui sonnecchia nello stanzino accanto alla portineria. È la prima finestra a sinistra della scalinata d’ingresso. Sarà sufficiente che lei bussi alcune volte alla persiana che lui, a qualunque ora, si tirerà su e le verrà ad aprire.»
 «Poi dovrò andare via quasi subito. Anzi, mi permetta di saldare il conto già adesso.»
 «Intende partire avanti l’alba?»
 «Più o meno.»
 «E, scusi, ha intenzione di girare per i boschi fino a notte così inoltrata?» Chiese stupito l’albergatore.
 «Ha paura che mi mangi il lupo? Queste notti sono lunghe e dolci. Sarei ricco se avessi un soldo per tutte le notti che ho girato i boschi. La guerra non l’ho mai vista. I briganti, da che vivo io, non girano per i boschi ma frequentano più favorevolmente istituti di credito e assessorati vari. Quanto ai cinghiali, ho imparato come fare in modo che non si interessino a me. Quando ci è capitato di incontrarci sui sentieri, abbiamo capito subito che era meglio per entrambi incrociare in fretta i nostri cammini senza degnarci neanche di un saluto.»
  Venne il cestino con la colazione e Leo, infilatolo in un suo zaino, pagò il soggiorno e si mosse verso il sentiero che saliva sulle colline. L’albergatore pronunciò ancora qualche frase di circostanza e promise all’uomo di essere più mattiniero del solito, l’indomani, per riuscire a salutarlo, augurandosi di rivederlo presto e di averlo ancora tra gli abitanti della valle. Leo fece un gesto possibilista e, tirando un sospiro di sollievo tra sé e sé puntò verso le cascine a mezza costa. Abbaiava qualche cane, stampando di quel suono sciocco l’eco tra un lato e l’altro della valle, anche se a farla da padrone, quanto a rumore, era sempre il fruscio interminabile dell’autostrada, anch’essa a mezza costa ma al di là del fiume, dalla parte opposta al declivio che risaliva l’uomo.
 San Sebastiano distava venti chilometri di strada carrozzabile, che accompagnava il corso del torrente verso il suo sbocco nel fiume principale, all’inizio della pianura. Ma la valle, seguendo il corso d’acqua, disegnava una grande “esse” dotata di due anse molto strette; ciò significava che in linea d’aria i chilometri che separavano l’albergo isolato in mezzo alla campagna da San Sebastiano e dagli altri paesi della zona erano di gran lunga inferiori. In pratica, seguendo l’alta via dei monti, tutti sentieri che Leo conosceva alla perfezione, nonostante non fossero molto curati né battuti come un tempo, il percorso non raggiungeva i dodici chilometri. Di buon passo si poteva essere a san Sebastiano in tre ore. E quell’uomo, che non aveva per niente fretta, sapeva di avere tutto il tempo che gli occorreva.
 Raggiunse il suo paese nel pomeriggio, rimanendo ad osservarlo dall’alto, usando i binocoli che aveva nello zaino e puntandoli spesso sulla sua casa che riusciva a scorgere molto bene. Vedeva bene anche quello che era stato il giardino, ex macchia verde ora sbianchettata di cemento, come una frase tirata via da una pagina di quaderno.
 Sapeva che non avrebbe incontrato nessuno, nei sentieri della boscaglia. Non era giornata di funghi, né tempo di caccia o castagne. I forzati della corsa sportiva e delle camminate di allenamento prediligevano strade differenti da quella che aveva percorso lui; era caso mai battuta saltuariamente solo da contadini e boscaioli che, pur avendolo visto diverse volte in quei boschi, non lo conoscevano personalmente, perché non avevano grandi rapporti con la gente del paese. Inoltre quelli ormai si muovevano quasi esclusivamente con il fuoristrada, più che con le zampe sui sentieri del bosco. Tutti tranne uno, Pinin, un vecchio amico d’infanzia che stava in una di quelle cascine e che, vedendolo arrivare dalla strada del bosco e non dal tratturo sterrato che conduceva ad una frazione di fondovalle, lo salutò da lontano come aveva fatto molte altre volte. Gli corse incontro anche il cane, festante.
