Il calendario della felicità - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Il calendario della felicità

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IL CALENDARIO DELLA FELICITA'



Vittore trascorse più di venti estati intere, dall'inizio della sua vita, in una casetta di campagna che i suoi avevano affittato pochi mesi dopo la sua nascita per portarlo a cambiamento d'aria, in quanto era un neonato gracilino e bisognoso del clima di collina. Ben presto egli si scoprì legato indissolubilmente a quel luogo e fin da ragazzino paventava nei propri pensieri il momento in cui avrebbe dovuto staccarsene definitivamente.
 Ogni anno, fin dalla più tenera fanciullezza, osservava con sgomento tutti i cambiamenti che il luogo dove sorgeva la casetta presa in affitto subiva. Se veniva abbattuto un albero lui pensava che da quel momento in poi la sua vita non sarebbe stata più la stessa. Se veniva costruito un garage o una nuova casetta o una villa dove prima c'era un pergolato o un fossato o le terrazze di un prato, Vittore rifletteva sulla caducità delle cose, sulla fine di tutto, sulla disgrazia di affezionarsi troppo ad una vista.
 Le sue estati cominciavano a giugno inoltrato, alla fine della scuola, dal momento in cui la sua famiglia si trasferiva lì per la villeggiatura; terminavano ai primi di settembre, al momento del rientro in città. Ma non solo l'estate iniziava e terminava in queste date; era la sua stessa vita ad interrompersi a settembre e a riprendere nel giugno successivo: l'intervallo di tempo che lo separava dalla casetta in collina era solo letargo, vegetazione con l'animo sospeso e spasmodica attesa.
 Non fece molte amicizie in quel luogo e quelle poche neppure durature. Non diventò mai uno del posto e probabilmente non lo avrebbe desiderato neppure. Quella casetta e quelle colline erano il panorama del sogno, il luogo del mito, un legame tutto suo, privato, ancestrale, che non trova spiegazioni antropologiche soddisfacenti e che si può spiegare solo attraverso la comprensione poetica.
 Vittore non divenne un ragazzo di quella campagna; amava la terra leggendo Virgilio e Lucrezio ma quella terra non la lavorò mai con le sue mani. Non conobbe dei vecchi che potessero spiegargli i nomi delle piante, degli arbusti ai lati delle strade, i cicli delle stagioni, della semina, del raccolto. D'altra parte quel luogo di rurale aveva ormai poco perché divenne ben presto una sorta di dolcissima periferia di un paesotto che scimmiottava la città, nelle abitudini e nelle parole. Ed anche quando le parole sarebbero state adatte a mettere radici e sentirsi uno del posto, Vittore, per il suo carattere e la sua complessa psicologia, non seppe approfittarne. Rimaneva appartato in una specie di condizione leopardiana prima maniera, carica di speranze e felice in sè, fuori da ogni prospettiva. Appena giunsero le prospettiva, con la caccia alla realizzazione delle illusioni, Vittore iniziò a staccarsi gradatamente da quel posto, quasi senza accorgersene, con un'ingenuità di abbandono che lo portò a perdersi nel mondo. Aveva sempre saputo che sarebbe andata a finire così. Eppure quando, anni dopo, si accorse che era davvero tutto finito, infanzia, fanciullezza e adolescenza, non rimpianse mai il suo essere piccolo o giovane di allora ma solo il suo essere "lì" in quelle estati. E intorno, in quei suoi pensieri disperati del dopo, c'era un grande vuoto.

