La prima sera - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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La prima sera

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LA PRIMA SERA


A metà pomeriggio il cielo si era oscurato talmente che non sembrava più la fine di giugno. Vittore, che leggeva un giornalino seduto al tavolo della cucina, osservò dalla finestra, oltre il balcone, il muro giallino dell’imponente, vecchio, palazzo di fronte, farsi grigio. La pioggia iniziava a cadere e lo faceva con una certa decisione.
 «Buonanotte…» disse la nonna ridendo, mentre andava ad accendere la luce. Una delle cose che più entusiasmavano Vittore, nei giorni d’inizio estate nella sua casa di città, era il chiaro del giorno in cucina fino alle nove di sera. Praticamente la luce lì non si accendeva più, perché quando cominciava a fare scuro si erano già tutti trasferiti in sala, a guardare la televisione. Quell’anno c’erano i mondiali, era il 1974, e di sera il padre di Vittore guardava quasi sempre un pezzo di partita. Anche Vittore guardava ma non seguiva molto. Si era entusiasmato nell’attesa che i mondiali cominciassero quando il padre, in primavera, arrivò a casa con l’album delle figurine intitolato “München 74”, ma era troppo tardi per organizzare la raccolta con i suoi compagni di scuola e l’album, a differenza di quello del campionato, il classico della “Panini”, era rimasto quasi del tutto vuoto. Così Vittore di quei mondiali conobbe ben poco, e in fondo le partite lo annoiavano. Ne guardava un pezzetto, poi si distraeva, se ne andava via con i pensieri e finiva per rifugiarsi in un Topolino, o per guardare fuori dalla finestra la collina del Righi che si illuminava di colori insoliti, in quelle prime sere d’estate.
 Quel pomeriggio il buio sceso improvvisamente dava un’aria inusitata alle cose intorno e gli comunicò un presentimento spiacevole. Aveva quasi paura a chiedere. Esitava, guardando la nonna che andava avanti e indietro per la cucina. Quando la donna si accorse di essere osservata, gli accarezzo i capelli sorridendo e gli fece uno dei suoi soliti complimenti in dialetto. Allora Vittore trovò il coraggio. Con il cuore in gola chiese:
 «Però andiamo lo stesso?»
 «Certo che andiamo. Perché?»
 «Anche se piove?»
 «E che ce ne importa se piove? Ci prendiamo l’ombrello!» Disse la nonna tutta allegra.
 Allora a Vittore sembrò allargarsi la vista. Il cuore, che prima pareva rallentato, ebbe un tuffo. Corse alla finestra a guardare quel suo ridotto orizzonte di città e lo trovò meraviglioso solo perché stava per abbandonarlo. Era così che gli piaceva; guardarlo sapendo di andarsene lo riempiva di gioia.
 Aveva vissuto quei quattro giorni dopo la fine della scuola, nella serena attesa di trasferirsi con la famiglia, per la villeggiatura, come tutte le poche precedenti estati che ricordava, nella casa di campagna: un ex casello ferroviario sulle montagne d’Appennino, dove volavano i suoi pensieri di fanciullo ogni volta che guardava un monte, che sentiva l’odore dell’erba appena tagliata, o che passeggiava negli orti delle suore, presso la scuola dove aveva appena terminato di frequentare la terza  elementare. In quei primi giorni di vacanza, felice, aveva giocato in casa, assaporando la serena allegria di avere tutto il tempo per sé, aveva letto, guardato quel po’ di televisione che poteva. Era anche andato a fare un giro in macchina con i suoi genitori su in collina, ma in un’altra valle, più vicina alla città rispetto a quella dove avrebbe trascorso tutta l’estate. Avevano mangiato fave e salame  e le ciliegie. Vittore, guardando i muri delle case di quei paesi, gli affreschi esterni e le modanature dei villini primi Novecento, le persiane alla genovese ma più piccole di quelle di città e i giardinetti traboccanti siepi d’ortensie, li aveva trovati così simili a quelli del posto del suo cuore da raddoppiare in sé la gioia dell’attesa, una sorta di banco di prova per la grande emozione di trasferirsi nel luogo dell’anima che avrebbe provato di lì a qualche giorno. Ogni mattina, svegliandosi insolitamente sudato per il gran caldo che non era abituato a provare nella casa di città, contava i risvegli che ancora lo avrebbero visto in quel letto, prima di assaporare quelli del letto alto e sempre ricco di coperte della sua cameretta arancione, nella casa di campagna; risvegli rallegrati dal canto degli uccellini sugli alberi e dal rumore del treno che entra nella lunga galleria sotto il bosco.
 «La mamma e il papà», continuò la nonna, a tranquillizzare Vittore, «non tornano questa sera. Li vedremo domani su. Non aver paura. Pioggia o non pioggia, io tu e il nonno si va tra un po’. C’è il treno, eh, Vittore? Sei contento?»
 Andarci in treno per Vittore era una gioia doppia. Intanto perché soffriva la macchina, e sulle curve del Turchino si sentiva sempre male, e poi perché il treno lo entusiasmava: i sedili, i finestrini, i ponti e le gallerie di quella linea che dal mare, in pochi minuti, si inoltrava nell’entroterra e appena lasciata la città si apriva in mezzo alla vegetazione, scavalcando vallette e bucando montagne boscose.
 Eppure era un tempo da lupi. Vittore sapeva bene che, quando faceva brutto tempo, “là” non ci si andava. Già nelle vacanze di Pasqua si era verificato quanto Vittore temeva di più: aveva fatto sempre freddo e pioveva. L’idea di andare su in campagna almeno per due o tre giorni sfumò; erano andati solo per il Lunedì dell’Angelo, dal mattino alla sera. Vittore aveva messo il cuore sulla possibilità di fermarsi a dormire almeno una notte lì, perché per lui dormire in campagna, nella sua cameretta con finestra sul cortile dove giocava con gli amichetti e dove si sentiva libero, era un modo per far parte di quella realtà fantastica, era un’emozione incredibile, magari fatta di niente; non riusciva nemmeno a spiegarlo.
 «Chi ce lo fa fare di rimanere qui a prenderci una culata di freddo?» aveva detto deciso il padre. La casa era umida, ed effettivamente ancora fredda. La stufa era stata accesa tutto il giorno ma era servita a poco. L’erba già alta, nel cortile davanti alla porta, era fradicia di pioggia. Non aveva smesso di venir giù nemmeno per un attimo. La stessa cosa si era ripetuta per il ponte del 25 aprile ed anche per la giornata festiva del 1° maggio. Erano stati su solo poche ore, addirittura nel pomeriggio, senza neanche l’allegria di mangiare nella vecchia cucina antica, tutta bianca, attraversata nella sua lunghezza dal grosso tubo della stufa; senza neanche la gioia di sentire lo sbuffo del gas della bombola che si accendeva sempre a fatica, con un fiammifero, tra l’odore dello zolfo che si accompagnava a quello della legna bruciata; senza neanche la magia dei vecchi vetri delle finestre che tintinnavano ad ogni passaggio di macchina sulla statale, o del treno, giù dalla scarpata al di sotto del giardino di ortensie e lavanda.
 Vittore si era dovuto arrendere all’evidenza che l’estate era ancora lontana e il tempo del gioco, delle fantasie, dei rumori e degli odori che solo lì sapeva apprezzare, andava rimandato a dopo la fine della scuola. Ora che il momento era arrivato, la giornata stabilita per la partenza, con definitivo trasferimento in villeggiatura, era ancora funestata da un tempo orribile; ma il bambino non aveva più nulla da temere, e quella gli sembrava la più bella pioggia che mai fosse caduta sulla terra.
 Il treno partiva poco dopo le sette e mezza dalla stazione di Genova Brignole. Dovevano cenare prestissimo perché nella casa di campagna non c’era quasi nulla e la spesa si sarebbe fatta l’indomani. Vittore non aveva fame, come al solito, ma mangiò ugualmente tutto, senza fiatare. La luce accesa in cucina rendeva ancora più strana quella cena anticipata. Vittore guardava le cose della cucina come non le avesse mai viste; l’atmosfera incredibile lo faceva impazzire di emozione. In altri momenti quella sarebbe stata una ben triste cena, senza i genitori a tavola, con un buio anticipato e persistente fuori e la pioggia che cadeva; invece Vittore ne assaporava la stranezza, con una prospettiva che gli dilatava i polmoni, lo faceva respirare forte. Pensò, con un’ombra di tristezza, a quanto avrebbe rimpianto quei momenti di lì a tre mesi, quando, tornando in quella stessa cucina con il buio serale anticipato di fine settembre, avrebbe ritrovato le stesse cose, la stessa luce al neon accesa ma non più l’emozione della prospettiva che ora lo stava facendo fibrillare.
 Anche il nonno era contento, e si vedeva. Il vecchio amava quanto il nipote trasferirsi in campagna per la villeggiatura; anche lui là si sentiva più libero, più vicino alle strade della sua infanzia, ai boschi della sua giovinezza, benché quelle strade e quei boschi fossero distanti centinaia di chilometri, perché era un uomo del sud. Ma veniva anche lui dalla campagna, e la campagna è un po’ uguale dappertutto.

