I fratelli Maurini - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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I fratelli Maurini

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I "FRATELLI MAURINI"



Gli autoscontri dei "Fratelli Maurini" arrivavano puntualmente la settimana prima della festa patronale. E se ne andavano la settimana dopo. Venti giorni di permanenza nel paese, preceduti da venti giorni nel paese prima, provenendo da Sud, e seguiti subito dopo da altri venti giorni nel paese successivo, verso Nord.
  Si era d'estate e i "Fratelli Maurini" la trascorrevano in pratica tutta, con i loro baracconi, in quella valle d'appennino, tra boschi di castagni e vecchi paesi. Per l'epoca dell'uva e della vendemmia si trasferivano ancora più a nord, sulle ultime colline del Monferrato che guardano la pianura, dove settembre è ancora caldo e le prime piogge persistenti e le giornate di gran vento non cancellano del tutto l'estate, i pomeriggi assolati nelle piazze e la voglia di girare mezzi nudi.
  Il paese di Vittore era nel cuore di quella valle ligure d'appennino.  Lì l'estate durava, e dura ancora, poco più che quattro settimane, preceduta da un'attesa di lei spasmodica, e fatta di giornate ancora fresche, e seguita da una nostalgia di lei pungente, avvertibile in giornate repentinamente volte al freddo, al tempo variabile, al passaggio di nuvoloni veloci che improvvisamente oscurano l'asfalto e l'erba, e di conseguenza i cuori di chi guarda con un certo occhio. Come Vittore.
  Ma quando arrivavano i "Fratelli Maurini", svoltando da una curva della statale con manovra plateale di quattro o cinque automezzi con rimorchio, ingombranti, colorati e lucidi, era il momento più bello dell'estate. Il paese si preparava più o meno silenziosamente per la festa e le giornate erano ricche e lunghe.  Vittore in genere avvertiva un'eccitazione simile a quella letta su molti libri, l'eccitazione che accompagnava, in epoche passate, l'arrivo di un circo nei vecchi paesi. Era ragazzino allora, un po' ancora bimbetto e poi acerbo adolescente; subito dopo giovinotto e poi basta, come sempre.
  Lui i "Fratelli Maurini" li detestava. E' che facevano estate, questo era il punto. E nelle interminabili sere in cui le luci degli autoscontri e i loro rumori, la musica a tutto volume e il via vai dei ragazzi, riempivano il piazzale erboso tra il campo sportivo, il viale del cimitero ed il fiume, Vittore si sentiva leggero e stravolto, come se tutto stesse per accadere. Come se tutto dovesse, finalmente, accadere.
  Naturalmente, poi, per accadere non accadeva proprio nulla, ma quelle sere producevano in lui nostalgia già mentre le stava vivendo, e forse proprio perché non le viveva fino in fondo, ma solo come spettatore in attesa, rapito ed estatico, talvolta anche un po' incazzato.
  Lui i "Fratelli Maurini" li detestava.
  Non sapeva, nè seppe mai, quanti fossero in realtà. Certo si assomigliavano tutti, dai più giovani, adolescenti, ai più vecchi, trentenni. Avevano facce da camorra e vestiti da zingari di lusso, l'aria di chi sa come gira la vita al limite della stessa; invadevano il paese con il loro passo spavaldo e conoscevano la gente che più contava nel luogo. Erano stimati dai figuri più loschi della zona e si parlavano con un codice privato, fatto di monosillabi e frasi smozzicate, tra l'acre odore del gel per capelli che usava allora e le camicie setose e luccicanti iniettate di colonie e profumi aggressivi.
  I più giovani di loro, durante le serate di lavoro, erano addetti al posteggio delle automobiline momentaneamente inutilizzate; svolgevano tale compito con un fare da mestieranti saccenti, inarrivabili nelle loro improbabili ma fascinose acrobazie. Erano capaci di tutto ciò che gli altri ignoravano ed erano ammirati dalle ragazzine.
  I fratelli di età mediana, sui venti anni, erano addetti alle casse, al mixer dell'impianto che diffondeva la musica e alla complicata e caleidoscopica manovra delle luci colorate, intermittenti e velocissime, che lasciavano piovere sulla pista dall'odore di gomma come doni sorprendenti o fuochi fatui di chissà quale magia.
  I fratelli più anziani, sui trenta e anche più, fungevano da controllori, trattavano con i vigili che fingevano la loro stolta ma paradossalmente servile severità e scomparivano ad una certa ora della sera per andare a scoparsi donne sposate del paese, di cui solo verso la fine dell'estate si sarebbero conosciuti i nomi, veri o presunti che fossero.
  Quelle serate cominciavano quando la luce nel cielo era ancora molto presente e cominciavano in sordina, con alcuni gruppetti di ragazzini giovanissimi che facevano i loro primi giri sulle automobiline. Man mano che scendeva il buio e la gente usciva dalle case per il dopocena estivo di paese, la musica degli autoscontri si alzava, i giochi di luci colorate si facevano più accattivanti, partiva la macchina del fumo ed uno speaker, uno dei fratelli mediani, iniziava a dire parole con accento semianglofono in un microfono fortemente distorto ed invitava i ragazzi ad un nuovo giro; sfotticchiava, presentava canzoni di moda del momento e chiamava per nome i personaggi più rappresentativi della gioventù del paese.
  In quel tourbillon di cose lanciate nell'aria di festa c'era un continuo e persistente scimmiottamento dell'atmosfera della discoteca, che solo dopo qualche anno sarebbe diventata l'unica possibilità di divertimento dei giovani.
  Vittore ravvisava nel comportamento dei suoi stessi amici, molto più addentro di lui a certe cose e molto più leggeri nelle considerazioni della realtà, un che di estraneo, di incomprensibile e di inaccettabile. Quando, fatti tutti ormai giovanotti, i suoi amici avrebbero cominciato a frequentare assiduamente le discoteche, Vittore ricordò quel loro comportamento dell'epoca e scoprì che loro in fondo non cercavano altro che quello.