 Raramente si trovò, nell'età matura e nella vecchiaia, a rimpiangere un volto, una voce o un amico. Rimpiangeva gli odori di quel luogo, le ombre che il sole gettava tra gli alberi segnando per lui un tempo preciso e personale, il canto degli uccelli, i colori del cielo, il passaggio delle nuvole che quando coprivano all'improvviso la luce e gettavano il grigio intorno, sui muri, sull'asfalto delle stradicciole e sulla casetta in affitto, davano un senso di sgomento.
 Erano le sue estati, quelle. Nel suo cuore non passarono più, anche se non potevano più tornare. Erano i ricordi più belli che lui aveva.
 Conosceva una bambina. Si chiamava Sabina. Dico conosceva perché non era proprio una sua amica. Lui la usava più che altro come calendario della felicità. Sabina infatti, che abitava lì dove lui trascorreva le vacanze, per essere una bambina ricca trascorreva le sue vacanze altrove. Partiva sempre tre giorni dopo l'arrivo di Vittore in campagna e rientrava sempre tre giorni prima che Vittore ritornasse con la sua famiglia in città.
 La famiglia di Sabina aveva tre macchine: la Cinquecento blu della mamma, una utilitaria un po' più grande che il papà usava tutti i giorni e un grande macchinone che veniva estratto, lindo e rombante, dal garage credo una sola volta all'anno, proprio tre giorni dopo l'arrivo di Vittore in campagna.
 Avevano anche una roulotte, enorme, sembrava una casa.  Compariva misteriosamente a giugno e scompariva. Ricompariva alla fine di agosto per scomparire un'altra volta.
 Vittore viveva i suoi primi giorni di ogni estate come in uno stato di soffocante ebbrezza. Tutto gli appariva bello e carico di promesse. L'inizio dell'estate era per lui elettrizzante: l'erba verdissima dei prati appena curata dal primo taglio, le serate interminabili, luminose ed odorose, le mattine incendiate di luce.  In queste condizioni di euforia, che non provò mai più nella sua vita, Vittore attendeva con ansia che la famiglia di Sabina imbastisse i preparativi per la partenza. Talvolta scambiava anche qualche parola con la bambina, poi ragazzina, poi ragazza e poi basta, che era Sabina. Chiedeva dove sarebbero andati quell'anno, che giro avrebbero fatto, che cosa avrebbero visto. E mentre Sabina parlava lui non ascoltava ma inseguiva una musica interna, la sua voglia di viversi la propria estate in quel ristretto spazio di prati, di luce e di strade. Non ricordava mai neppure una parola di Sabina e qualche anno dopo si accorse di non ricordarne neppure la voce, nè il volto. Sabina in quei tre giorni prima della partenza per le vacanze era per lui un grande segnale luminoso e profumato. Era come se una voce fortissima gli urlasse nel cuore che tutto stava iniziando e che la vita era tornata, ricominciava ed era bella come sempre.
 Nel terzo giorno, quello della partenza, Vittore si sedeva su un muricciolo di fronte al cancello di ingresso della villa di Sabina, e da lì osservava l'estrazione della grossa automobile dal garage, il lento percorrere del passaggio nel giardino tra il box e la grande cancellata, il luccicare della lamiera scura sotto il sole di una di quelle mattine stupende. Le operazioni di partenza duravano dalla mattinata al pomeriggio inoltrato. All'ora di pranzo arrivavano gli zii di Sabina, anche loro con una macchina molto grande e luccicante; poi compariva come d'incanto la roulotte e veniva agganciata ad una delle due macchine. La mamma e la zia di Sabina pulivano gli interni, trasportavano oggetti, tendine pulite e Vittore provava uno strano gusto tutto infantile a lanciare occhiate furtive all'interno della roulotte, come vi si celasse un mondo che a lui non era dato di scoprire fino in fondo ma che si presentava senza dubbio straordinario.  Sbirciava i divanetti colorati, gli interni in tinta, il tavolino, la moquette e rimaneva attratto, nei suoi pensieri, da quella bella casa in movimento che avrebbe attraversato chissà quali posti fantastici. O forse la cosa che più piaceva a Vittore era che quella roulotte, in quelle ore, era una casa situata in quei luoghi che lui tanto amava. Infatti un giorno, la mamma di Sabina, vedendolo così attento ed incuriosito, seduto sul muricciolo con le ossute gambette sempre un po' sporche d'erba e di terra ai ginocchi, per scherzo gli chiese: "Vuoi venire con noi?" Lui si fece rossissimo in volto ma rispose sicuro, scuotendo la testa e tenendo le mani dietro la schiena. "No. Io voglio rimanere qui.  Sono appena arrivato e non voglio andarmene fino alla fine dell'estate". Per Vittore era una grande conquista essere lì e rimanerci. Il salto dalla città a quel posto era per lui come un salto in una dimensione lontanissima e fantastica, nonostante la città distasse solo una mezz'ora di viaggio in treno e forse ancor meno in macchina. Anzi, la città, come tutti gli altri luoghi del mondo che un giorno toccò anche a lui di scoprire, era una realtà lontana ed infelice; a Vittore sembrava infelice tutto ciò che in quei giorni aveva la sventura di essere lontano da lì.
