L'esame finale - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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L'esame finale

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L'ESAME FINALE


I


Il preside Vittore era arrivato nella cittadina accompagnato in auto da un nipote. Era la sera del 23 di giugno. Un’aria tiepida e ferma, sotto un cielo lindo ma evaporato della foschia di caldo, dava finalmente un po’ di refrigerio all’asfalto delle strade, alle facciate nuove dei palazzi, alle aree dei giardini e dei piccoli parchi su cui il sole aveva insistito per tutta la giornata.
Viveva a poco più di cento chilometri da lì, il preside Vittore. Anche quell’anno la sua domanda per presiedere una qualsivoglia commissione di Esami di Stato di scuola secondaria superiore era stata accettata. Dopo più di dieci anni di pensione la cosa non era affatto scontata, ma le sue amicizie agli uffici scolastici di numerose regioni del Nord gli avevano permesso di ottenere ancora una volta soddisfazione. Da cinquant’anni esatti partecipava agli esami finali dei corsi di studi superiori; per più della metà di quei cinquant’anni aveva fatto il presidente di commissione. Più o meno da quando era diventato preside, se non addirittura da qualche anno prima.
Era un ottimo elemento, il preside Vittore. Dai provveditorati presso i quali faceva domanda lo accettavano al volo, poiché si trattava di una garanzia di lavori ben fatti, ordinati, senza intoppi e senza nervosismi. Era serio e taciturno, non aveva manie di protagonismo, poteva contare su un solerte e continuo aggiornamento rispetto alle normative e si comportava da perfetto notaio, senza mai entrare nel merito delle beghe a cui si trovava puntualmente davanti ogni volta che affrontava il lavoro in una scuola non conosciuta. Anzi, prediligeva proprio le scuole non conosciute; per tale motivo formulava le sue domande sempre il più possibile lontano dalla sua provincia di lavoro e di residenza. Non sempre tale suo desiderio era stato esaudito, a dire il vero, ma in cinquant’anni le occasioni per conoscere realtà diverse da quelle della scuola della sua città erano state numerose.
Quella sera di giugno scese dalla macchina del nipote con una certa fatica. Era la prima volta che si presentava al lavoro con il bastone, ma a giudicare da come, una volta in piedi, procedeva spedito verso la porta dell’albergo, c’era da giurare che si trattasse più di un vezzo senile che di altro.
Il nipote lo accompagnò dentro, ma dopo un breve saluto rimontò in macchina e scomparve. Il preside Vittore non aveva mai avuto la patente. Fino a qualche anno prima raggiungeva la località dove avrebbe fatto esami esclusivamente con il treno; solo di recente si faceva accompagnare e poi venire a prendere al termine dello scrutinio, il giorno stesso della chiusura dei pacchi.
Per il soggiorno sceglieva sempre alberghetti defilati, il più possibile vicini alla scuola dove gli era stata assegnata la commissione. E le località non erano mai città d’arte o di vacanza, come usava un tempo tra i suoi colleghi per sposare il dovere al piacere. Il preside Vittore indicava come preferenza cittadine medio-piccole, di carattere rurale o industriale, solitamente piantate in mezzo alla pianura, o alla mezza montagna, quando non addirittura anonime periferie o agglomerati satellite di grandi città.
Anche la sera in cui scese dalla macchina con il bastone era in una di quelle cittadine: dieci, forse ventimila abitanti; un piccolo centro storico identico a tanti altri, con strade per lo più diritte e squadrate, delineate da portici bassi e semplici in fuga verso una piazza rettangolare con grossa chiesa tondeggiante; intorno la cintura di zone più moderne con abitazioni che sfumavano diradandosi via via in campi sterminati, delineati da strade provinciali e comunali; infine la rotonda di un probabile svincolo autostradale e una stazione ferroviaria. Poco altro.
Salì in camera per scenderne dopo qualche minuto, prendere informazioni sul tragitto più breve da percorrere per raggiungere la scuola e avviarsi in un giro di perlustrazione. Anzi, una prova;  andò infatti a vedere la scuola, con il chiaro intento di calcolare quanto impiegava a raggiungerla, ben mantenendo un passo lento e studiato e arrestandosi di tanto in tanto per osservare con discrezione l’interno di un giardino, o esaminare il muro di una casa, una strada laterale, il cortile di un oratorio.
Sistemato nel suo abito di lino celeste, con un cappello che usavano forse i vecchi di vent’anni prima, fece risuonare con un certo compiacimento la novità del ticchettio del suo bastone sui marciapiedi che percorse in tutto l’isolato per raggiungere l’edificio dell’Istituto Tecnico Industriale.
Un casermone molto ampio, sviluppato su due soli piani, il primo dei quali leggermente rialzato rispetto al piano del cortile, ampio anch’esso e delimitato da una cancellata. Il preside Vittore notò soddisfatto la perfetta chiusura dell’ingresso, che si affacciava su una zona di parcheggi vuota di auto ma impreziosita da un’aiuola curata, rasente all’intera recinzione, e da numerosi salici.
L’edificio era senza dubbio ricavato da una fabbrica del primo Novecento; lo testimoniava una lunga ala sormontata ancora da file di tetti a sezione triangolare con prese di luce sul lato perpendicolare, vecchi capannoni destinati un tempo alla lavorazione di chissà cosa. Oltre la cancellata, l’ingresso principale era una lunga serie di porte a vetrata in cima ad una scalinata di pochi e bassi gradini ma larga svariati metri. I muri erano in cemento semplice, senza alcuna colorazione, tuttavia alleggeriti dalle continue ed ariose aperture delle finestre, dai vetri alquanto vetusti, anche se in buono stato. L’ultima ristrutturazione importante non doveva essere successiva agli anni Settanta, giudicò il preside Vittore. Una scuola come tante altre ne aveva conosciute in tutta la sua carriera, in molti  posti simili a quello. Il retro, poi, si perdeva nei campi di granturco, già abbastanza alto. In lontananza, oltre i campi, si scorgevano brevi macchie di quartieri con palazzine basse e villette a schiera; infine altri capannoni, quelli moderni, anonimi e a scatola, talvolta colorati in modo violento.
Il preside Vittore si appoggiò alla cancellata della scuola e caricò pazientemente la pipa. Durante il viaggio non aveva potuto fumare perché al nipote dava fastidio. Così aveva rimandato. E adesso il gusto veniva anche meglio. Nel cielo rumoreggiavano le rondini, acute nei loro versi amplificati da un certo silenzio, dalla vastità degli spazi. I suoni parevano intrappolati sulle facciate dei bassi palazzi che terminavano proprio sull’ampio stradone su cui si affacciava l’ingresso della scuola. Dai balconi arrivavano voci, mozziconi di parole incomprensibili, rumori di piatti. Una donna stendeva asciugamani e costumi di qualcuno che aveva passato forse la giornata in piscina, il vero lido di quei luoghi. Entrando nella cittadina, dalla macchina, il preside Vittore aveva notato una grande piscina all’aperto, con il suo ribollire di corpi e di colori. Il marchio della nuova estate di pianura.