 Era un po’ che non ci andava e l’amico chiese il motivo di questa lunga assenza. Leo restò sul vago. Bevvero parlando di animali, in cucina, in uno sciame di mosche che ruotavano ossessivamente intorno al lampioncino al neon – spento perché era giorno – esattamente al centro della stanza. Chissà per quale motivo, si chiedeva sempre l’uomo. La cucina sapeva un forte afrore di minestrone e, siccome da una porticina bassa vi si accedeva alla stalla, l’aria era pesante, afosa, ferma da mancare il fiato. In un angolo, stretta tra la stufa e una vecchia credenza, stava la mamma di Pinin, intenta a chissà quale suo lavoro, novantenne e lucidissima. Non aveva ricordi su Leo e sui suoi, perché non erano del paese, quindi non aveva mai nulla da dire a quell’uomo e lo trattava con rispettoso distacco, dandogli del lei in dialetto. La cosa era anomala perché la donna era abituata a considerare ragazzi tutti coloro che avevano meno di settant’anni e, se ne conosceva padri e madri, dava a tutti del tu. L’anziana donna e l’amico, ultimo di cinque fratelli, erano tutta la famiglia. Poi c’erano mucche, vitelli, conigli, oche e galline.
 Pinin era in canottiera azzurrina, le braghe blu della tuta da lavoro e gli scarponi pesanti di tutte le stagioni. Offrì il caffè nelle consuete tazzine blucerchiate e Leo non potè fare a meno, per associazione, di cercare con lo sguardo se c’era sempre, ad una parete, un vecchio poster ingiallito di Alessandro Scanziani sotto la gradinata Sud. C’era. Sempre più ingiallito ma c’era. Ecco, più o meno, cosa intendeva quell’uomo quando vaneggiava di fermare quel po’ di tempo che ci è concesso in vita. Il resto è nulla.
 Prima di congedarsi Leo chiese di fare una telefonata. Pinin lo accompagnò nel vano sotto la scala di legno che portava al piano superiore e gli indicò il telefono, grigio, ancora con i tasti a ruota. La telefonata fu brevissima. Erano da poco passate le cinque e la vecchia iniziava a mettere su da cena, mentre Pinin tornava dal pollaio con un uovo caldo caldo per l’amico. Leo lo punse da due parti con un ago sottratto da un portaoggetti della credenza, intanto che salutava ossequioso la madre dell’amico, e non poteva fare a meno di sentirsi ragazzo. Felice e ragazzo. Con l’uovo caldo piantato tra due dita della mano, mentre lo sorseggiava dosando sapientemente la quantità d’aria da introdurre tra un buco e l’altro per permettere al denso e saporito contenuto di scivolare nella sua bocca, uscì dalla cascina, seguito dallo sguardo amichevole e allegro di Pinin, e imboccò di nuovo la via del bosco. Un altro, al posto di Pinin, gli avrebbe chiesto perché non procedeva verso il paese, invece che puntare in direzione delle montagne. Un altro ma non Pinin, che lo salutò invece con la mano senza porsi minimamente il problema di quale fosse la meta dell’amico, né di quali fossero i suoi progetti. Il cagnetto lo seguì ansimando allegro per un pezzo. Poi si fermò, lo guardò allontanarsi all’altezza dei primi alberi fitti e tornò indietro. La giornata era grigia ma chiara; l’aria immobile e umida, calda. Leo avrebbe girato quei boschi, con quel tempo, per altre sette vite.
 Fece in modo di essere, intorno alle dieci, nei pressi dell’albergo. Aveva con sé una potente torcia per illuminare il cammino nel bosco ma temeva di perdersi e mancare all’appuntamento. Così, prima che la luce in cielo fosse del tutto spenta, era già seduto sulla prima delle terrazze scoperte dalla boscaglia e dominava la vallata alla stessa altezza dell’autostrada, dall’altra parte dell’acqua. Poteva scorgere la torretta dell’albergo, a un chilometro di distanza più a sud, verso la sua sinistra, e la curva che concludeva il lungo rettilineo, ancora un chilometro più a nord, verso la direzione da cui era venuto. Aveva intorno un profumo di menta selvatica che gli riempiva il naso; l’erba era come se respirasse il suo fiato umido, concorde con quello più denso dei castagni del bosco. I grilli lo instupidivano con la loro eterna canzone, li aveva tutti intorno. Tutti i grilli del mondo, lì, a farsi beffe di lui, a ondeggiare di suoni ora ritmici ora scomposti, quasi di folla in tumulto.