 Nel pomeriggio la macchina con la roulotte al traino si metteva in moto. Vittore era sempre seduto sul muretto. La prima a partire era la macchina degli zii, che avrebbe fatto strada. Poi si muoveva quel piccolo trenino che il macchinone del papà di Sabina costituiva con la roulotte agganciata. Vittore rimaneva sempre un po' deluso dal fatto che nessuno salisse sulla roulotte durante il viaggio. Una volta ne aveva parlato a Sabina. "Non si può", le aveva risposto lei, puntuale, senza dare altre spiegazioni, ma si vedeva che ci soffriva anche lei, che anche a lei sarebbe piaciuto viaggiare sulla roulotte e non starci sopra solo quando era ferma.  No, Sabina saliva come gli altri sulla macchina e poi, qualche volta ma non tutti gli anni, lanciava un rapido saluto con un cenno della mano a Vittore che vedeva la carovana allontanarsi e scomparire lentamente dietro la curva in fondo alla discesa, tra un prato e la continuazione del muretto sul quale era seduto Vittore. Il rumore si allontanava e rimaneva un silenzio di cicale e di fronde mosse dal vento. Vittore stava lì ancora per un po', a sognare chissà che. Poi andava a bere l'acqua di una fontanella tra l'erba della collina tagliata a terrazze dietro casa sua, o a scoprire per l'ennesima volta le trincee scavate sotto il bosco durante la guerra partigiana. Il prologo delle vacanze era finito con quei tre giorni di permanenza di Sabina, la cui partenza sanciva ufficialmente l'inizio dell'estate. Poi era tutto sogno e vita fino a settembre, quando ricomparivano i macchinoni del papà e dello zio di Sabina e la loro roulotte. Non più luccicanti, tutti e tre, ma impolverati e provati dai viaggi e dalla lunga estate. Quando Vittore riusciva a scorgere in lontananza il piccolo convoglio, correva a sistemarsi sul muretto per osservare le operazioni di arrivo. Si sentiva triste e aveva ancora meno voglia di parlare. Non chiedeva mai niente a Sabina delle sue vacanze, perché non gliele importava nulla. Il suo ritorno era il segnale della fine che di lì a qualche giorno sarebbe arrivata.  Forse una sola cosa Vittore le avrebbe voluto chiedere: come ad  essere  felice se se ne andava nel momento più bello e tornava solo nel momento più triste della sua vita. Però la invidiava dolcemente, perché lei rimaneva lì per tutto il tempo che separava Vittore dall'arrivo della nuova felicità, nel giugno successivo.
 La sera del ritorno di Sabina era sovente una sera di buio anticipato, di vento di burrasca e di freddo umido che scendeva dal bosco. I profumi erano come assopiti e sull'asfalto reso scuro dal tempo brutto e dal cielo nero volavano rapide alcune foglie ancora tenere ma non più verdi, staccate dalla violenza di qualche ventata o da qualche maldestro gocciolone di pioggia.
 I tre giorni successivi passavano in un lampo e lasciavano a Vittore un groppo in gola che si spegneva con la sua discesa nel limbo dell'inverno e della sua vita sospesa, nella prospettiva dell'attesa lunghissima del ritorno alla luce.
 Sabina, diventata ragazza, non partì più con i suoi in roulotte. A dire il vero non partì più neppure la roulotte. La madre di Sabina ebbe un altro figlio, molto tardivo. Il padre, per diversi anni, non si vide più. Era andato a lavorare in un'altra città e in un'altra città finì ben presto anche Sabina, per studiare. Compariva di tanto in tanto ed era sempre molto carina con Vittore, lo andava a salutare, gli raccontava alcune cose che lui non ascoltava mai. Ma era felice di vederla, anche se adesso arrivava in giorni che non avevano senso, non segnavano più nessuna tappa, nessun inizio, nessuna fine.
 Vittore stesso, fatto uomo, andò a lavorare in un'altra città ed ebbe una sua vita come tutti, un lungo limbo appiccicaticcio che non conosceva più attese, nè partenze o ritorni degni di tali nomi, senza più il senso mitico di appartenenza ad un tempo che in quegli anni era stato, almeno quello, la realtà.
 Sabina forse si sarà dimenticata di Vittore, così come Vittore, se incontrasse adesso Sabina, non saprebbe proprio dove collocarla nella sua memoria e non solo perché all'epoca non la ascoltava mai e non la guardava mai neppure troppo in volto.
 Fatto sta che quando giugno sta per finire, Vittore avverte una sensazione inspiegabile di liberazione che dura circa tre giorni e che non riesce a spiegare a nessuno, con nessuna parola; sa che non potrà farlo mai.
 Non è però felicità, non lo è più.

 E quando l'estate sta per finire Vittore, per tre giorni, avverte un senso di angoscia che si guarda bene da spiegare a qualcuno.
 Non è però tristezza, non lo è più.

 Dice sempre ai suoi che morirà in settembre e che ogni settembre che arriva potrebbe essere quello buono. Sa anche che tutto accadrà quando sognerà di veder salire lentamente due macchine ed una roulotte dalla svolta di una curva che adesso non esiste più. La roulotte sarà impolverata e intorno il vento di una sera di buio precoce gli porterà via il respiro.


Bergamo, 29/08/1997   ore 2:47



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