II


Prima delle otto del mattino dopo, con largo anticipo sull’orario della riunione preliminare della sua commissione, il preside Vittore si trovava già nella segreteria della scuola a prendere visione di documenti e materiali che gli sarebbero serviti per gli esami. La segreteria era collocata al piano superiore, ma lo scalone era abbastanza agevole, di gradini larghi e non ripidi, e non dava il fiatone a percorrerlo, né creava problemi al bastone.
Gli atrii e i corridoi erano di notevole ampiezza ed estremamente luminosi; la vernice verdino chiaro alle pareti faceva risaltare la luce del mattino di una giornata estiva che si prospettava più calda della precedente. I rumori erano ridondanti di un rimbombo che li protraeva a lungo, fossero quelli dei banchi trascinati sul pavimento dai bidelli per la preparazione degli spazi da destinare alle prove scritte o i semplici passi degli applicati di segreteria, dei primi docenti già arrivati che armeggiavano intorno ai registri, di qualche giovane spaurito che si avventurava a chiedere certe  informazioni sulla scuola.
E poi il sole che, nato già da tempo sulla linea d’orizzonte dei campi e delle periferie lontane, acuto e imponente faceva rimbalzare le ombre tagliandole dal basso, tra il linoleum del pavimento e i battiscopa delle pareti. La galoppata verso il cuore della bella stagione era ormai avviata ad un aumento progressivo delle condizioni peculiari e questo, al preside Vittore, piaceva enormemente, come sempre, come tanti anni prima. L’idea di essere sulla strada delle vacanze e della libertà riusciva ancora ad entusiasmarlo, nonostante fosse in pensione già da tempo e tutto sommato le stagioni, a rigor di logica, sarebbero dovute sembrargli tutte uguali. Anzi, ad osservarlo in quei movimenti controllati e attenti, sorretti da un passo ormai non più spedito e da una lentezza che incuteva soggezione, si sarebbe giurato che il caldo incipiente dovesse infastidirlo; ma il preside Vittore era abile nella dissimulazione. Non tradiva le emozioni e se le accarezzava dentro.
Prese possesso delle due aule assegnate per gli esami e per i lavori della commissione, controllò le serrature e le rispettive chiavi, gli armadietti, i banchi. Si aggirava lento e pensieroso tra i corridoi, ora con i registri dei verbali in mano, ora con pacchi di fogli protocollo timbrati, ora con grandi buste bianche.
Scambiò quattro parole con il vicepreside, un rosso di capelli dalla battuta facile; fece un paio di telefonate all’ufficio scolastico e ad un suo collega ancora in servizio. Mezzora prima dell’orario stabilito era seduto alla cattedra dell’aula in cui si sarebbe tenuta la riunione e attese che arrivassero i commissari redigendo con cura alcune carte e familiarizzando con il programma del computer messo a disposizione per la compilazione di alcuni documenti.
Quando tutti furono presenti, introdusse rapidamente la seduta parlando pacato e grave. Nominò il vicepresidente ed il segretario, stilò l’agenda dei lavori dalle prove scritte allo scrutinio finale e non diede tempo a nessuno di fare obiezioni. Poi si fermò un attimo a guardarli tutti e non potè fare a meno di sorridere, ma in un modo tale che nessuno se ne accorse.
Erano così giovani, tutti quanti. Come in un lampo gli sembrò impossibile che si potesse essere commissari d’esame, cioè docenti, essendo così giovani. Eppure ce n’erano di cinquanta e più anni, alcuni avevano, anzi, la stessa età dei vecchi colleghi da cui lui aveva imparato il mestiere, quasi mezzo secolo prima, e che allora misurava con ammirata reverenza. Inutile. Adesso li vedeva tutti invariabilmente giovani, come gli ringiovanissero sul muso ogni anno di più. Ed era bello, altroché. Può sembrare strano ma era bello. Solo gli inetti invidiano chi ha qualcosa che loro hanno avuto prima; forse perché ne hanno perso le tracce della memoria, e allora dovrebbero, vorrebbero, ricominciare daccapo, come fanno i distratti che perdono le cose dalle tasche perché impegnati sempre ad occuparsi di altro, a guardare altrove anche quando non è necessario.