 I pensieri che lo avevano accompagnato per tutto il cammino di quella giornata, in luogo di diminuire la loro corsa, crescevano in velocità ed in quantità. Eppure erano pensieri lievi che, nonostante tutto, lo facevano sentire se stesso. Era ancora come quando scappava su dalle colline dopo le litigate coi suoi, negli anni della scuola, o quando ne combinava qualcuna di troppo.  Accadeva sempre a quell’ora e in quel tempo, il crepuscolo di inizio estate. Soltanto, pensò con un velo di insopprimibile tristezza, allora aveva molto più tempo davanti, per rimediare a qualcosa, per attendere che il tempo aggiustasse tutto. Eppure, proprio per questo, allora era tanto più vulnerabile e più incerto di quanto non fosse in quel momento, a sessant’anni.
 Passata la mezzanotte si rimise in cammino, con le gambe che adesso sentiva legnose, per i muscoli raffreddatisi dopo la lunga sfacchinata del giorno. Reggeva bene, per carità, ma lo sbattimento si faceva sentire, eccome. Scese le terrazze erbose una ad una e raggiunse la strada provinciale costeggiando un rivo che sbucava tra un’area di capannoni dismessi e un residuo di prataccio usato ormai come discarica. Quand’era ragazzo, nel punto dove sboccò sulla provinciale, esisteva una scuola di campagna, uno strano edificio ad un piano, dipinto di bianco e di rosso, che aveva funzionato per pochi anni. L’uomo ne aveva un ricordo offuscato, perché l’avevano tirata giù già da decenni. Ma si era fermato una volta che passva in moto, a curiosare. Aveva sbirciato da una finestra aperta, con il vetro rotto, e aveva scorto piccoli banchi accatastati. Intorno c’erano solo prati e, dall’altra parte della strada, un vecchio e grande cascinale ora trasformato in abitazione con appartamenti. La zona aveva poi conosciuto un’effimera stagione di sito industriale ma, tra una porcheria edilizia e l’altra, era finita per diventare un cimitero di capannoni seminuovi abbandonati per i più svariati motivi, non sempre limpidi, a dire il vero.
 Si fermò nel buio e iniziò ad osservare con attenzione i fari delle auto che si avvicinavano, provenienti da sud e dirette verso la zona dei paesi, tra cui San Sebastiano. Studiava la velocità dei veicoli e, se ne vedeva uno avanzare più lentamente, si sporgeva per rendersi visibile. Mezzi ne sfrecciavano tanti, lanciati sul rettilineo, e probabilmente nessuno riusciva a notare la sua presenza.
 Poco prima dell’una scorse in lontananza un’auto procedere piano. Un’altra alle sue spalle fece i fari e sorpassò con fragore. Lui lasciò passare quella che aveva fretta e, appena questa si fu allontanata in direzione della curva a nord, avanzò sulla linea bianca uscendo dall’ombra del ciglio stradale. L’auto che procedeva lenta diminuì ulteriormente la velocità e, senza mettere la freccia, accostò cercando di togliersi dalla strada. L’uomo, ormai ben visibile nel fascio di luce dei fanali, lampeggiò con la torcia in direzione della targa per controllarne il numero. Poi diede indicazioni al conducente, invisibile nel buio, affinché si inserisse nel breve spiazzo dove un tempo esisteva la scuola. I fanali ed il motore dell’auto si spensero. Aprì lo sportello dal lato del passaggero ed entrò nell’abitacolo.
 Si trovò di fronte un giovane, appena illuminato dalla fioca lampadina sopra lo specchietto retrovisore. Scambiarono alcune parole.
 «Tra un’ora, qui», disse il giovane. Leo scese, l’auto riaccese motore e fanali e, dopo una breve retromarcia, riprese la sua corsa nella stessa direzione di prima, cioè verso nord.


IX



La strada attraversava piccole frazioni. A volte scavalcava il torrente, così talvolta lo avevo sulla destra e più avanti, come all’improvviso, sulla sinistra, ma trovavo facile orientarmi con quella traccia, come d’altra parte avevo fatto sulla carta, già quel pomeriggio, quando i due uomini erano venuti a dirmi che l’operazione era stata programmata per quella notte. Mi avevano dato tutte le indicazioni del caso, specificando di avere atteso la comunicazione che la villetta, in quel frangente, fosse disabitata. Non mi avevano trovato al bar, perché ero salito in casa. La loro visita non era prevista, né avevo più sentito l’avvocato, dalla volta precedente. Credo considerasse ormai avviata la pratica e se ne disinteressasse, sapendo che tutto era nelle mani mie e di quei suoi due tipi. Forse aveva anche ricevuto informazioni rassicuranti sul mio conto, data la buona riuscita del sopralluogo, che funzionava credo anche da prova nei miei confronti.