*   *   *


 Prima delle sette erano pronti ad uscire. Adesso la luce al neon della cucina era spenta, la porta del salotto chiusa: dentro tutti i mobili erano stati coperti da vecchi lenzuoli, per evitare l’accumulo di polvere nelle lunghe settimane di assenza. A Vittore sembravano fantasmi che impedissero l’accesso in quella casa per l’intera estate. Compativa tutte le cose che rimanevano lì, ne provava una pena infinita, infatti aveva accuratamente riposto nella borsa che portava con sé gli oggetti che più gli erano cari: il coniglietto di peluche che gli era stato regalato il giorno della sua nascita, un paio di macchinine, il modellino di una ruspa, dono per la promozione, e alcuni giornalini che gli avevano comprato in quei primi giorni di vacanza e che aveva già cominciato a leggere: Braccio di ferro, Soldino, Tiramolla, Pugacioff – ovvero il lupo della steppa che sognava sempre di divorare un certo Bombarda, grasso imprenditore lombardo – e un paio di classici di Topolino e Paperino, con molte storie raccolte entro un’unica cornice.
 Ora rimaneva accesa solo la luce dell’ingresso, dove la nonna e il nonno raccoglievano gli agili bagagli che dovevano portare con sé quella sera; a prendere il grosso delle cose e a chiudere la casa ci avrebbero pensato i genitori di Vittore l’indomani mattina, quando, caricata la macchina, li avrebbero raggiunti in campagna con un viaggio di meno di un’ora, prima attraverso la città, in direzione ponente, poi sulle rampe della statale del Turchino.
 Dal portone alla fermata dell’autobus c’erano una cinquantina di metri. Li percorsero sotto la pioggia battente. Era proprio una brutta serata di un giorno qualunque di un’estate ancora incerta e immatura. Nelle strade c’era il traffico consueto del rientro serale dal lavoro e le ruote delle macchine frusciavano sull’asfalto allagato. Vittore, camminando, pensava che quello stesso tragitto lo faceva tutte le mattine per raggiungere il punto dove lo avrebbe raccolto il pulmino della scuola. Adesso alla fermata stava aspettando l’autobus per raggiungere la stazione e da lì iniziare il trasferimento su rotaie  incontro alla felicità. Eppure la poca luce di quella serata infausta era quasi simile alla luce incerta delle mattine di scuola, quelle che fino a pochi giorni prima erano state la sua quotidiana prospettiva; ma l’atmosfera e soprattutto lo spirito di Vittore erano tutta un’altra cosa.
 Videro l’autobus verde arrivare dal fondo della strada prima dell’incrocio; scendeva dalle alture del quartiere, zone ancora piene di vegetazione, di boschetti, di vecchie case rurali, benché ormai inglobate in vie carrozzabili ripide, piene di curve e irte di palazzoni alti e moderni. Inutile dire che anche in quel caso Vittore fu felice di ricordare i posti da cui arrivava l’autobus, perché avevano qualcosa della sua destinazione, come se in quel momento tutto per lui fosse campagna, stradine in salita, boschetti, muri di vecchi orti e giardini semplici. L’autobus zigzagò intorno ad un paio di aiuole spartitraffico per immettersi nella corsia che lo avrebbe condotto verso la fermata alla quale attendevano i nonni e il nipote. Anche le pesanti ruote dell’automezzo sibilavano sulla strada bagnata; con due sobbalzi fu alla fermata ed aprì le porte di legno, a soffietto, che sbatterono in un colpo deciso. Salirono. Dentro era quasi vuoto, c’era dovizia di posti a sedere. L’autobus andava in direzione del centro città e a quell’ora poca gente percorreva la strada in quel senso. Vittore si accomodò su un alto sedile che stava proprio sopra una delle ruote posteriori e appoggiò la schiena, rimanendo con le gambe sollevate perché in quella posizione non riusciva a toccare il pavimento con i piedi.
 Dopo essere ripartito, l’autobus incontrò il semaforo rosso in fondo alla via; il motore, a mezzo fermo, faceva traballare tutti i vetri dei finestrini e dentro il rumore era assordante. Poi il lungo vialone in curva che costeggiava il fiume, un paio di fermate, la svolta sul ponte prima della copertura, il sottopasso della ferrovia e la fermata sotto le pensiline dell’ampio piazzale antistante la stazione di Brignole. I tre scesero e, sempre sotto la pioggia, salirono i bassi scalini della stazione per raggiungere l’ampio salone di marmo rosa della biglietteria. Il nonno si mise in coda per i biglietti, ma c’era poca gente a quell’ora. Vittore osservò un modellino di caravella, grande quanto una barca da pesca, che giganteggiava al centro del salone, con la sua bandiera a croce rossa in campo bianco. Poi cercò con gli occhi il tabellone magnetico che indicava l’orario di partenza dei treni e il binario, incantandosi ad ogni cambio di tabella, che avveniva mediante una rotazione rumorosa e rapidissima. L’altoparlante ripeteva gli annunci e, tra i tanti, passò quello dell’ “accelerato per Acqui Terme, di sola seconda classe, in partenza dal primo binario alle ore 19 e 38. Ferma in tutte le stazioni. A Mele si effettua la fermata solo su richiesta dei signori passeggeri…”
 Un altro momento entusiasmante per Vittore era l’ascesa in scala mobile. Per niente al mondo vi avrebbe rinunciato. Si liberò della mano della nonna e corse verso il nastro di metallo con poggiamani in gomma: un attimo di esitazione sul primo scalino, nel momento in cui usciva piatto dalla misteriosa fessura di partenza, un’impercettibile timore di non centrare la pedata al momento giusto e via, altro mezzo di trasporto verso una tappa incontro alla felicità, quei pochi metri di salita che lo separavano dal marciapiede all’altezza dei binari.

