LA GANDE SODDISFAZIONE DI NON ESSERE NESSUNO da "Una delle ultime sere genovesi" 1996 - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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LA GANDE SODDISFAZIONE DI NON ESSERE NESSUNO da "Una delle ultime sere genovesi" 1996

Il teatro > I monologhi

LA GRANDE SODDISFAZIONE DI NON ESSERE NESSUNO
(monologo)

C’è un periodo della mia vita di condomino che ricordo con grande dolcezza. Era quando abitavo da solo appartamentini ammobiliati. Avevo la grande soddisfazione... di non essere nessuno!
  Lasciavo sempre il nome di quello che mi aveva preceduto sia sulla targhetta del citofono, sia sulla porta, sia... sulla cassetta delle lettere! Esisteva la cassetta delle lettere. E si riempiva di cose inaudite, altro che SPAM. Il rapporto che avevo con la cassetta delle lettere era addirittura morboso.
 Pasquarelli Egisto!
 E chi è? Boh! Uno che c'era prima. A cui arrivava ancora della posta. Cercarlo e consegnargliela? Tz tz! Finisce lo svago!
 Le bollette del... (pronunciando molto male, caricato) Readers Digest. Gli volevano vendere libri, cazzate... che erano quelle cose che bastava che tu rispondessi una volta... ed eri automaticamente iscritto. E impegnato ad acquistare tutto quello che volevano loro. Era legale, sai? Praticamente come con i CALL CENTER di oggi, solo che quelli non ti rompevano le balle mentre eri sotto la doccia. E non potevi mandarli a cagare in diretta.
 Come la pubblicità degli apparecchi acustici. Ne ho trovata una che diceva, giuro:
 LO SAI CHE FORSE SEI SORDO MA NESSUNO HA IL CORAGGIO DI DIRTELO? VIENI PRESSO IL NOSTRO CENTRO E RISOLVEREMO IL TUO PROBLEMA.
 Come i volantini dei prestiti finanziari:
 FINO A VENTICINQUEMILA EURO, SENZA INTERESSI, TREMILACINQUECENTO RATE... e chi è, Gesù? E poi in cambio cosa vogliono, un rene?

Eccoli qua
(cominciando ad estrarre da una cartellina, o scatola, un grande numero di depliants reperiti nella cassetta delle lettere).
Questo eravamo qualche anno fa.
(cominciando a leggere alcuni dei depliants più spassosi, scherzandoci sopra con battute più o meno improvvisate)

(canticchiato, con accompagnamento musicale ammiccante. Nel frattempo getta in aria tutta quella carta lucida)

  Come il manifestino del mobilificio che chiude
  di quell'altro che cambia la sede
  cambia gestione, cambia i locali
  su tutta la merce fa sconti bestiali
  i supermercati di mezza regione
  ogni tre giorni fanno promozione
  i prezzi dei vini e del granapadano
  il corso di ballo latinoamericano
  la posta è già tanta, ti sfugge di mano
  la posta è già troppa, ti sfugge di mano
  un viaggio di un giorno a Voghera e Tortona
  per farti comprare divani e poltrona
  il centro d'estetica e di abbronzatura
  massaggi, informatica e pesca d'altura
  la posta deborda feroce e sicura
  talmente invadente che mette paura
  che mette paura...