 Mi era suonato il citofono. Era la prima volta che lo sentivo. Nessuno era mai venuto a trovarmi in casa, prima di allora. Neppure il postino si sognava mai di citofonare al mio numero. Così apprezzai quel suono squillante e inaudito. Con un certo impaccio feci salire i due nell’appartamento. Sedemmo sui divani del soggiorno e vennero subito al dunque, senza tergiversare perché non c’era tempo da perdere. La partenza era fissata non più tardi delle dieci di quella sera ma impiegammo molto a definire i particolari della faccenda. Mi consegnarono il materiale e ripassammo varie volte tutti i movimenti da fare: l’uscita dell’autostrada due caselli più a sud della volta precedente, perché non dovevo puntare dritto su San Sebastiano ma andare all’incontro con il tizio venti chilometri più a sud; il primo incontro con quello, l’intervento, le fotografie e infine il secondo e definitivo incontro durante il quale, previa dimostrazione fotografica, sarei stato saldato in contanti dallo stesso committente. Quindi avrei dovuto proseguire sulla provinciale verso sud, in direzione di Genova, terminare il valico appenninico, procedere verso la riviera di Ponente e solo allora, a notte ormai alta, riprendere l’autostrada da un casello nei pressi della litoranea per rientrare a Lecco. Giudicammo insieme abbastanza inutili quelle ultime precauzioni ma, tant’è, se le indicazioni erano quelle valeva la pena di rispettarle.
 Studiammo a fondo la carta stradale e i due mi aiutarono ad esercitarmi nella memorizzazione dei nomi dei paesi, delle frazioni e di tutti i bivi di fronte ai quali mi sarei trovato sia durante il viaggio di andata verso San Sebastiano, sia durante il percorso di ritorno, alla volta del secondo incontro con il tizio. Gran parte del tempo andò via per istruzioni inerenti l’operazione specifica; qui i due uomini si rivelarono pazienti, comprensivi e molto attenti al mio apprendimento. Era un corso di formazione in piena regola. Sogghignavo tra me provando a pensare come avrei potuto spendere, in futuro, una simile professionalità acquisita. Infine scendemmo insieme e mi aiutarono a caricare il materiale nel bagagliaio dell’auto; dopo avermi consigliato una cena rapida al bar si raccomandarono circa la puntualità della mia partenza e del mio arrivo e scomparvero.
 Iniziava a far buio quando mi sedetti ad un tavolino del bar ma all’interno, perché fuori tirava vento e per quella sera minacciava pioggia. Nora mi servì un po’ sorpresa di trovarmi lì a quell’ora. Sapeva che la sera preferivo cenare in casa.
 «Non esce mai lei, di sera. Alla sua età! Non ha amici? Non riesce a legare con la gente di qui?»
 Risposi evasivo, come sempre. M’importava poco della mia socializzazione. E francamente quella sera m’importava poco di qualunque altra cosa. Non osservai, come facevo di solito, gli altri frequentatori del bar. Ricordo a malapea di avere intravisto Anna che toglieva il grembiule, salutava dicendo qualcosa alla figlia della padrona e se ne usciva. Non mi parve nemmeno strano che “Baby” se ne andasse dopo la ragazza; proprio lei che era sempre la prima ad alzare i tacchi e togliersi di torno, appena poteva, benché sempre in ritardo rispetto all’ora fissata per gli appuntamenti con il suo Giulio. Ricordai tutte queste cose mentre guidavo, ed ero già oltre Milano. Non mi andava nemmeno di sentire la musica e viaggiai in silenzio. Ho provato a chiedermi, più volte, perché non mi stupissi di quello che stavo andando a fare ma non riuscii a fornirmi alcuna risposta.
 L’incontro con il tizio che attendeva sul ciglio della strada, nel buio, mi aveva divertito. Avevo trovato quell’uomo piuttosto divertente, anzi, era come se cercasse di rendersi simpatico a tutti i costi. Ma scambiammo poche parole e fu un attimo che mi trovavo nuovamente sulla strada, attento ai bivi, sempre pronto a ripassarmi i nomi di paesi e frazioni, come in un gioco. Quando leggevo i cartelli con i nomi esatti che mi stavo attendendo mentalmente esultavo a gran voce, così, per fare qualcosa.