*   *   *


 Il treno era già sul binario, un’elettromotrice marrone, dalle forme arrotondate, dai finestrini alti, bordati di alluminio, e dagli scalini ripidi per salire a bordo. Emetteva un ronzio poderoso che, appena nel vestibolo, si avvertiva più attutito dai sedili imbottiti di velluto verde, vecchi, ovunque macchiati, destinati in passato ai viaggiatori di prima classe, quando quello stesso treno, in gioventù, effettuava servizi più prestigiosi dei semplici accelerati da e per il Piemonte.
 Vittore corse a prendere posto nell’ampio salone senza scompartimenti, con coppie di quattro sedili, posti di fronte a due a due, separate dal corridoio centrale. Il ragazzino sedette accanto al finestrino, rigato dalla pioggia, e a favore del senso di marcia, sul lato sinistro, quello che dava sulla pensilina del binario 1 da cui erano appena saliti. Era la postazione che preferiva. Da lì poteva vedere bene avvicinarsi il tragitto che il treno avrebbe compiuto, poteva intuire l’approssimarsi delle numerose gallerie, delle stazioni, dei passaggi a livello, dei ponti, dei tratti in rilevato o in trincea, tra ampi muraglioni di pietra.
 Il nonno disse qualcosa ridendo, per prenderlo in giro dell’entusiasmo che traspariva da ogni suo gesto, ma si vedeva che era contento anche lui; a tratti parlava con la nonna, ma poche parole; erano seduti di fronte, dal lato del corridoio, per lasciare a Vittore la possibilità di osservare fuori dal finestrino talvolta anche sedendosi sul sedile opposto, in senso contrario alla marcia del treno. Lo faceva spesso, per tornare a guardare meglio un particolare mentre si allontanava alle sue spalle, o per recuperare le cose non viste in un primo momento durante la marcia.
 Qualche minuto di attesa, poi un colpo di fischietto, lo sfiato della chiusura porte automatica, lo sbattere delle antine lontano, proveniente dal vestibolo e uno strattone. Le colonne della pensilina della stazione, così come i muretti delle scale mobili, i carretti del portabagagli, i cartelli gialli delle direzioni di altri treni momentaneamente fuori servizio, iniziarono a muoversi e a sparire lentamente dietro le spalle di Vittore. Dopo un primo ronzio più forte, il motore elettrico diede qualche “tunf, tunf” ripetuto e rapido, poi tacque e la velocità rimase invariatamente bassa fino agli scambi all’uscita del binario. Un muraglione e la prima galleria, oltre la stazione, sotto una selva di palazzoni eleganti arroccati sulle alture, tutto reso grigio dalla pioggia. Il buio consegnò a Vittore l’immagine del proprio volto davanti agli occhi, riflesso nel finestrino con il buio oltre i vetri su cui adesso le gocce d’acqua creavano disegni in movimento, scivolanti rapidi verso il basso e all’indietro rispetto al senso di marcia; e poi la riga bianca, contro la parete del tunnel, che andava lenta su e giù, su e giù. Si vide con gli occhi accesi, Vittore, anche se l’immagine non lasciava percepire con esattezza i colori, era un po’ sdoppiata; i vetri erano sporchi di dentro e bagnati di fuori. Il treno aveva preso velocità e sferragliava fragoroso nella galleria; l’incrocio con un altro treno regalò, per qualche istante, lampi di luci intermittenti dai finestrini sull’altro lato, e un cambiamento della pressione dell’aria che investì le orecchie.
 Vittore si voltò dai nonni.
 «Speriamo che su non piova»
 «Figurati. Se piove qui… su, come minimo, diluvia», disse la nonna.
 Il ragazzino fece una smorfia di delusione. Il nonno ne approfittò subito:
 «Vorrà dire che se piove torneremo indietro. Aspettiamo l’altro treno e ce ne torniamo a casa.»
 «Col cavolo!» Esclamò Vittore, rabbioso.
 «Cosa sono queste parole?» Sgridò la nonna. Ma Vittore pensava che quando ci vuole ci vuole. Sapeva che il nonno stava scherzando ma anche solo sentirgli pronunciare quella frase lo gettò in mano ai Turchi. Tornare indietro! Piuttosto si sarebbe fatto tagliare una mano.
 Alle stazioni di Principe e di Sampierdarena il treno caricò molta gente. Erano gli operai dell’ultimo turno del pomeriggio, qualche studente universitario che ritornava al proprio paese d’Appennino o di Piemonte per la sera, persone che trascorrevano a vario titolo l’intera giornata a Genova.
 Vittore trovò noiose le soste nelle stazioni cittadine e buttò gli occhi su qualche pagina del giornalino che stringeva tra le mani. Ma poi il treno attraversò il Polcevera, abbandonò gli ampi fasci di binari degli scali merci, i capannoni e le ciminiere delle fabbriche, i grandi casermoni della periferia industriale per inoltrarsi tra la vegetazione. Fu inghiottito da una galleria dall’imboccatura stretta stretta; all’uscita cominciavano gli orti, le palazzine basse, i viottoli che si inerpicavano sui rilievi. Vittore chiuse il giornalino e guardò a bocca aperta la striscia grigia del mare apparire all’improvviso e poi scomparire lentamente alla sua sinistra, tra le colline e le case arrampicate dei quartieri di Borzoli, Sestri Ponente e Pegli. La marcia si fece più sostenuta, tra ponti alti, fogliame, rari prati irregolari, pareti di roccia e rive scoscese.
 La pioggia aveva costretto a tenere tutti i finestrini della vettura chiusi e ben presto un caldo umido e soffocante ricordò a tutti che l’estate era comunque cominciata. Qualcuno, più avanti nel vagone, aprì uno spiraglio, facendo scorrere il vetro di un finestrino un po’ verso il basso; si creò una corrente che faceva piacere. Ora, all’ingresso nelle gallerie, la pressione si faceva sentire di colpo, con un tonfo immediato. Il rumore cresceva.
 «Metti questo intorno al collo» disse la nonna, porgendo uno scialletto a Vittore, ma il ragazzino rifiutò, non senza proteste e insistenze da parte della donna. Del resto la corsa veloce durava poco, perché c’erano le stazioni. A Granara pioveva di meno e il cielo, oltre i monti, si stava schiarendo, mostrando bene quanto rimaneva ancora del giorno, nonostante fossero passate le otto di sera e il tempo grigio avesse preparato già gli occhi al sopraggiungere della notte. Alla stazione di Acquasanta Vittore aveva come l’impressione di volare, perché il paese era giù in basso, lontano, si scorgevano a malapena i tetti delle case e, dall’alto e lungo ponte in curva, la strada sembrava una cordicella messa a delimitare il fiume che appariva uno stretto rigagnolo. Giganteggiavano solo le cupole del santuario, ma anche quelle in lontananza e più in basso.
 Il ragazzo non aveva occhi che per i caselli che la linea lambiva, con i loro cortili, con la balaustra di pietra identica a quella che c’era davanti alla casa dove stava andando a trascorrere l’estate. Brandelli di bosco e ripide terrazze erbose con alberi da frutta si alternavano al buio delle gallerie. A Mele il treno rallentò senza fermare e sfilò con borbottii elettrici davanti alla stazioncina in lieve curva, riprendendo poi velocità mentre andava incontro alla maestosa parete verde del Turchino. Il portale della grande galleria dell’Appennino, la più lunga della linea, era imponente, incorniciata sulla sinistra da una cascata resa ricca e impetuosa dalla pioggia caduta abbondante probabilmente per tutta la giornata.
 «All’uscita ci siamo», disse il nonno.
 «Sì, ma è lunga questa. Ci vogliono sei minuti». Vittore, come altre volte, li calcolava con precisione, ma a modo suo, perché non aveva ancora l’orologio. Sapeva solo che erano lunghissimi, quei sei minuti, e che il treno correva nel tunnel rettilineo come non aveva mai fatto nel resto del viaggio. Infatti i finestrini che erano stati abbassati tornarono a rialzarsi, perché il frastuono dei giunti dei binari diventava assordante. Inoltre, ad un certo punto, circa alla metà della galleria, la linea passava sotto il fiume e, quando questo era ricco d’acqua come nei giorni di pioggia, il treno veniva colpito da una frustata di gocce gelide che si stampava sui vetri.
 Lunghi, quei minuti. Vittore non stava più nella pelle. Tratteneva quasi il fiato, gli sembrava che il treno non avrebbe mai più rallentato e la galleria sarebbe stata eterna, a separarlo per sempre dalla sua felicità. Capiva altresì che la portata di quella felicità dipendeva anche da quell’attesa fragorosa e buia, da quella sospensione del respiro che rendeva tutto incerto e più meritato il premio finale.
 Prima ancora che il treno diminuisse la corsa, una giovane donna si alzò, prendendo la sua borsa dal portaoggetti a rete, in alto sopra i sedili. Lentamente percorse il corridoio centrale del salone e raggiunse il vestibolo. Un istante dopo fu imitata da un anziano operaio, che in dialetto salutò i suoi compagni di viaggio e scomparve oltre la porta in fondo alla vettura. Un sibilo, dapprima incerto, poi crescente e prolungato, diede voce ai freni. Qualche secondo e tacque. Il treno correva di meno ma correva tuttavia. Un altro soffio, più forte, più deciso, e la striscia bianca sulla parete della galleria, che prima saltava frenetica fra gli intervalli di buio, iniziò ad andare su e giù sempre più lentamente. Il muro nero iniziò a tingersi di scaglie grigie, luminose, e la nonna si alzò. Vittore rimaneva seduto. Voleva vederla dal finestrino, la sua casa, in alto sopra la scarpata, proprio all’uscita della galleria, cento metri prima della stazione. Poi la parete fu tutta chiara e il treno andava lento, producendo tonfi e continuando a soffiare dai freni.
 «Vuoi rimanere lì?» Chiese il nonno, in piedi nel corridoio. La nonna era già qualche passo più avanti, verso l’uscita. Ma Vittore sapeva che scendeva tanta gente e che era inutile accalcarsi davanti alle porte. Oltre il portale della galleria vide la casa, in alto sopra il terrapieno: i cespugli di ortensie e le rose, la balaustra di pietra, la scaletta che la raggiungeva dai binari. E si accorse di una luce insolita che splendeva nell’aria, verso nord; aveva smesso di piovere e il cielo si apriva in larghi squarci, inseguendo il giorno dove esso andava a deporre la sua ultima testarda striscia di luce forte, sopra i boschi all’uscita della valle. Si alzò anche Vittore, con la sua borsa e il giornalino stretti nelle mani. Ora non pensava più a niente, affatato dalla voglia di aria fresca che lo aggredì puntuale all’apertura delle porte. Scese in due balzi gli scalini di ferro, ignorando la mano della nonna che intendeva aiutarlo nella discesa, e fu sul marciapiede della stazione.