  Il gioco era molto semplice, anche se aveva un che di bestiale e di rituale, anzi, probabilmente era semplice proprio per questo: l'obiettivo era quello di invitare le ragazzine a "fare un giro" nella speranza che queste accettassero. Normalmente accettavano, anche perché il giro, beninteso, lo pagavano sempre coloro che invitavano. Il problema era che dopo il giro la ragazzina di turno scompariva, mentre nei sogni di loro avrebbe dovuto fuggire in chissà quale luogo appartato per lasciarsi almeno toccare le tette. Non accadeva mai. E Vittore lo sapeva. Per questo non invitava mai nessuna fare un giro, e se lo faceva, qualche raro giro, era solo con i suoi amici, giusto per fingere di divertirsi e non dare troppo nell'occhio.
  Il vero obiettivo di Vittore era quello di starsene ai bordi della pista, sulla pedana metallica leggermente in discesa e zigrinata  per  non  scivolare. Da  lì  Vittore  osservava la  sua generazione, la gente giovane del suo paese, le ragazzine anche.  Si buttava ad immaginare le vite di tutti e notava, con una specie di dolcissima e tenera pietà, quanto tutto quel branco informe di creature omologate già nei loro primi lustri, rispettasse le linee di un registro preciso, come quello delle fasi vitali di certi animali apprese dai documentari della tivù.
  I "Fratelli Maurini" gli apparivano un po' come domatori, un po' come prestigiatori funambolici, un po' come pifferai magici ed anche un po' come disgraziati che procedevano per schemi fissi, preordinati, fintamente vincenti perché nel proprio habitat naturale; un po' come tutti.
  Il problema era che Vittore non accettava l'idea dell'habitat, perché lui non lo aveva e mai ne avrebbe avuto uno. Perché lui non era a suo agio in nessun ambiente e magari si nascondeva anche dietro quella maschera di inutile purezza o di non richiesta originalità e fantasia sterile.
  Comunque per lui era bello starsene lì a guardare, immaginare una ragazzina appena tredicenne, appena sbocciata, come sarebbe stata venti o trenta anni dopo: sfasciata, conclusa, femmina madre infelice e rompicoglioni. Per Vittore era bello proiettare tutta quella fauna in un futuro che immaginava non fosse troppo lontano: le tappe, i procedimenti fissi, i compartimenti stagni, gli davano una sorta di fitta al petto a metà tra il disgusto e la malinconia sognante. Inventava tra sè e sè storie allucinanti su tutte quelle vite che gli passavano davanti sfrecciando sulle automobiline pronte a cozzare contro altre. Tali storie inventate a lui servivano per dare un senso a tutto quello che vedeva. Per lui una sera da godere in sè, come facevano gli altri, non aveva un grande significato se non era concepita nella proiezione del futuro di una storia.
  Tutte quelle storie erano inoltre accompagnate, o condite, incorniciate, completate, dagli odori e dai colori della sera intorno. Per Vittore quei contorni erano il suggello della magia di un gioco che conosceva a memoria fin dai suoi primi anni di vita. E non era recitare una parte, nè desiderio di distacco a tutti i costi. Forse incapacità a vivere normalmente, questo sì, ma Vittore, sinceramente, non avrebbe mai desiderato il contrario.
  Ecco che quando riusciva a staccarsi dalla momentaneamente fastidiosa compagnia dei suoi amici, se ne andava a gironzolare qua e là per gli altri baracconi: poca roba. Un tiro a segno, un camioncino apribile per le frittelle e lo zucchero filato, una giostra per i calci-in-culo con il pennacchio appeso e sventolante molto al di sopra dei seggiolini rotanti, in attesa della mano ghermitrice del più capace tra tutti gli avventori; quello che vince un altro giro e che lo racconta a casa l'indomani.
  E dunque altri odori ed altri suoni, altre luci e sempre i soliti pensieri nelle belle sere d'estate della sua particolare attrazione di adolescente.
  Vittore non ricordava fosse mai piovuto. Sembrava sempre bello il tempo, in quelle sere, e senza fine quelle notti, passate a far niente, a guardare, a sognare magari chissà quale altra vita anche per sè, senza precisione o desiderio, solo per il gusto di immaginarsi altrove, lontano, diverso, perduto. Per il gusto di immaginare cosa potesse voler dire la nostalgia di qualcosa di non vissuto o vissuto a proprio modo, senza usi strumentali del ricordo e senza in fondo grossi ricordi da trascinarsi dietro.
  Talvolta c'era il caso che una ragazza si accompagnasse a lui.  Ne era contento. Le sere dei "Fratelli Maurini" assumevano allora un'atmosfera ancora più magica grazie alla ragazza, la quale comunque non contava assolutamente nulla come persona ma solo come immagine. Di tutte quelle ragazze, e non erano certo molte, Vittore dopo qualche anno non ricordava più neppure i pochi nomi.
  Poi c'erano anche quelle ragazze che Vittore desiderava come un pazzo per serate intere e che consumava di sguardi; naturalmente quelle erano inavvicinabili e lui se le guardava da lontano, macerando nella gelosia se le vedeva con qualcun altro. Ogni tanto notava anche la gran confidenza che i "Fratelli Maurini", un po' tutti, avevano con quelle ragazze e ci restava male. Era bello anche quello però. I ragazzi degli autoscontri, qualunque età avessero, giovanissimi, mediani o anziani, diventavano tutti insieme un'unica copia speculare di quello che lui era. Tutto ciò che aveva Vittore non lo avevano loro e viceversa.
  Quando i "Fratelli Maurini" sbaraccavano e si allontanavano verso il paese successivo, non tutto era finito. L'estate continuava ma bisognava andarla a cercare qualche chilometro più a nord. Comunque le sere non avevano più quel prodigio del senso di abbandono privo di calcolo o di pensiero della fine. Quelle sere smettevano di essere simili, nel loro più riposto sapore, alle sere d'estate dell'infanzia, quelle che tradizionalmente si ricordano come le più lunghe, anche se duravano molte ore in meno.