 San Sebastiano apparve con le sue luci in fondo a un’ampia svolta della strada. Quella sera vi entravo dal lato opposto ma era un paese disposto molto ordinatamente e non persi neanche per un attimo l’orientamento. Mi guidavano il campanile, il castello illuminato e i baracconi ormai spenti delle giostre, nel grande spiazzo lungo il fiume. La strada mi permetteva di aggirare la piazza, dove senza dubbio vi era qualcuno a tirar tardi, e mi inoltrai nella stretta stradina che portava verso monte. Imboccando la via Vecchia rallentai notevolmente perché venivano giù due ragazzi a piedi. Ebbi un tuffo al cuore. Feci finta di voler far manovra in un posteggio libero per dar loro il tempo di allontanarsi. Quando furono scomparsi in un vicolo stretto, sotto la chiesa, ripresi la marcia a bassissima velocità ed arrestai la macchina davanti al cancello della villetta, al numero 5. Scesi, controllando di sottecchi se c’erano finestre illuminate o persone intorno, ma era tutto vuoto e tutto silente. Come da manuale.
 La villetta era spenta. Dalla cassetta della posta uscivano numerose porcherie pubblicitarie, che dovevano essersi accumulate da diversi giorni. All’interno del muro di cinta nuovo nuovo era stata piantata da poco la solita siepe banale, ancora non più alta di trenta centimetri. Dalla strada la visuale sullo scivolo del garage era completa, benché rimanesse un po’ in ombra in quanto il lampione stradale più vicino era a circa venti metri di distanza. Ma per quello che dovevo fare non avevo bisogno di vedere i dettagli. Aperto il portabagagli dell’auto ne estrassi la borsa sportiva che mi avevano consegnato i due uomini. Dopo averne appena socchiuso la lampo tanto da infilarvi dentro una mano con una certa cautela, collegai i due fili come mi era stato indicato e accesi, tramite un pulsantino, un led rosso piuttosto luminoso, che rimaneva tuttavia nascosto all’interno della borsa. Infine feci passare la borsa attraverso l’inferriata che sovrastava il muro e lasciai che toccasse delicatamente terra, all’interno della recinzione. Chiusi il portabagagli, mi rimisi al volante  e percorsi la strada verso monte, come avevo fatto l’altra volta, per le fotografie, andando a fermarmi, due tornanti più su, nello stesso spiazzo che già conoscevo.
 Vedevo bene la villetta, dall’alto. Diedi un’occhiata anche ai monti, profilo nero contro il cielo solo lievemente più chiaro di loro. Senza spegnere né il motore né i fari dell’auto, protetto dal buio dell’abitacolo, estrassi da un astuccio il telecomando e lo accesi. Mi avevano detto di attendere che ci fosse il segnale di collegamento. Appena la lucina cominciò a lampeggiare premetti il tasto. Ci fu un bagliore intenso, che illuminò i contorni dei tetti delle case che avevo sotto. Poi la macchina ondeggiò e mi parve di sentire il boato solo un attimo dopo. Rimbalzò contro le montagne che avevo di fronte e mi sembrò durasse a lungo, più a lungo di quanto mi fossi aspettato. Forse non era ancora cessato del tutto che già muovevo la macchina, in discesa, per ripercorrere la stessa strada da cui ero venuto.
 In realtà procedendo verso la montagna avrei incontrato quasi subito un bivio che mi avrebbe permesso di aggirare il paese da sopra e scendere dalla parte opposta, ma mancava ancora un particolare. In fondo ero un automobilista che percorreva, ignaro, quella strada proprio per puntare verso il paese. Superati i due tornanti scorgevo in lontananza il barbaglio delle fiamme e alcune persone giè scese in strada, che urlavano. L’asfalto era un disordine di macerie e mi fermai in mezzo alla strada con le quattro frecce accese. Mi venne incontro, correndo, un uomo in ciabatte e canottiera.
 «Non si passa, non si passa. È scoppiato tutto!» Mi urlava facendo segno di fermarmi e di girare.