*   *   *


 «Passiamo dagli orti», disse il nonno. Appena il treno fu ripartito, con i suoi occhi rossi sulla faccia di dietro che si allontanava, i tre attraversarono i binari camminando sulla passerella di legno bagnato che conduceva ad un sentiero tra lo scalo merci, ingombro di vecchi carri cisterna in disuso, e una breve distesa di orti pianeggianti. Vittore respirava a pieni polmoni quell’aria tanto diversa, resa ancora più pungente e pulita dalla pioggia appena caduta. L’erba e la terra profumavano il respiro, mescolandosi all’odore di ferrovia, di umido di bosco e di legna. Costeggiarono la cancellata in ferro arrugginito della sottostazione, avvolta nei rampicanti e delimitata da un pergolato di uva fragola. Nel cortile, fra alberi di mele e gaggie, una vasca di pietra, rotonda, con i pesci rossi dentro e una fontana. Poi cespugli di ortensie dai fiori ancora piccoli e appena colorati di rosa e celeste; ma prepotente ovunque, l’ortica prometteva falsamente frescura e profumo, protendendo la propria minaccia da macchie zigrinate che sembravano cercare i polpacci dei passanti.
 Vittore era occhi e narici: occhi per i molteplici colori della vegetazione selvatica, dei giardini ombrosi e ancora gocciolanti per la pioggia, delle pietre, della ghiaia e di quella terra scura che affiorava tra le pozzanghere, per il grigio e la ruggine dei carri abbandonati sui binari morti, per le tinte delle palazzine datate quasi un secolo, con i loro semplici fregi di semplice villeggiatura inizio Novecento; narici per il profumo della pioggia caduta, dei cespi di lavanda e di salvia, della menta selvatica che, invisibile tra il resto dell’erba, veniva calpestata.
 Vittore era orecchie e pelle: orecchie per il canto dei grilli, che non ascoltava più da molti mesi e che ora, dopo la pioggia riempivano di suoni le traversine dei binari; pelle per l’arietta fresca di bosco che lo colpiva arrivando giù dalle zine tutte attorno, con l’erba che aveva già conosciuto il primo taglio e tornava a farsi verde brillante. Vittore era bocca, per alcune fragoline che colse lungo il cammino, scovandole accanto ad un muretto: non erano più grandi di un pisello, e l’acqua infradiciandole le aveva rese un po’ molle, ma il gusto era asprigno e corposo. A Vittore il sapore piaceva così, e conteneva già i suoi ricordi di fanciullo.
 Una scalinata per salire dal livello della ferrovia e degli orti a quello della strada statale, con i suoi paracarri a pilastrino, di pietra, ben verniciati di bianco e di nero, e i tre attraversarono entrando nel cortile dei caselli. Il ragazzo, calpestando la ghiaiaccia, i sassi, le macchie d’erba di quello che era lo spazio che più riservava ai suoi giochi, guardò la casa a due piani, bianca e lunga: osservando le persiane verdi delle finestre pensò con sollievo che, dopo essere state chiuse per tutto l’inverno, ora e per molte settimane sarebbero rimaste aperte. Quelle della cucina anche di notte.
 “Il ritorno alla vita”, disse tra sé; frasi del genere non avrebbe mai osato dirle ad altri. A pronunciarle le avvertiva stonate, un po’ stupide, ne provava vergogna. Ma pensarle si poteva. A pensarle non c’era il rischio di essere presi in giro, e pensarle così, come gli venivano alla mente, lo faceva star bene. Un’altra di quelle frasi l’aveva pensata alcuni mesi prima: una sera che rientrava a casa, dopo essere stato in giro per il quartiere di città, a far compere con la mamma, davanti al portone Vittore aveva annusato una ventata, e si era sorpreso nel notare che sapeva di erba. In mezzo ai palazzoni di otto piani, ai parcheggi, agli incroci, non gli parve una cosa da poco. Si era detto “Questa è l’estate che mi chiama da lontano” e in quel lontano c’era lo spazio ma c’era anche il tempo. Immaginò, con divertimento e con il solito groppo alla gola, che l’estate proprio in quel momento si fosse messa in cammino da paesi sconosciuti per raggiungerlo, aveva iniziato il suo viaggio e si era sentita in dovere di avvertirlo, per fargli coraggio, per riempire di aspettative quell’attesa; se la figurava una fata un po’ grassa, senza volto preciso, con un sacco sulle spalle, tipo la Befana, e dentro il sacco tutte le cose che lui avrebbe fatto in campagna e che non poteva fare da nessun’altra parte: bicicletta, pallone, armi giocattolo, per fingersi partigiano sui bricchi erbosi, o sceriffo con la stella, il gilet e il cappellaccio da cow boy, in una prateria immaginaria in mezzo ai boschi di castagni; ma siccome la immaginavano così anche tutti i suoi amici di là, era praticamente vera. E corse con quegli amici, e parole, discorsi, trovate, giochi, noia feconda di stare a guardare i monti e il cielo, ascoltando, annusando, sentendosi parte di un universo, e non burattino legato agli orari della scuola e delle trasmissioni televisive, dei giochi solitari tra il tavolo della cucina e il pavimento della sala, sempre lucidato, sempre da lasciare intonso, da calpestare solo con le sue pantofole di panno, silenziose e squallide. In quella casa dove ora stava entrando, si poteva vivaddio camminare con le scarpe di fuori, quelle da ginnastica, o da tennis, che andavano bene tanto per il campetto di pallone, quanto per il bosco, quanto per il lungo corridoio della casa e per la sua cameretta arancione.
 Benedisse in cuor suo la nonna che stava aprendo con la chiave la porta di casa. Una porta senza portone, che immetteva immediatamente nel corridoio, e subito sulla destra c’era la sua cameretta. L’odore di chiuso e di umido che lo investì fu fortissimo e lo fece trasalire; in casa faceva quasi freddo, ma non dava fastidio. Corse in cucina, accese la luce, seguito dal nonno che andava ad aprire le finestre e le persiane. Guardò tutto rapidamente e fu felice di trovare ogni cosa come l’aveva lasciata mesi addietro. Nel bagno c’era un vecchio Topolino che si ripromise di rileggere quella sera stessa, lasciando perdere per il momento i giornalini nuovi che aveva portato con sé. Dalla finestra della cucina osservò il giardinetto, la siepe di ortensie rosa e azzurre stillanti ancora l’acqua della pioggia, sotto il cielo nella direzione in cui era ancora bello chiaro e sgombro ormai dalle nuvole.
 Vittore rifece il lungo corridoio di corsa e andò nella sua cameretta. Lì la nonna aveva già aperto le persiane, ma il chiaro della sera, che nel cortile era ancora forte, non bastava ad illuminare quella stanza. Il ragazzino accese la luce del lampadario di carta; era fioca ma gli permetteva di vedere tutto ciò che interessava: il grande plastico del trenino, il letto, una cesta colma di vecchi giocattoli. Rimase lunghi minuti ad osservare, toccare ogni cosa. Sedette su una sedia e spiò il cielo, tra i tetti delle due costruzioni vicine. Le ultime nuvole si stavano allontanando oltre i monti a sinistra della valle.