  Vittore era quasi vecchio quando, passeggiando con la sua famiglia in un paese molto lontano da quello suo della giovinezza, un paese di mare e non di appennino, scoprì in un piazzale inondato di luci l'insegna dei "Fratelli Maurini" sulla parete di un grande camion bianco. Volle andare verso gli autoscontri insieme a sua moglie e a sua figlia ormai fatta donna. Giunse davanti alle automobiline, che non erano più quelle ma molto più moderne, e provò a ritrovarsi come in quelle sere. Le emozioni non c'erano più e l'aria, gli odori e i suoi stessi pensieri avevano un che di secco e di fermo. Guardando quei giovani che, come allora i suoi amici, si dannavano nella pista e nei suoi bordi, non vide nessuna vita e non immaginò nessuna storia. Vittore aveva avuto una sua vita ed una sua storia, più o meno da buttare, da rifare  già molti anni prima. Vittore non era più il ragazzo che osserva silenzioso e pensoso. Fu quasi tentato di fare un giro chiedendo alla moglie o alla figlia di accompagnarlo ma gli parve ridicolo, e non certo per la sua età.
  I "Fratelli Maurini" erano più o meno sempre gli stessi, o almeno avevano le stesse facce. Il loro ambiente era sempre quello e ci sguazzavano dentro a loro agio. Vittore, che ora aveva un suo ambiente, si sentì inutile come il rituale ridicolo che osservava dall'esterno tanti anni prima. Non valeva più nemmeno la pena di fare un giro per sentirsi qualcuno o qualcosa, perché lui qualcuno o qualcosa lo era ormai diventato, e il senso di quei giri di allora, che lui sapientemente rifiutava, era proprio tutto lì.
  E si tenne le sue nostalgie tra passato e futuro senza troppi rimpianti. Mentre la moglie e la figlia lo strattonavano annoiate per farlo venir via da lì, Vittore cercò per un attimo con gli occhi la sagoma di qualcuno che rimane ai bordi della pista per non diventare una cosa sola ma rimanere tante cose possibili.
  Invece in un lampo gli parve di vedere che tutta la gente ferma in attesa saliva sulle automobiline. Ai bordi della pista non rimaneva nessuno e l'estate non aveva profumo e durava pochissimo.





BERGAMO  17/09/1997    ore 2:10

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