 «Cos’è successo? Ho sentito un botto…» chiesi dal finestrino abbassato. Quello era in preda al panico. Mi disse che gli erano saltati i vetri delle finestre di casa. Un’altra macchina scendeva giù dalla strada e si fermò dietro la mia. Scendemmo. Era una ragazza, anche lei con un grosso punto interrogativo disegnato sul volto, come il mio. Ci fu subito quello, premuroso e saccente, che venne ad urlarci di liberare la strada e togliere le macchine da lì per consentire l’arrivo dei soccorsi. Figuriamoci! I soccorsi. Sapevo bene che, a quell’ora, prima di una buona ventina di minuti non si sarebbe visto nessuno. Nel paese non c’era più da anni la stazione dei carabinieri, avevano tolto la sede della Croce Rossa, l’ospedale era stato trasformato da decenni in ricovero per anziani, la caserma dei pompieri non c’era mai stata e i vigili della polizia  municipale, a quell’ora, dormono perché non ci sono multe da dare a chi parcheggia in divieto di sosta. Ad ogni buon conto io e la ragazza facemmo retromarcia fino al primo slargo utile ad accostare le auto in modo che non ostruissero il passaggio. Spensi, infilai la macchina fotografica in un tascone della giacca e raggiunsi il luogo del disastro, mescolandomi alla folla dei curiosi che si era intanto radunata.
 C’era chi diceva che si trattava di una bombola, o della solita stufetta malfunzionante. Qualcuno obiettò, ragionevolmente, che in giugno non è proprio usuale riscaldarsi con la stufetta ma fu prontamente zittito da chi ne sapeva di più. Lo scivolo di accesso al box non esisteva più, così come due o tre metri di muro di cinta. Una parte della cancellata di accesso era appiccicata al muro di dietro della casa accanto, ma più che un cancello sembrava un affresco, un mosaico bizantino. Quello che doveva essere stato, in altri tempi, un giardino era una specie di cratere osceno. La facciata della villetta, con gli infissi delle finestre che si consumavano nelle fiamme, aveva l’aspetto di una scarpa rosicchiata dai topi.
 Attesi coscienziosamente – ma non si trattò di un’attesa lunga – che iniziassero a scattare i primi flash dei telefonini ed estrassi la mia macchina fotografica. Scattai una ventina di fotografie, spostandomi da una parte all’altra, dove almeno mi consentiva di arrivare il cumulo di macerie, vetri infranti, blocchi di cemento e brandelli di asfalto sollevati dalla strada. Mi ero inventato di dire, se qualcuno mi avesse chiesto motivazione di quel comportamento, di essere un fotoreporter ma mi accorsi ben presto che i film che vedevo un tempo non servivano più. C’era gente che filmava, scattava, messaggiava, telefonava… ed io ero solo uno dei tanti idioti, mescolati in quella normalissima situazione di disastro inedito e senza spiegazione. Aspettai persino che arrivasse, con lievissimo anticipo rispetto alle mie previsioni, la prima camionetta dei carabinieri, seguita da un’autopompa dei vigili del fuoco, infine, anche un po’ annoiato, tornai alla macchina. La ragazza di prima aveva già fatto inversione e se n’era andata, scavalcando il paese a monte, così come feci io.
 Venti minuti dopo transitavo nel luogo convenuto. Nel buio, in lontananza, scorsi il tipo sul ciglio della strada, nello stesso posto di prima. Questa volta misi la freccia ma più per riflesso condizionato, perché non passava alcuna macchina né in un senso né nell’altro. Entrai nell’oscurità dello spiazzo e aspettai che quello salisse. Gli consegnai la macchina fotografica.
 Lui, senza alcun commento, né mutando la sua espressione neutra, benché fosse parecchio nervoso, osservò le fotografie sul display una ad una, soffermandosi con lentezza su alcuni particolari. L’immagine riportava registrata, in sovrimpressione come si diceva una volta, la data e l’ora degli scatti. Si vedevano bene le fiamme, il cratere, la facciata deturpata della villetta e lo scivolo di accesso ai box saltato per aria. Chiese se si era fatto male qualcuno; io scossi il capo, tranquilo. Cancellò le foto dall’apparecchio e me lo riconsegnò, insieme ai soldi. Mi strinse la mano e scese. Quando rientrai sulla carreggiata non lo vidi più. Era scomparso nell’ombra, quasi fosse un insetto.
 Alle quattro e mezza entravo in casa, intirizzito perché l’alba non era affatto calda. Il tempo si era ormai guastato del tutto e dalla Brianza, ai primi chiarori, avevo scorto nuvoloni neri sopra le montagne. Mi limitai a fare una velocissima doccia calda per poi preparami la colazione. Alle sei avevo l’inizio del turno e non mi conveniva addormentarmi nemmeno per un attimo. Non avrei sentito più nessuna sveglia, con conseguenze poco simpatiche in tutti i sensi. Mai come quella mattina era opportuno che mi recassi al lavoro, fingendo di possedere la consueta freschezza e la determinazione noncurante che mi caratterizzavano.