*   *   *


Il roco campanello della porta suonò lontano; la cameretta di Vittore era accanto alla porta d’ingresso ma il campanello suonava vicino alla cucina, dall’altro lato della casa, perché era lì che si passava la maggior parte del tempo. Andò ad aprire la nonna. Vittore riconobbe la voce di un suo amichetto, Luigi, che chiedeva di lui. Tutta allegra la nonna lo fece entrare e Vittore se la trovò davanti con un misto d’imbarazzo e di gioia. Non lo vedeva da quasi un anno e lo trovò un po’ cambiato e un po’ come sempre.
«Ciao», fece Luigi, entrando nella cameretta.
«Siamo appena arrivati.»
«Lo so, vi ho visti dalla finestra. Mia mamma me lo aveva detto che sareste arrivati oggi ma siccome era tardi pensavo che venivi domani.»
«E invece eccomi qua», disse Vittore tutto fiero di quell’attenzione che l’amico gli riservava.
«Vi fermerete per sempre, adesso?»
Vittore annuì con un sorriso largo e prolungato. Quel “per sempre“ era un modo che aveva lui stesso per distinguere le volte che si recava in campagna per uno o pochi giorni dalla volta definitiva che sanciva l’inizio della villeggiatura di tutta l’estate. Perché per lui il “sempre“ universale era l’estate, come se non dovesse mai finire. E in quella prima sera, quando ancora era giugno e il tempo dell’autunno lontano mesi, davvero a lui sembrava che l’estate potesse essere una conquista definitiva.
Ora Luigi era davanti a lui, con i jeans scuri sulle magre gambette, una maglietta rossa e sopra un giacchettino di lana blu, per la sera, e le scarpette da ginnastica bianche, con le righe azzurre, ancora pulite. Alla fine dell’estate, dopo partite a pallone, corse nei prati ed escursioni nel tratto iniziale del bosco o giochi nella terra della piazzetta davanti a casa, non lo sarebbero più state.
Fecero due parole sulla scuola, ma non era argomento che potesse infiammarli. Non tanto per la scuola in sé, quanto per il fatto che Luigi aveva terminato la terza elementare in quel paese e Vittore la stessa classe di una scuola di città; su quello non avevano esperienze in comune, quindi nulla da condividere. Preferirono passare rapidamente a parlare degli altri amici. Vittore chiedeva di uno e dell’altro, Luigi rispondeva a dovere, perché dei due era l’unico che con quegli amici aveva un rapporto quotidiano per tutto l’anno. Vittore pensava spesso al suo rapporto con loro, che era invece stagionale, e ci soffriva lievemente. Ma poi pensava anche che la gioia esclusiva di vivere l’estate con quegli amici era data proprio dall’eccezionalità e dal loro essere legati, nella sua considerazione, a quei luoghi così preziosi. Sospettava che, se avesse vissuto giorno per giorno, tutto l’anno, a contatto con loro tra scuola, compiti, brevi visite in casa dell’uno o dell’altro nei giorni di festa, tutto gli sarebbe apparso meno magico, finendo per diventare normale.
Arrivò anche la mamma di Luigi. Dopo aver calorosamente salutato Vittore fu invitata in cucina  dai nonni. Fuori cominciava a fare buio e Vittore, aprendo la finestra della sua cameretta, lasciò entrare il fresco umido della sera e cercava con gli occhi se vedeva qualche lucciola.
«Ce ne sono, ce ne sono», disse Luigi, come per tranquillizzarlo. Conosceva i gusti dell’amico e anche tutte quelle sue manie. Le assecondava, anzi, per quanto non riuscisse a condividerle in pieno. Vittore amava riempirsi gli occhi, come di strumenti da fiaba, con tutte le cose che Luigi aveva sempre davanti e non gli facevano un grande effetto. Ma anche Luigi era felice, quella sera; un po’ per riflesso della felicità di Vittore e un po’ perché, con il suo arrivo, l’estate cominciava davvero per tutti e preannunciava giochi, divertimento, giornate all’aria aperta e tanto tempo da passare insieme. Erano, quelle, tutte cose che nel resto dell’anno era impossibile anche solo immaginare, perché il freddo regnava sovrano fino a maggio e ricominciava ad ottobre. Anche in quella sera di giugno, dopo una giornata di pioggia, era impossibile stare fuori senza essere adeguatamente coperti. Le poche serate di caldo anche nel buio sarebbero arrivate molto più avanti, e si sarebbero contate sulle dita delle mani.
Parlando parlando, Luigi si era seduto su una vecchia sedia a dondolo di vimini e Vittore sul proprio letto. Cominciarono le confidenze, le cose tra loro più segrete. L’amicizia che li legava era fatta anche di questo; Vittore non avrebbe mai saputo parlare a nessun altro come faceva con Luigi. Nell’aria della cameretta di Vittore tutto sapeva di umido e di naftalina, ma anche di pittura fresca dei mobili. L’aveva data suo padre in primavera e, siccome la casa era poi rimasta quasi sempre chiusa, ancora ne impregnava l’aria. Nel vecchio armadio, dipinto di arancione come tutto il resto – sedia, scrivania, retro del plastico del trenino – c’erano magliette e maglioncini che ripetevano quell’odore. Vittore li avrebbe portati addosso, riempiendosene il naso, per tutta l’estate, ma bastava averli sulla pelle in una giornata di sole, in una partita a pallone o in una corsa sulle zine della collina, per mutare quell’odore in polvere, erba e sudore.
Il cielo sopra la finestra della cameretta si era fatto nero e punteggiato di stelle; Vittore si alzò per osservarle e cercare ancora le lucciole ma fu attratto dall’ultimo chiarore che si perdeva ad occidente, verso le montagne che puntano a nord e che chiudono la valle alla fine dell’Appennino, degradando verso la pianura. Quella luce, diceva Vittore a se stesso, gli indicava il futuro. Lo faceva pensare ai paesi del Monferrato, dove ogni sera d’estate è una festa e si balla e fa caldo sempre, anche quando lì, in mezzo alle colline, di sera bisogna coprirsi perché tirano ariette gelate. Conosceva quelle feste perché di tanto in tanto ci andava con i genitori. Nell’estate precedente ci era stato anche con Luigi e con i suoi. Avevano girato sulle giostre e poi bighellonato tra le panche e i tavoli dove si mangiava. Camminavano sull’erba appena tagliata e su spiazzi di terra battuta. L’odore forte era di fieno e di vino, di trifoglio e menta, di fritto e canneto. Basso Piemonte. I genitori dei ragazzi avevano ballato, sull’ampio spiazzo davanti ad un’orchestrina sistemata nei campi da bocce. Vittore avvertiva il buio del bosco di acacie e robinie oltre lo spazio illuminato dai fari che era l’area della festa. A lui sembrava tutto immenso. Sulle automobiline della giostra avevano parlato, allegri e in confidenza, fregandosene della coda di peluche da prendere, in alto, per vincere un giro. A loro bastavano i giri dei gettoni di plastica che avevano in mano. Non gli importava nemmeno degli sguardi ironici con cui venivano osservati dai loro coetanei, che snobbavano un divertimento per piccoli come quello. Vittore e Luigi utilizzavano il chiuso delle automobiline, con gli sportellini di ferro e i finestrini che sembravano veri, per sentirsi protetti e continuare le loro ciance. Quando finivano i giri andavano a spasso, a vedere altre cose. Si erano incantati davanti ad alcune moto da cross parcheggiate in un campo. Erano tutte infangate e identiche ad alcuni modellini giocattolo che avevano visto in qualche negozio, ma vere, sporche di fango e di olio,  facevano un altro effetto ed incutevano paura.
Il giorno dopo il papà di Vittore, con dei pannelli di cartone, aveva camuffato il telaio della bici del ragazzino con le scritte e i numeri di una di quelle moto. Vittore aveva girato per tutto il tempo dell’estate con quell’addobbo sulla bici e ne era fiero, si sentiva in sella alla moto e si divertiva da matti.