Con i ragazzi, fino a quando aveva lavorato e soprattutto quando insegnava ancora, il preside Vittore non aveva mai avuto di questi pensieri. Quelli, i ragazzi, erano costantemente uguali. Entravano ed uscivano dalla scuola più o meno sempre con la stessa faccia, magari un po’ più allungati, più massicci, più pelosi, ma sempre uguali. La soglia difficile da mandar giù era quella dell’età adulta. E quanto piaceva, al preside Vittore, guardare adesso tutti quegli insegnanti e scoprirli giovani. Era anche questa una novità; alla sua età scoprire cose nuove, nell’ambiente in cui è sempre vissuto, garantisce un’insperata sorpresa; dunque gli veniva incontro la natura. La vecchiaia, per certe cose, aiuta la meraviglia ed è un punto di vista per certi aspetti privilegiato. Ma che qualcuno potesse anche solo supporre la dolcezza che in quegli istanti stava invadendo il vecchio preside, era un’ipotesi da non prendere neppure in considerazione. Ai commissari doveva sembrare un blocco di granito, lucido, inamovibile in quell’assurdo abito di lino celeste; doveva sembrare stramaledettamente sicuro di tutto e interessato a nulla, se non a finire bene e in fretta il proprio lavoro, che già era grasso che cola. E non aveva neanche tolto la giacca, mentre loro si trovavano accaldati in maglietta, una più colorata dell’altra. Le donne in camicette vezzose, scollate, sbracciate sbuffavano piano, di quando in quando.
Li congedò con un semplice saluto e, quando tutti furono usciti dall’aula dopo aver apposto le firme di rito e aver compilato porzioni di verbali, rimase ancora nell’aula dei lavori e si avvicinò alla finestra, le mani dietro la schiena. I vetri erano spalancati ma l’aria non aveva più nulla del frizzantino di quando era entrato, alcune ore prime. Da sotto giungeva un caldo profumo d’erba che accompagnava lo sguardo sui vialetti asfaltati del cortile, tra il parcheggio e il campo da pallone, tra l’ala dei laboratori di fisica e quella dei laboratori di meccanica, tra la mole massiccia e un po’ sgraziata della palestra e i campi di granturco a perdita d’occhio. Scuola, pensò il preside Vittore; un altro punto di osservazione del solito vecchio mondo. Esami, si disse il preside Vittore; un altro modo per esaltare l’arrivo dell’estate e spiare un diverso angolo di rifrazione della medesima vita di sempre.


III


Urla di gatti in amore come pianto disperato di bimbi. Fu quello che spinse il preside Vittore, che si apprestava già ad andare a letto, a rimandare per aprire la finestra della stanza. Il buio era sceso da poco e lo aveva fatto tardissimo, come in tutto l’anno non sarebbe probabilmente mai più stato capace di fare. Ma non era ancor notte. L’albergo dava su una via interna, silenziosa di auto parcheggiate lungo stretti marciapiedi. Arrivava il fruscio di macchine in corsa sulla superstrada, lontana e non visibile, solo per il gran silenzio che faceva lì.
Eppure, piantato davanti alla finestra spalancata sul buio, il preside Vittore centellinò anche altri rumori interessanti, che a tratti si facevano al suo orecchio: la festa di un oratorio che doveva trovarsi nei pressi liberava nell’aria intermittenti note di musica, inframmezzate da una voce amplificata che invitava a qualcosa, scandiva probabilmnte dei nomi prima di essere interrotta da un sommesso battimani. Da un balcone, anch’esso non visibile ma neppure lontano, una voce di uomo rilasciava frammenti di parole in tono monocorde, a intervalli. Qualcuno, non avvertibile, doveva rispondere, perché l’uomo rispondeva all’interlocutore, ripartiva a volte dalla stessa parola di prima, o taceva per lunghi secondi. Il preside Vittore era incerto se considerarla una conversazione telefonica o una chiacchierata al fresco della sera, da un balcone, di un uomo col vocione basso che cercava di non disturbare i vicini e di una donna, la cui voce sottile e acuta, nel sussurro, non poteva essere percepita. Dovendo scegliere il preside Vittore avrebbe indicato la seconda opzione.
Era la prima volta che osservava quel luogo dalla finestra della stanza, in un’ora così dolce. Per lui tutto era nuovo e conosciuto nello stesso tempo. Nuovo perché quella cittadina non l’aveva mai vissuta; conosciuto perché le macchie scure dei giardini nella notte, gli sbadigli dei lampioni sull’asfalto delle strade deserte e le luci dei gruppi di case spersi tra il mare buio dei campi in lontananza, erano del tutto simili ai tanti altri che aveva osservato in sere come quella, nella sua storia passata. Pianura, pensò. E forse al mare o in collina, alla fine, sarebbe stato uguale.