 Avevo quaranta minuti di tempo da occupare in qualche maniera, senza cadere vittima del sonno. Siccome per raggiungere il lavoro me ne sarebbero bastati sei, perché a quell’ora non incontravo neppure l’ombra del traffico, decisi di uscire a passeggiare, mentre l’aria rischiarava sempre più, per quanto lo consentisse la mattinata che si annunciava bigia. Feci letteralmente il giro del palazzo, più volte, per prendere aria fresca e svegliarmi. Fumai senza troppa convinzione, né voglia, giusto per tenermi impegnato. Mi sentivo un formicolio di calduccio dentro il petto che mi faceva temere di addormentarmi camminando, cioè continuando a muovere i passi.
 Mentre giravo per la terza volta sul retro del palazzo, volli fermarmi a contemplare la finestrella dell’ingresso del mio appartamento, quella da cui molte volte guardavo fuori fumando. Mi piacque l’idea, dopo così tanto tempo, di cambiare prospettiva, o di dare un senso diverso a quella che era una mia abituale prospettiva di osservazione.
 «Rottigni! Rottigni!»
 La voce. La sentivo vicinissima, tanto più nel silenzio di quell’ora in cui non l’avevo mai ascoltata perché vi consumavo sempre i miei ultimi istanti di sonno. O perché non vi facevo caso. Mi voltai. Al di là della stradina secondaria, da cui si svoltava per accedere al garage del condominio, che non usavo mai, c’era una palazzina a due piani con ampio giardino intorno. Dentro il giardino, una vecchia signora, con scialle fucsia sulla camicia da notte a fiori e cappello a larghe falde, nero e vistoso, guardava nel vuoto, da qualche parte in direzione di una siepe. Era a piedi scalzi, nell’erba. Stava immobile qualche istante, tipo statua, poi scattava in avanti per due o tre passi. Faceva qualche gesto, abbozzava un sorriso e si bloccava nuovamente. Lì riattaccava a chiamare, in direzione di una siepe, di un albero o di chissà che diavolo all’interno del giardino.
 «Rottigni! Rottigni!»
 La fissai incantato e stupito per diversi minuti. Non mi riusciva di staccarle gli occhi di dosso. Quella cantilena del nome ripetuto, che mi era entrata nel sangue da mesi come un ritornello, veniva ripetuta adesso davanti ai miei occhi. Live. Compresi l’emozione che dovettero provare i giovani di tanti anni fa nel trovarsi davanti, dopo anni di ascolto di dischi, i Beatles durante la loro prima fortunata tournée di concerti in Italia. Quasi quasi le avrei chiesto l’autografo.
 Passò Nora che andava ad aprire il bar.
 «Non mi dica che non ha mai visto la signora Peschiera!» mi fece sorridendo «Da anni è malata. Ma era un tipo… una disgraziata se ce n’era una. Meglio non averci a che fare.»
 «Ma chi chiama così insistentemente?» chiesi.
 «Il povero Rottigni! Era il suo giardiniere, autista, factotum, lo comandava a bacchetta, lo chiamava ottocento volte al minuto e lo ha fatto morire lei, dicono, di sfinimento. Gli ha distrutto i nervi. Gli ha rotto così tanto i coglioni che c’è rimasto secco. Credo sia stato qualcosa come quarant’anni al suo servizio. Lei ne ha ben più di novanta. Ha seppellito lui, ha seppellito tutti i figli e adesso prova a seppellire anche l’alzheimer con cui convive, pare, da prima che il morbo fosse scoperto dall’omonimo psichiatra. Buongiorno, signora Peschiera!» disse alzando la voce in direzione della vecchia. Quella guardò in aria, torse il busto come per voltarsi e disse qualcosa con una voce indefinibile, ora squillante ed ora gutturale. Lanciò un plateale gesto di saluto al cielo, come spargesse dei fiori.
 «Sembra un’attrice di una volta», dissi per metà divertito e per metà impressionato.
 «Macché attrice», concluse Nora, «quella non ha mai fatto un cavolo, nella sua vita. Ha sempre campato alle spalle del prossimo, a danno del prossimo, arando e distruggendo tutto, le vite di tutti. È un branco di cinghiali, la signora Peschiera.»