*   *   *


Luigi e gli altri amichetti abitavano in due palazzine che con il casello in cui Vittore passava l’estate formavano un cortile – che loro chiamavano “piazzetta” –  di ghiaia, terra e chiazze erbose. Al centro vi erano le vestigia del basamento di quello che era stato il muretto divisorio del giardino del casello, quando era separato dal resto; se ne intravedeva il perimetro, di pietra bianca, affiorare tra le pietre.
Il cortile era buono per tracciare piste da biciclette e da macchinine; la sua terra serviva a caricare i cassoni dei camion giocattolo, a costruire strade in miniatura, con un legnetto rettangolare o un frammento regolare di piastrella scovato in mezzo alle pietre, o anche una pietra piatta. Altre pietre diventavano le case, o i recinti delle ville immaginarie da cui partivano le automobiline per portare ipotetici conducenti in visita ad altre piccole dimore, collocate qualche metro più in là, ma dopo lunghe evoluzioni in ministrade tortuose e piene di curve. Dopo quei giochi, alla sera, ampi tratti del cortile erano tutti segnati da righe, scavi, montrucchi di terra, lavori in corso che solo l’arrivo della pioggia, o di una macchina vera che andava a parcheggiarsi proprio lì, potevano cancellare. In un punto di quel cortile avevano sepolto il cadavere di un piccolo passero caduto da un nido posto sopra uno dei tre grandi pini che delimitavano il terrapieno della strada, su uno dei lati corti della piazzetta, al di là di un fosso di erbacce. L’altro lato corto era segnato da una scaletta che conduceva ad una fontanella ai piedi della collina e poi ai bricchi, le terrazze un tempo coltivate ed ora utilizzate solo per l’erba da dare agli animali delle cascine intorno. Accanto alla scaletta c’era un bersò, ossia un pergolato di uva fragola, sopraelevato su una breve spianata di terra rettangolare, a sbalzo sul cortile dal lato della montagna; era per metà scavato nella terra, a modificare quella che doveva essere poco tempo prima l’ultima terrazza a valle della collina, che in cima aveva il bosco. La terra era fermata da grossi massi piatti, che a spostarne uno uscivano frotte di lumaconi rossi, senza guscio, grandi come zucchini. Al centro del bersò un tavolaccio di legno e panche tutto intorno, con qualche sedile di pietra; Vittore non ricordava di avervi mai visto nessuno, su quelle panche e su quel tavolo, al di fuori di loro stessi, ragazzini, che ci andavano a giocare alla nave dei pirati.
La casa di Luigi era proprio accanto a quel pergolato; veniva impropriamente chiamata “casello” anch’essa, benché in realtà all’origine fosse stata il dormitorio per i ferrovieri che, all’epoca del vapore, effettuavano le spinte di rinforzo ai treni merci pesanti sulle rampe del Turchino e che, terminata la salita in quella stazione, allo sbocco della lunga galleria, pernottavano lì per rientrare in città la mattina successiva. Si era agli inizi del Novecento, e il viaggio di un treno merci da Genova poteva durare anche alcune ore.
Ma “casello” era chiamata anche la terza palazzina della piazzetta, dove abitavano altri amichetti di Vittore. Si trattava di una normale “casa dei ferrovieri” ed era stata costruita diversi anni dopo il casello vero, quello dove trascorreva le sue estati la famiglia di Vittore e che era nato con la linea ferroviaria stessa, sul finire dell’Ottocento.