IV


Gli scritti d’esame scivolarono via come cartaccia spazzata da una ventata rabbiosa. Sei ore, all’inizio, sembrano un’eternità da passare in un corridoio gremito di banchi ben distanziati l’uno dall’altro, o in un’ampia aula. Ma il preside Vittore, che di quelle sei ore ne aveva passate almeno un centinaio, sapeva bene che dopo ne resta un ricordo minuscolo, come di un solo momento, un’unica immagine nella quale si accavallano e si fondono tutte quelle identiche del passato. Tanti esami per costituire, nella memoria della mente, un unico grande esame che scorre via sempre troppo in fretta.
Anche i due lunghi pomeriggi delle correzioni, nei giorni successivi, erano cose già viste. Con gli stessi accenti, le stesse domande, le stesse frasi di sempre. Ma nulla che assomigliasse alla noia si faceva mai strada nelle emozioni di quel vecchio in abito di lino celeste. La sua vita era stata quella e lui si sentiva protetto dalle consuetudini, come fosse costantemente tra le mura di casa.
A saldare all’unico guazzabuglio di anni ed esami il ricordo ulteriore di quei due pomeriggi, volle partecipare anche il cielo. Condizioni meteo in fotocopia.  Intorno alle 15.00, il tempo che al mattino era bello, si era improvvisamente guastato; la grande calura mattutina aveva creato un accumulo esagerato di umidità che presto coprì il sereno e scatenò due temporali identici, nelle due diverse giornate. Lampi, tuoni, pioggia torrenziale, fragorosa, e qualche chicco di grandine. I tipici mali di gioventù dell’estate. Nell’aula si accesero le grandi luci al neon, praticamente sconosciute da quando erano terminate le lezioni. La dimensione crepuscolare, inusitata, disegnava le linee di un’atmosfera sorprendente. Il preside Vittore non potè fare a meno di sottolineare a se stesso che quello doveva essere stato il reale aspetto di quell’aula in molte giornate di scuola, quelle che lui non conosceva più ormai da tanto tempo. Nelle lunghe e livide mattine invernali, tra dicembre e febbraio, quando per giorni e giorni il cielo si presenta uniformemente grigiastro e non rivela la presenza di un sole d’altra parte  inutile, il colpo d’occhio dell’aula doveva essere del tutto simile. Allora s’intenerì al pensiero dell’anno scolastico trascorso, dei quotidiani percorsi di vita che quelle pareti avevano conosciuto fino a poche settimane prima; come un tecnico che va a fare una riparazione in un teatro vuoto il giorno dopo un’affollata ed applaudita rappresentazione.
Il preside Vittore era corso a chiudere le imposte e si era creata un’atmosfera un po’ sonnolenta, di grande tranquillità. Ci si sentiva al calduccio, al sicuro dalle intemperie, si evitavano le distrazioni e la voglia di correggere cresceva, aguzzando la concentrazione. Sembrava fatto apposta.
Quando terminarono, dopo aver controllato le valutazioni e riposto gli elaborati nelle buste precedentemente sigillate, il sole era tornato a splendere sui campi bagnati e sull’asfalto luccicante del cortile. L’aria si era fatta più fresca e lasciare la scuola per tornare alla vita era ancora più piacevole. Il preside Vittore si concesse, in entrambe le serate, un giro lungo prima di tornare in albergo. Aveva visitato il centro storico, letto qualche giornale in un bar, gustato un gelato e scambiato quattro parole con qualcuno.
Il giorno della terza prova non lasciò segni particolari. Il preside Vittore fu particolarmente impegnato nella redazione dei verbali e nella trasmissione di dati. Apponeva a tempo di record una quantità di firme impressionante. Non lasciava alcun tempo ai commissari di parlottare, di dedicarsi alle oziose futilità. Li voleva attivi ed impegnati oppure fuori dalle scatole. Non pretendeva mai che fossero tutti presenti, se la normativa non lo richiedeva espressamente. Preferiva lasciarli liberi ogni volta che poteva e li faceva andare via, rapidamente, a due a due. Non di rado, appena chiusi i sigilli, rimaneva da solo a gironzolare per la scuola e prepararsi il lavoro dell’indomani. Qualcuno della segreteria tentò di scambiare con lui qualche frase ma fu un vano tentativo. Cortese e affabile ma spiccio, il preside Vittore.