No, io no. Allora non avevo paura. Avevo la soddisfazione... di non essere nessuno! Non era per me tutta quella carta patinata, colorata, ripiegata in quattro, in otto, in sedici parti, quei primi piani di salami e di accessori per falciatrice, con il prezzo reale sbarrato in rosso e sotto il nuovo prezzo, scontato. Non era per me, tutta quella roba. Era per... Egisto Pasquarelli.
 La prima comunicazione del club a cui si era incautamente iscritto, il tapino, l'ho scoperta una mattina che pioveva. Subito penso: la butto in una pozzanghera. No, un momento. Potrebbe essere una bolletta. Magari dell'IREN. Quella può riguardarmi, perché poi la luce la tagliano a me. Non è importante essere Egisto Pasquarelli oppure un altro, per quelli dell'IREN. Per quelli dell'IREN non è importante essere o non essere qualcuno. Loro staccano e basta.
 Per fortuna era una di quelle letterine premarcate, bianche e rosse, e diceva:
"Gentile amico Egisto Pasquarelli..."
Che già quando dicono "gentile amico" è segno che te l'hanno piazzato in quel posto. O che si stanno attrezzando per farlo. Gentile amico!
"Eravamo certi che avrebbe apprezzato la nostra proposta, infatti non ci ha rimandato indietro il tutto..."
Sì, perché la clausola che ti permette di rifiutare rispedendo tutto al mittente... è stampata in cirillico arcaico e in due righe, in uno spazio grande come un francobollo, a lato della lettera, specie in quella porzione che puntualmente... RRRIIIIP, strappi mentre apri la busta.
"Per cui Lei, gentile amico"
Lei con la maiuscola, perché rispettano la forma
"ora è tenuto ad inviarci, entro la data specificata, l'importo indicato. Certi di averLa accontentata e di aver esaudito i Suoi desideri le porgiamo infiniti, distinti saluti"
Sono prodighi di infiniti, distinti saluti. Tanto non costano niente.
 Passano due settimane. Secondo comunicato:
"Caro socio Egisto Pasquarelli,"
E al caro socio" già godevo, perché è una specie di avvertimento mafioso.
"caro socio, sicuramente si sarà verificato un increscioso disguido postale, o forse lei avrà già provveduto al pagamento, nel qual caso la preghiamo di non tenere conto della presente. Comunque le ricordiamo che deve versare l'importo indicato..." ecc. ecc.
Curiosamente a questo punto le maiuscole sono scomparse.
 Le bollette e le lettere le ho tenute tutte. Ogni tanto le rileggevo con piacere.
 Dopo un mese:
"Egisto Pasquarelli..."
Scomparso il Lei, scomparso il gentile, scomparse le maiuscole... anche dal nome e cognome.
"Egisto Pasquarelli, se non manterrai il tuo impegno saremo costretti a ricorrere per via legale!"
    Ho esultato. Ricorrete, ricorrete pure... ma a me che me ne frega!
 L'ultima lettera era a forma di cappio. C'era scritto semplicemente:
    "Bastardo! Quand'è che mandi i soldi?"
E' stato bellissimo essere per un certo periodo Egisto Pasquarelli ma non avere alcun obbligo nei confronti della società.
 A nome di Egisto Pasquarelli ho intrecciato corrispondenza con: i Testimoni di Geova, la British Scholl per dei corsi accelerati di lingua irachena, il Club dei Maghi di Brianza... e quelli del folletto.
 Con questi ultimi ho cercato di esorcizzare un mio incubo infantile. Ricordo che quando ero bambino certe mattine suonavano alla porta e mia nonna, preoccupatissima, mi sussurrava:
“Non parlare! Non facciamo sentire che siamo in casa! Sono quelli del folletto!”
E io:
“Come... il folletto?! In che senso?”
Mi spiegava che ti entrano in casa con il folletto e te lo fanno provare a forza, insistono, non te li togli più di torno.
 Io ero un po’ terrorizzato da questa idea... ma anche incredibilmente attratto ed incuriosito. Cercavo di immaginare questi che appena apri la porta ti liberano ‘sto cazzo di folletto che inizia a correre per la casa e mia nonna dietro, ad inseguirlo con la scopa... sbem! sbem!... suppellettili che cadono, il gatto agitato... e il folletto sulla libreria... che ride (risatina satanica e buffa).
 Invece è tutto meno divertente che nei sogni infantili.
 Però era bello essere un Egisto Pasquarelli libero ed intoccabile. Non avevo telefono, non avevo la residenza lì. Solo il citofono. Una sera squilla. Beh, non è che il citofono squilli, ma non so che verbo utilizzare per indicare il verso del citofono. Diciamo che una sera il citofono fa il suo verso, perché evidentemente qualcuno, giù dal portone, ha schiacciato il pulsante corrispondente al mio appartamento.
“Chi è?”
Voce concitata di donna infuriata:
“Egisto, sono Matilde. Apri prima che mi incazzi!”
Lampo di genio. Ho risposto, con tono fermo e tranquillo:
“Matilde, non ti voglio più vedere. Me l’hai fatta troppo grossa!”
(urlando)
“Io?? Io te l’ho fatta grossa? Ma cosa stai dicendo, maiale! Sei un maiale!
Ha gridato per mezzora. Il vicinato era in subbuglio. Io mica ho aperto. Le ho anche detto “troia”!
 Poi mi sono vestito e sono sceso. Ho aperto il portone... Matilde era lì, schiumante di rabbia.
“Buonasera” Le ho fatto, col sorriso.
 Lei nemmeno mi ha guardato ed è fuggita su. Rientrando a tarda notte ho trovato sotto la porta un biglietto pieno di insulti. L’ho esso insieme alle bollette del Readers Digest.
 Ha girato ancora qualche giorno nei paraggi, Matilde. Io la salutavo sempre... siamo anche diventati amici. E abbiamo parlato malissimo di Egisto Pasquarelli.
 Poi sono stato per un certo periodo Rodolfo Persichetti, abitavo un sottoscala; Aziz Machalleb, una cantina; Filomena Lupescu, un circolo culturale animato... ehm... da ragazze moldave.
 Ma una volta ho commesso una leggerezza. Ho detto ad uno, in confidenza, lì, sul ballatoio, come mi chiamavo veramente. Era l’amministratore del condominio. Credevo volesse farmi cosa gradita quando mi ha fatto trovare stampato il mio nome e cognome sulla cassetta delle lettere.
 Ma nel giro di un mese ho ricevuto, nell’ordine: l’iscrizione per un corso di danza classica, un paio di mutande rosse, in lattice e alcuni accessori di cui ignoravo la funzione, un orribile talismano a forma di lucertola e un impegno a farmi tatuare un enorme drago alato sul collo con la scritta: TI AMO LEONILDE.
 Ho accettato, ho pagato tutto. Ho accettato e pagato tutto non appena ho scoperto, con dolore, che l’amministratore del condominio, così premuroso, altri non era... che Egisto Pasquarelli.


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