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«Si sono già viste le rondini girare intorno?» Chiese Vittore.
«Qualche sera che di giorno ha fatto caldo, sì. Hanno gridato per un bel po’, girando attorno ai tetti, prima uno poi l’altro. Non erano tantissime ma volavano veloci, alte, e facevano un bel baccano.»
Vittore, sempre in piedi davanti alla finestra, guardava l’ultima luce andare giù oltre le cime dei monti a chiusura della valle. Quel suo futuro, quelle sue strade di paesi del Piemonte, quelle sue feste che aveva negli occhi e che gli dicevano estate.
L’indomani sarebbero arrivati la mamma e il papà, ma la maggior parte dei giorni li avrebbero trascorsi coi nonni. Coi nonni per modo di dire: a pranzo, a cena e alla notte. Il resto del tempo lo passava con gli amici o a girare da solo in bici, a giocare con qualunque cosa nel cortile. Al massimo a leggere giornalini nella sua cameretta, dove qualche mattina avrebbe pensato anche ai compiti delle vacanze.
«Sembri un bambino di strada, un maschiaccio!» Lo ammoniva la nonna, di quando in quando. Se aveva la luna per traverso era anche capace di dirgli: «Adesso basta, vieni almeno un po’ in casa», ma a Vittore quell’idea sembrava ridicola. Perché, si chiedeva, doveva stare “almeno un po’ in casa”? Che regola era? A chi serviva? Andava fatto forse per dare una certa impressione, oppure perché se uno sta “almeno un po’ in casa” ogni tanto non diventa un maschiaccio? E cosa voleva dire “maschiaccio”? Che differenza c’era dal “maschio” normale?
«Sto già tutto l’anno chiuso in casa», protestava. «Nove mesi. Non è poco. Almeno adesso lasciami fare le cose!»
Anche se a malincuore, la nonna capiva qualcosa di quel lamento e di quella ribellione. C’era una logica, e Vittore la affermava con forza. La nonna si accontentava delle rare volte in cui il ragazzino, con tutti gli amichetti fuori che giocavano, se ne stava una mezz’ora buono buono, sulla seggiola della cucina a leggere. Lo faceva per il quieto vivere. Si vedeva che era in fibrillazione e che tendeva l’orecchio ad ogni strillo, ad ogni risata. Sopportava finché gli era possibile, poi diceva, supplichevole:
«Dai, nonna, adesso posso andare?»
«Eh, sei già stato fin troppo!» Diceva lei, sarcastica.
«Vieni fuori tu, a vederci giocare. Guarda che bel sole che c’è fuori», proponeva tutto allegro Vittore.
«Figuriamoci! Con tutto quello che ci ho da fare, vengo proprio fuori!»
A Vittore sembrava impossibile che la nonna non avesse mai un attimo per uscire a starsene seduta un po’ in cortile e guardare giocare i bambini. Gli sembrava impossibile che in quel luogo, e in estate, qualcuno potesse riuscire a non stare fuori, con tutto quel sole sulle pietre della piazzetta e sull’erba degli angoli, sul trifoglio e sulle spighe selvatiche, sulle ortensie del giardino intorno al casello, sulle terrazze curate della collina, dopo il secondo o terzo taglio.
Eppure, benché raramente, la nonna e la mamma passavano qualche tempo sedute in cortile, a parlare con le mamme e le nonne degli altri; accadeva in situazioni straordinarie e Vittore non si capacitava del fatto che eventi del genere non potessero verificarsi più spesso. Avevano sempre tutti da fare, ma cosa poi di così importante? Anche gli uomini andavano e venivano. Tagliavano legna, dipingevano un muro, carteggiavano una persiana – poggiata sui cavalletti, proprio in mezzo all’erba del cortile – riparavano qualcosa sull’uscio dei casotti adibiti a cantine e a magazzini. Oppure controllavano le macchine, smontavano pezzi, trasportavano cose. A tratti, di colpo, partivano con le loro auto, le 127, le 500, le Prinz, magari anche con le Vespe, con i motorini Garelli e Piaggio. Li si vedeva scompariva oltre la curva della strada che porta in paese. Dopo dieci o venti minuti erano di nuovo di ritorno, si imbucavano in un garage o in una cantina recando con sé misteriosi pacchi; infine partiva il suono del trapano, o di una sega elettrica, o di qualcos’altro di molto rumoroso che, lì per lì, attirava l’attenzione dei ragazzini fermi nel cortile, ma dopo qualche istante diveniva sottofondo adeguato per la ripresa di un gioco, per una partita a pallone “all’americana”, ovvero con un unico portiere avversario di entrambe le squadre contrapposte, formate da due – in giornate grasse da tre - giocatori che tentavano tutti di violarne la porta. C’era il vantaggio che si poteva giocare in uno spazio ristretto, senza occupare tutto il cortile, come avrebbe richiesto lo schieramento di due squadre complete, con due porte e due portieri ciascuna; e poi si giocava bene anche quando si era solo in cinque – con un po’ di fantasia anche in tre.
Doveva essere ben triste, pensava Vittore, essere grandi e non potersene stare a giocare in cortile. Ma forse per i grandi quell’andare e venire equivaleva ad un gioco, e anche la loro vita poteva esser bella in quel luogo e in quelle giornate.
Il nonno no, il nonno dava soddisfazione. Aveva costruito una rudimentale panchina con lastre di pietra e mattoni, appoggiata al muro della casa dei ferrovieri, di fronte al casello, dalla parte opposta della piazzetta. E ci stava, su quella panchina, anche per ore, a guardarli indaffarati nei giochi, silenzioso e sorridente. Lui sì che aveva capito, secondo Vittore, lo spirito del luogo, e sapeva stare al mondo. Ma era l’unico: i nonni dei suoi amichetti o abitavano lontano, in cascine di cui aveva sentito parlare e che immaginava a stento, oppure erano già morti. Lui si sentiva fortunato ad avere un nonno che lo guardava giocare. Certe mattine lo portava con sé in paese, a comprare il pane, a giocare ai giardini dove conosceva altri amichetti e dove respirava una luce diversa ma fatta degli stessi colori: erba e fiori, persiane e muri antichi, sole che disegnava ombre marcate, nitide, tra le piazzette, i vicoli e la strada alberata lungo il fiume. Ma poi il nonno era anche capace di starsene in giro da solo per pomeriggi interi, nel bosco o chissà dove. Il bosco gli piaceva più di ogni altra cosa. A Vittore aveva raccontato che, in tempo di guerra, a lui era toccato vegliare un compagno morto per una notte intera in un bosco, e intorno c’erano i lupi. Aveva acceso un fuoco per tenerli lontani.
«Avevi paura?» Chiedeva Vittore.
«Un po’, ma con il fuoco non si avvicinavano. Bastava non lasciarlo spegnere.»
«Ma del morto, avevi paura?» Il nonno rideva triste.
«Poveretto, cosa poteva farmi, il morto? I morti non fanno paura. Bisogna avere paura dei vivi.»
E questa cosa a Vittore sembrava assurda. Perché le ultime discussioni della sera, prima di andare a casa sotto i pressanti richiami delle mamme e delle nonne che attendevano sulle porte di casa, vertevano proprio sui morti, sui fantasmi, sugli scheletri e sui fuochi fatui dei cimiteri, nelle notti d’estate. Bastava che qualcuno attaccasse bottone con quegli argomenti per far venire i brividi dietro la nuca a tutti gli altri. Ma quanto piaceva Vittore quella paura! Qualcuno degli altri si spaventava un po’ troppo e si rifiutava di andare avanti o di ascoltare, tentando di cambiare discorso; finiva vittima della crudeltà degli altri che, in maggioranza, infierivano con tenacia e sempre maggiore orgasmo. Quelle immagini evocate conciliavano la voglia di andare a casa correndo all’impazzata per quei pochi metri di cortile o di prato che li separavano dal gradino della porta o dagli scalini del portone, con terrore del vento che nella corsa fischiava alle orecchie e dava un’emozione da levare il respiro.
E adesso il nonno di Vittore girava i boschi di quelle colline tutto solo, ricercando forse, come immaginava Vittore, i pensieri di quella notte di guerra di trenta anni fa, quando anche lui era poco più che un ragazzo.

*   *   *


«Sai che i grandi stanno costruendo una capannetta nel bosco?» Disse tutto entusiasta Luigi. I “grandi”, in quel caso, erano ragazzini dai dieci ai tredici anni, con cui loro, più piccoli di una manciata di anni, non avevano rapporti continui. Capitava però, anche lì in casi eccezionali, che li lasciassero partecipare ai loro giochi.
«Li aiuta la Silvana», continuò, mentre Vittore lo ascoltava incantato, «hanno inchiodato tavole ai tronchi di quattro castagni vicini e disposti in quadrato. Ora devono fare il tetto con un telone e le frasche sopra per coprirlo e poi sarà finita.»
Silvana era una signora dall’età indefinibile: poteva avere trent’anni come settanta. Aveva i colori stessi del bosco, e il suo suono nella voce, fedele al proprio nome in tutto. Viveva sola e conosceva quei boschi meglio di chiunque altro nel circondario. Era molto amica del nonno di Vittore. Una donna strana, che sapeva di colline ombrose e di muschio, ma anche di sole perché era sempre scura, come cotta dall’aria dell’estate. Sapeva la storia delle trincee partigiane scavate in cima ad una collina più bassa, ora stretta tra due ali di bosco ceduo, ma un tempo pulita cresta spartiacque tra la valle principale ed una laterale, dove scorre un affluente del fiume.
Vittore si era detto che Silvana aveva un sorriso come di felce; era sempre allegra e spiritosa, amava dedicare un po’ del suo tempo ai bambini, ma aveva in più il grande pregio di trattarli come fossero grandi, di parlare con loro come si parla con gli uomini. Una volta, l’estate precedente, Vittore aveva sentito una frase, probabilmente l’unica che riusciva a ricordare nitidamente nella memoria distorta dei sette anni, che suonava all’incirca così: le cose che piacciono ai bambini sono le uniche ad essere veramente importanti.
Quella sera, Vittore, ascoltando le novità che gli forniva Luigi, moriva dalla voglia di rivedere la Silvana, di guardare la capannetta nel bosco, di bere l’acqua della fontanella che usciva dal prato freschissima sotto il sole cocente. Quando la nonna lo chiamava per il pranzo, gli consegnava una bottiglia di plastica, bianca trasparente, opaca, con il tappo ermetico a scatto.
«Vai a prendere l’acqua e fai presto che è in tavola.»
Vittore correva su dalla scaletta – gradini di sasso infossati nella terra e seminascosti dall’erba – verso le terrazze della collina. Scavalcava il ruscelletto, formato dalla stessa fontanella che buttava acqua tutti i giorni di tutto l’anno e circondato da fiorellini di prato e menta, scendeva in un piccolo fosso pavimentato alla buona con grosse pietre di fiume e mattoni coperti di muschio, appoggiava un piede ad un sasso di contenimento della terrazza erbosa e immergeva il collo della bottiglia sotto il getto continuo e copioso dell’acqua che fuoriusciva da un tubo di ferro arrugginito, trasudante gocciole e fogliame bagnato. Nell’incavo della fontanella la vegetazione si faceva strana, conoscendo piccole felci verde scuro e piantine palustri rossastre. La pozza che l’acqua, fuoriuscendo dal tubo, formava tra i sassi, era ricca di vita: sanguisughe, immobili come oggetti eterni, piegate a “u”, piccoli insetti, talvolta qualche temutissima per quanto innocua biscia, che poteva sembrare più un grosso verme che altro. E ragni, ovunque, con le loro tele tese e ballonzolanti tra steli d’erba che spiovevano a tendina dall’alto della terrazza. La bottiglia si riempiva all’istante e la plastica dura di cui era fatta si appannava quasi subito per lo sbalzo termico, dando a Vittore il senso anche visivo della freschezza e la voglia di bere. Beveva, infatti, una lunga sorsata dalla bottiglia; quell’acqua aveva un gusto forte, ferroso, e profumava di erba appena tagliata, di menta e di fiori. Riempiva la bocca e rendeva più dolce lo schiaffo del sole a perpendicolo sulla testa.