V


La mattina dell’inizio dei colloqui invece qualcosa cominciò a cambiare. Uscendo dall’albergo, come al solito con largo anticipo, il preside Vittore si scoprì svagato, distratto. Passati i giorni dei temporali ora il tempo sembrava assestato. Il sole si svegliava caldo come quando si era coricato la sera prima. In quella cittadina di pianura alle sette si sudava già, per le strade. L’asfalto sbadigliava calore persino sulle ombre ancora lunghe e l’erba dei campi mandava profumi a tutto spiano. Un vecchio che tutte le mattine, a quell’ora, portava il cane a spasso, quella volta era a torso nudo. Gruppi di ragazzi riempivano le macchine per raggiungere il mare, che da qualche parte, a due ore di macchina, doveva pur esserci. Sentì una donna confessare ad un tale di aver dormito sul balcone, per la gran calura. Nemmeno le ore immediatamente antelucane erano state dispensatrici di fresco.
Il preside Vittore si disse che l’estate, quella forte e vera, era decisamente cominciata. Forse con un leggero anticipo; fatto sta che niente, nell’aria, lasciava più trapelare le incertezze di una stagione nascente. La constatazione lo inquietò e gli mise addosso un certo stato ansioso che lui per primo non si riconosceva.
Camminò più lentamente delle sue abitudini, ma non per il fastidio. Non si sentiva certo a disagio per il suo abito di lino celeste, per il cappello o per il bastone. Era che si fermava in continuazione ad osservare, ad annusare, a confrontare pensieri ed emozioni. Ora lo catturava il particolare di un cespuglio di ortensie da un giardino, ora lo faceva trasalire il verso dei rondoni. E quanto era cresciuto, in quei pochi giorni, il granoturco aveva il potere di farlo incantare.
Tuttavia raggiunse la scuola e si sforzò di concentrarsi sui colloqui. I ragazzi entravano un po’ titubanti, sedevano, parlavano. Il preside Vittore, seduto al centro della commissione, ascoltava intervenendo raramente. Sorrideva, salutava, approvava ma più spesso buttava l’occhio alle finestre e beveva il celeste limpido, acceso, del cielo, l’unica cosa che gli riusciva di osservare stando  seduto. Così il primo giorno, il secondo ed il terzo di quelli destinati ai colloqui.
A metà del guado, ovvero quando mancavano solo tre giorni alla fine del tutto, qualcosa sembrò romperglisi dentro. Intanto era arrivato a scuola senza cappello e senza bastone; aveva varcato il portone d’ingresso con la pipa, spenta ma stretta tra i denti – non lo faceva mai – e soprattutto non gli riusciva più di stare seduto. Si collocò in piedi, davanti alla finestra; all’inizio dandole le spalle e voltando la testa per gettare occhiate fuggitive ai campi, poi, come fattosi sempre più audace, direttamente di spalle all’intera commissione e agli esaminandi, appoggiando le mani al balconcino. I vetri erano spalancati e da fuori proveniva quell’odore d’erba e di terra che gli faceva dimenticare candidati e commissari. Era come se le voci, che parlavano di storia e del funzionamento di mezzi meccanici e di chimica e di nozioni di diritto, si allontanassero sempre più, come provenienti da dentro un tubo che affievoliva progressivamente la portata dei suoni.
Il preside Vittore, forse senza accorgesene, tolse la giacca del suo abito di lino celeste e l’appese alla maniglia di una di quelle finestre spalancate. Stava parlando, dentro sé, in una maniera così intensa che cancellava qualunque possibilità di prestare attenzione ad altro.
I commissari si scambiarono qualche interrogativo sguardo ma erano troppo impegnati negli esami, nella routine travolgente dei colloqui, via uno sotto l’altro, per fare troppo caso a quel repentino cambiamento. Così, lì per lì, nessuno diede importanza all’uscita del preside Vittore dall’aula, né alla sua giacca inusitatamente abbandonata sulla maniglia di una finestra. Nessuno osservò che, fino a quel momento, durante i lavori non si era mai assentato nemmeno per andare in bagno. Al massimo, quando i tempi di permanenza a scuola erano stati davvero lunghi, nei giorni precedenti, aveva concesso una pausa di venti muniti a tutti, durante i quali chiudeva a chiave l’aula, per riaprirla lui stesso e varcarla per primo esattamente venti minuti dopo. No, nessuno si accorse che, nel giro di pochi minuti, il preside Vittore non era più in scuola.