 «Rottigni! Rottigni!» Continuava quella. Accompagnai Nora davanti al bar, montai in macchina e andai a lavorare.


X

Alle sette l’albergatore fu chiamato al telefono. Rispose dal bancone d’ingresso. Era sua sorella.
 «Come una bomba?! A San Sebastiano?» La moglie gli si avvicinò interrogandolo con lo sguardo. L’albergatore, con gli occhi sgranati, faceva cenno di aspettare e incollava l’apparecchio alla guancia, come se avesse potuto così udire e capire meglio.
 «Stanotte a che ora?»
 Si avvicinò altra gente, tra cui le due cameriere che iniziavano il lavoro e il portiere di notte che smontava dal turno. Tutti intorno al bancone a cogliere brandelli di una notizia che aveva dell’assurdo.
 «Ma… alla banca?»
 «Quale banca!» diceva sua sorella dall’altra parte. «Una palazzina, proprio nel centro del paese! La casa dei Bongera, due fratelli che vivono da soli. Ci siamo svegliati tutti, c’è stato l’incendio, finestre saltate. Si è fermato l’orologio del campanile, quello piccolo, dell’oratorio di San Giacomo.»
 «Aspetta… che io ho proprio qui in albergo uno di San Sebastiano…» ma il portiere di notte gli faceva dei gesti ai quali l’albergatore, per il momento, non badò.
 «Scusa», osservò la sorella, «e cosa ci fa uno di San Sebastiano nel tuo albergo, a venti chilometri da casa?»
 Giusto. L’albergatore si limitò a dire:
 «Guarda… è una storia lunga… aspetta che lo vado a cercare e glielo dico…»
 Ma il portiere di notte concluse a parole quello che non era riuscito a far capire con i soli gesti.
 «Se n’è andato. Era tornato intorno alle due, ha bussato come stabilito e prima delle cinque è sceso con la sua roba, mi ha salutato, ha detto che eravate d’accordo e che vi eravate già salutati. È andato alla fermata della corriera. La prima per Genova passava dopo pochi minuti. Poi non l’ho più visto.»
 «Chi è? Il tizio del giardino?» chiese la moglie dell’albergatore, che fece un cenno di assenso distratto.
 La sorella era ancora in linea.
 «E allora? L’hai trovato? Chi è?»
 «Ha sui sessant’anni. Si chiama Piattelli. Leopardo.»
 «Leonardo?
 «No, Leopardo!»
 «Leopardi di cognome?
 «Leopardo di nome, belin, che ci posso fare? Di cognome fa Piattelli!»
 «Leopardo? Non è di qua. Me lo ricorderei, uno con un nome così.»
 L’albergatore controllò sul computer dove erano stati registrati i dati.
 «C’è scritto che è nato ad Ancona e vive a Lecce…»
 «Quindi», dedusse la sorella, «cosa c’entra con San Sebastiano? Magari ci viveva tanti anni fa, che ne so.»
 «A me aveva detto, l’altra sera…» e si fermò. Mettigli il sale sulla coda, pensò tra sé. Poi tagliò corto con la sorella:
 «No, devo essermi sbagliato, l’ho confuso con un altro, non è quello. Mi ha parlato di San Sebastiano ma non ricordo a che proposito. Farò un salto lì, in mattinata, a vedere. Ciao.»
 Spiegò agli astanti che avevano seguito i brandelli di quella conversazione cos’era successo. Una bomba in un paese di quella valle, in una casa qualunque, era davvero una cosa senza senso, una roba da matti. Lo stavano ripetendo tutti.
 «Sarà stato un cortocircuito», disse l’albergatore per chiudere la faccenda.
 «E il nostro Leopardo, che gira i boschi di notte, cos’a a che fare con questa storia?» chiese sempre più stupito il portiere di notte.
 «Appunto, che c’entra il tizio del giardino?» Chiese a sua volta la moglie. L’albergatore guardava fuori, oltre la vetrata d’ingresso, verso la strada provinciale. Pensava che, se solo avesse rivolto, quand’era il momento, un’occhiata ai dati di quella carta d’identità… magari…
 «Niente», rispose, «non c’entra proprio niente» e se ne uscì, a bagnare le ortensie.

Bergamo, 6 gennaio 2010, h. 1.25 (da due racconti iniziati rispettivamente nel 2000 -Leopardo- e nel 2002 -Il bar- )


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