VI


Scese gli scaloni in gran silenzio ed attraversò l’atrio trasognato. Il caso volle che non incontrasse nemmeno un bidello. All’esterno, sui gradini dell’ingresso che pur erano in ombra, si sentì come schiaffeggiato dall’aria bollente del mattino ormai avanzato. Costeggiò il perimetro della scuola, entrò nell’arena del sole che infiammava l’asfalto del cortile, puntò verso il campo da calcio. Guardando dalla finestra aveva individuato un cancelletto che interrompeva la recinzione dell’istituto ed immetteva nei campi di granturco; era aperto. Il preside Vittore lo varcò e, a passo spedito, s’inoltrò in mezzo alle coltivazioni. Intorno era tutto un ronzare d’insetti. Le cicale stridevano forte, numerose, e il sole batteva sulla sua testa, penetrava attraverso la stoffa della sua camicia bianca e gli riscaldava la pelle della schiena e delle spalle.
 Percorse tutti i campi che incontrava procedendo in direzione dei quartieri che aveva individuato in lontananza. Più di un chilometro. Si fermò all’ombra di un filare di pioppi che delimitava un terreno e cavò dalla tasca dei pantaloni la pipa e la bustina del tabacco. Accese e tirò boccate sapienti, con un sorriso che gli illuminava il volto, di cui lui stesso, in qualche modo, riusciva ad indovinare il riflesso. Poi riprese il cammino.
Alcuni minuti dopo era sul ciglio di una strada. Non passava nessuno. Attraversò e riprese ad andare, tagliando in due un isolato di villette basse circondate da giardini inondati di luce e splendenti dei colori dei fiori. Più volte si trovò la strada sbarrata da recinti e ingressi di box; più volte capitò in piazzette che sembravano tutte uguali, con alberi e qualche macchina parcheggiata; non avevano sbocco. Allora tornava indietro e sceglieva una direzione diversa. Costeggiò una cascina. Un cane abbiava oltre un muro. Poi una fila di palazzine, un parco giochi deserto e finalmente un viottolo lungo e diritto che correva lungo una fila interminabile di orti, il cui orizzonte si perdeva nella macchia. Il preside Vittore non ne vedeva la fine. L’alternanza della gran calura nei tratti più esposti e del fresco dei frutteti che facevano da cornice agli orti lo entusiasmò.
Fermandosi a curare la carica della pipa gli venne in mente un gesto dimenticato forse dall’epoca in cui era fanciullo. Tolse dalla tasca il fazzoletto, lo spiegò completamente e ne annodò i quattro angoli per porselo come copricapo. Non è che il sole gli desse fastidio al cranio e rimpiangesse il suo cappello abbandonato in albergo; era la memoria improvvisa di quel gesto lontano.
Fu mentre ricominciava a camminare, procedendo lungo gli orti, che comprese il senso vero di ciò che stava facendo. Tirando boccate lente dalla pipa si disse che in fondo, da cinquant’anni, nel periodo degli esami era questo che desiderava. A lui piaceva quell’atmosfera dell’estate che arriva e l’aveva voluta vivere, possibilmente, ogni volta in un luogo diverso per cercare inconsciamente un po’ di ciò che adesso stava trovando per intero.
L’estate che arriva era da sempre, per lui, una promessa di vita. Leggere tale promessa nelle pieghe del paesaggio, negli odori, nelle luci che assumono una cittadina, o un borgo, o una periferia tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, era un fatto di estrema importanza. Aveva iniziato ad avvertire sensazioni del genere fin dai primi esami che aveva fatto come commissario, quando era poco più che ventenne. Da allora si era trovato a bere con avidità insaziabile l’aria di quei giorni in tanti posti diversi. C’era stata l’occasione di conoscere e frequentare sagre paesane, feste patronali, manifestazioni disparate; ma più di ogni altra cosa il preside Vittore aveva sempre prediletto l’osservazione di una quotidianità che, in quei giorni, si fa ricca di stimoli, gravida di opportunità, aperta ad ogni prospettiva.
Guardare. Guardare sempre, ogni cosa, anche quella apparentemente meno significativa. L’angolo di un terrazzo, la curva di un viottolo, un capannello di persone, nel periodo degli esami assumevano tratti particolarissimi e colori intensi, inopinati fino a poche settimane prima. Probabilmente aveva sempre chiesto di partecipare agli esami in centri di pianura, nel nord, perché quei centri, privi di vita e di poesia per molti dei mesi dell’anno, in quel periodo cambiavano totalmente faccia ed umore, rivelando una bellezza sconfinata ed inattesa, improvvisa.
La promessa dell’estate, il preside Vittore, aveva voluto cercarla ogni anno come occasione di rinascita. Era probabilmente prigioniero, come quasi tutti, delle estati della sua infanzia; si trattava comunque della dolcissima e innocua schiavitù che spinge a rosicchiare qualcosa del passato nei solchi del presente, quale che sia. Poco importa se poi le sue estati, come quelle di quasi tutti, non si siano mai rivelate all’altezza di quella promessa. I doveri familiari, i tempi che cambiano, il paesaggio e la società in continua e frenetica mutazione, l’avanzare dell’età, avevano allontanato sempre più la già remota possibilità di adeguare la vita al sogno sperato. Ma non era un gran male: chiunque, dotato di media intelligenza, è in grado di prevedere ampiamente l’inevitabilità della cosa. Mai il preside Vittore aveva sofferto per questo.
Al termine di quelle due o tre settimane rientrava nella sua vita di sempre del tutto rigenerato, senza bisogno di fare confronti e soprattutto senza attese, o pretese, o velleità. La promessa andava bene in sé. La sua estate era, in definitiva, il valore propedeutico del sogno.
In quelle due o tre settimane viveva una briciola delle vite di tutti: di chi partiva per una vacanza, di chi affrontava un amore nuovo, di chi inziava a fare qualcosa, dalla tinteggiatura della casa alla riparazione dell’auto o della moto, alla cura del giardino, alla grande attenzione da dedicare all’orto, che proprio in quei giorni dà il suo meglio, esprime la sua forza dirompente.
In passato, a dire il vero, si era concentrato molto sui volti dei candidati. In maniera discreta ed inavvertibile, s’intende. Cercava di leggere in quale modo, la promessa di quei giorni, li avrebbe condotti tutti, uno per uno, maschi e femmine, giovani e meno giovani, per alcuni attimi molto vicini alla felicità. Libertà, giochi, scoperte, passioni, erano per il preside Vittore come disegni in sovrimpressione che passavano in un lampo sui loro visi, anche se il lampo era prodotto solo dalla sua mente, dal suo sogno. Tale piacere si acuiva quanto più la prospettiva dell’estate che il preside Vittore aveva si faceva scialba, priva di stimoli, lontana anche dalla più pallida probabilità di scoperta e di passione. Del resto chi ha ricevuto baci in giusta quantità non può che rallegrarsi per i baci che altri devono ancora ricevere. Chi non la pensa così è misero; meschino e commiserevole. Cattivo.


VII


A dire il vero, però, negli ultimi anni, diciamo da quando era andato in pensione, i volti dei candidati lo avevano acceso solo raramente. Era più attratto dai luoghi, dall’aria, dagli oggetti, da promesse di altro genere. Ad esempio dagli orti. Tante volte, come in quel momento stava facendo, si era concesso il sublime gusto di osservare gli orti rigogliosi dell’inizio di luglio. I bacelli dei piselli giunti al massimo gonfiore tra le foglie già quasi ingiallite; i fiori di zucchini giallo-arancio, a fare capolino, tra le larghe ed ispide foglione, da buche circolari; il cammino prepotente ed ubriaco delle piante che vogliono far zucche; i ciuffi scomposti e frastagliati della logica capovolta delle carote; i fiorellini bianchi dei cespugli distratti e fintamente noncuranti delle patate; la lucentezza sapida e fresca delle varie tonalità di verde dei diversi tipi di insalata; il getto folto, odoroso e mosso, del prezzemolo; i primi barbagli violacei delle melanzane mimetizzate sotto i loro fiori; l’attesa silente ed immobile di pomodori e peperoni, ancor verdi ma già compiaciuti delle loro forme; la nobile fierezza del sedano che si spettina, civettuolo, al vento; la scalata temibile e boscosa delle piante di fagioli; il crepitio cartaceo delle lunghe foglie del mais; l’abbacinante invito olfattivo del prato di basilico tenuto basso ed uniforme; i getti nuovi, ruffiani e spensierati, del rosmarino che gioca a fare da siepe; l’argentea e vellutata proposta della salvia; l’ammaliante finzione citrica dell’ingannevole timo; i grappoli rosati e rari dei fiori del rosmarino e quelli più folti e smorti della maggiorana; i bacchetti pagliosi e robusti degli ineffabili cugini, aglio e cipolla; e tutto intorno un agitarsi disordinato di ciuffi di cicoria sparsi ovunque, di foglioline di menta dal sussurro inebriante al calpestio, di trifoglio e spighe giallo-verdi di gran di spelta, di loglio e gramigna a far da pavimento per le ciabatte inzaccherate del sedicente contadino, di palloni di ortensie e tralci di uva fragola abbarbicati a qualunque sostegno legnoso consenta loro di camminare un po’ intorno a quel luogo di delizia.
Tutte, o quasi, queste cose andava osservando, ora, il preside Vittore. Ecco dove voleva arrivare. Ed ecco il suo desiderio mai esaudito: quello di farsi un orto e contare, giorno per giorno, il progredire della stagione in un modo meno anonimo e smorto dei semplici numeri del calendario, o dell’agenda degli esami di stato.
Così, quella mattina, aveva deciso di andarsi a prendere la sua giusta razione di esaudimento del sogno, perché non poteva rimandare oltre, non aveva più tempo. Sicuro, l’orto non lo avrebbe fatto neppure quell’anno; ma almeno godere la vista degli orti degli altri, fino ad esaurimento del desiderio, non glielo doveva impedire più nessuno.
Camminò fino all’ora di pranzo lungo quel viottolo e sostava in lunga contemplazione dietro la palizzata, o la rete, o il muretto che proteggevano tutti gli orti. Incontrò una trattoria, già vuota perché era tardi; mangiò comunque per pochi euro un “risotto del contadino”, tanto per rimanere in tema. Lo trovò eccellente.
Si rimise in viaggio e si inoltrò in quella macchia di orti che si allontanava progressivamente dalle case. Non si vedevano più nemmeno i campi; meglio. Così deserti e desolati, lavorati ad orari impiegatizi da mostruosi trattori mossi da un manovratore senza storia, più che da un uomo, ora lo interessavano meno.
Camminava da ore; gli svincoli delle strade, le rotonde agli incroci, i quartieri di palazzine basse erano tutti scomparsi. Davanti ed intorno a sé vedeva solo il verde multiforme degli orti; il viottolo che percorreva si diramava in tanti altri viottoli uguali, anch’essi costeggiati uniformemente da orti, ciascuno con il suo bravo trogolo di pietra e i contenitori dell’acqua e del letame, alcuni di latta, ricavati da vecchi barili di olio o carburante, altri di plastica, ad anfora, coloratissimi; inoltre la baracca per gli attrezzi. Ogni orto ne aveva una, tutte di forme diverse l’una dall’altra, tutte rivestite e protette dai rampicanti, ora di vite ed ora di rovo.
Quando fu verso sera, una intera legione di ortolani gli si fece incontro. Andavano ad innaffiare e quegli orti, che meravigliosamente erano rimasti silenziosi e vuoti per tutta la giornata, si animavano di voci, di commenti, di richiami. Così uno saltava la staccionata che delimitava il proprio orto, un altro sbucava da un cancelletto di legno cigolante a sinistra, un altro ancora si affacciava dal trogolo, o da una finestrella della capanna per gli attrezzi. Lo conoscevano tutti, il preside Vittore, e lo chiamavano per nome, gli mostravano i prodotti, ciascuno esaltando i propri. Infine si disposero  tutti in circolo, nel viottolo, e gli dissero di sedersi al centro.
Ora lo interrogavano scherzosamente su pomodori e carote, sulla semina, sul verderame da dare, sui diversi tipi di antiparassitari, sui bulbi, sulla cavatura delle patate, sulle lune, sul tempo più propizio per ogni cosa ci sia da fare, in ogni tempo, dentro un orto.
E il preside Vittore rideva e rideva. Rispondeva anche a molte domande, qualcuna la sapeva e quelli applaudivano; in altre cose si dimostrò meno preparato e gli ortolani lo schernivano ma per gioco, promettendogli comunque premi ricchissimi da tutte le loro coltivazioni.
Il sole andava giù e l’aria si era fatta così fresca che il preside Vittore non avvertiva nemmeno più la stanchezza alle gambe che fino a qualche momento prima lo aveva leggermente infastidito. Le girandole dell’irrigazione frusciavano e accompagnavano le voci di tutti i suoi amici ortolani che gli erano intorno. Arrivavano gli spruzzi, erano freschissimi e piacevoli sul viso. E lui rideva ancora e si sdraiò raggiante su quella terra odorosa di letame e di menta selvatica, ripetendo a tutti, a gran voce, che dovevano dirgli se si poteva considerare promosso oppure no. Ma gli ortolani apparivano così soddisfatti, nel loro andare avanti ed indietro dai loro orti, portando attrezzi, tirando canne di gomma, spingendo carriole cariche di fogliame, che il preside Vittore non poteva avere dubbi sull’esito felice di quell’esame e di quella sua estate.


VIII


All’Istituto Tecnico Industriale, il giorno dopo, il subbuglio fu notevole. Le telefonate agli uffici competenti si facevano sempre più frenetiche. Si era perso un presidente di commissione. Non lo trovavano da nessuna parte, nessuno lo aveva visto e non sapevano che pesci prendere.
Non era mai accaduto, disse la segretaria. Le ricerche in albergo e presso la famiglia non avevano sciolto il nodo. Giunse un ispettore dall’ufficio scolastico provinciale, si cercò il modo di mandare comunque avanti gli esami e portarli a conclusione, perché gli ultimi candidati avevano diritto a sostenere i loro colloqui. Ma la scuola rimase aperta in attesa di novità e gli esiti degli esami non potevano essere né esposti né formalizzati ufficialmente. Qualcuno rimandò la partenza per il mare, bestemmiando; un genitore si fece persino minaccioso. Ma esageravano tutti, perché in conclusione l’estate era ancora giovane e manteneva intatte tutte le sue promesse. In fondo passarono solo cinque giorni.
La mattina del sesto arrivò la notizia del rinvenimento di un cadavere in una remota località a quindici chilometri da lì. Lo avevano trovato la sera prima alcuni contadini che curavano gli orti da quelle parti. Era seminascosto dal fogliame, proprio al limitare di un orto. Forse un’insolazione, forse un malore, aveva detto il carabiniere che portò la notizia a scuola.
In un’ora furono messe a posto le pratiche burocratiche e si esposero i risultati. Tutti i candidati di quella commissione erano stati promossi.


Genova, 3 luglio 2011


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