*   *   *


Prima che la luce nel cielo, verso nord ovest, fosse del tutto spenta, dalla strada giunse il rumore di una frenata prolungata, seguita da un brevissimo fruscio di strisciamento e poi da un botto fortissimo ma senza eco, come di un grosso strumento di legno che piomba al suolo nella stanza accanto. La nonna, in cucina, gridò qualcosa, spaventata. I passi veloci del nonno percorrevano il corridoio e raggiungevano la porta d’ingresso. I ragazzi lo intravidero passare, dalla porta socchiusa della cameretta. Il nonno fu il primo ad uscire nella piazzetta, con Vittore e Luigi dietro. Intimò loro un rapido: «State lì, non muovetevi!» Sì, era più facile fermare un treno in corsa. I due si affacciarono, prima guardinghi, poi, come spinti da una forza oscura, saltarono il gradino e furono nel cortile.
Fuori c’era un silenzio insolito, rotto solo da voci intermittenti, confuse. Il traffico delle auto, prima intervallato ma continuo, si era arrestato di colpo e una fila di tre o quattro macchine ferme si era formata tra una curva e l’altra, proprio lì davanti. Col passare dei secondi altre auto si fermavano, spegnevano i motori Qualcuno chiamava a gran voce. Uscirono dalle palazzine molte persone, chi in ciabatte, uno addirittura in pigiama. Era lo zio di un loro amichetto, che faceva l’operaio a Genova ed era tornato da poco dal turno del pomeriggio, come si affrettò a raccontare più volte a quelli che incontrava, per giustificare il suo abbigliamento. Rimaneva per lo più inascoltato. Poco dopo uscirono anche la nonna di Vittore e la mamma di Luigi, pallide, spaventate.
Era successo che una Mini Minor amaranto aveva sbandato sulla strada, proprio all’altezza della piazzetta, ed era andata a sbattere col muso contro il tronco di uno dei tre alti pini che delimitavano in quel punto la statale e chiudevano a nord la piazzetta, protetta dalla strada da un fossato e da una rete metallica. Dopo l’urto, la piccola ma potente auto era franata leggermente verso il fosso del terrapieno che saliva sul ponte a cavallo della ferrovia ed ora si trovava in bilico, con le grosse prese d’aria frontali del radiatore in fumo davanti al tronco, vistosamente scheggiato. Sull’auto erano in due, a quanto pareva. L’autista era già sceso e, confuso alla piccola folla che si era fatta intorno, stava aiutando il passeggero ad uscire dalla macchina, perché la portiera sul lato del fosso si era incastrata.
«Vi siete fatti male?» Si sentiva chiedere da più parti, da tutta la gente scesa dalle macchine che seguivano la Mini, da quella che accorreva, da quella che restava un po’ in disparte, a godersi la scena da lontano.
«Niente, niente», rispondeva parecchio scosso il primo dei due, un giovane alto e dinoccolato. Intanto estraeva il compagno forzando la portiera, incauto, perché la macchina, in quel punto, rischiava di precipitare ancor più nel fosso. Ma la Mini, ancorché malconcia, era bene ancorata ad uno dei pesanti paracarri di pietra a lato della strada e non si sarebbe mossa per così poco. Il passeggero uscì e si toccava un braccio, ma non aveva l’aria di essersi fatto troppo male.
«Niente, niente», diceva anche lui, a rassicurare tutti i solerti soccorritori, ma come infastidito, quasi avesse fretta. Infatti qui successe una cosa che a Vittore e Luigi parve veramente originale.
«Chiamiamo il soccorso?» Chiese quello zio del loro amichetto, nel suo completino di pannetto celeste, che da poco aveva sostituito la tuta blu.
«No, no», risposero in coro i due tizi della macchina, entrambi giovani ma dei quali nessuno, nel buio ormai calato, riusciva a rilevare la fisionomia.
«Ci pensiamo noi», dissero quelli mentre si allontanavano rapidamente dalla macchina. Qualcuno disse che non erano del posto, che non li aveva mai visti. E prima che lo spavento lasciasse il posto allo stupore, quelli attraversarono la strada trotterellando, raggiunsero il ponte correndo e infine se la diedero a gambe, quasi che non solo l’auto ma l’intero quartiere della stazione fosse sul punto di esplodere. Correvano verso la stazione, giù dalla discesa dopo il ponte, e aumentavano via via sempre più il passo, fino a scomparire dalla vista della piccola folla che si era radunata davanti alla macchina fuori uso e ormai incustodita.
«Quelli sono ladri, ve lo dico io. E l’auto deve essere rubata», sentenziò uno che abitava al primo piano della casa dei ferrovieri. Vittore e Luigi, dalla paura iniziale, erano adesso passati ad una sorta di eccitazione che li faceva correre di qua e di là in cerca di commenti. Nel buio si trovarono improvvisamente di fronte altri due della loro età.
«Ci sei anche tu? Sei arrivato giusto in tempo, da Genova», disse uno di loro a Vittore. «Allora era vero che dovevi arrivare oggi. Mio papà me lo aveva detto ma non ci credevo».
«Erano due ladri. La macchina è rubata.»
«Hanno chiamato i carabinieri. Tra poco saranno qua.»
«Fantastico!» Commentò Luigi in fibrillazione. Osservavano la Mini Minor accartocciata come fosse un animale raro, e sapevano già che ne avrebbero parlato per tutta l’estate e che avrebbero ricostruito la scena dell’incidente con le loro macchinine giocattolo.
«Tu ce l’hai una Mini Minor? Io no.»
«Ce l’ho io», disse Stefano, «ma è una di quelle grosse, della Bburago. E poi è verde.»
«Che c’entra? Si carteggia, si prende una bomboletta e…»
«See, la bomboletta! Il ferramenta in paese non ce l’ha mica la vernice di colore amaranto!»
«E invece ce l’ha, ce l’ha!»
«Ma va’, quello ti dà un rosso marcio dell’anteguerra e pretende di farti credere che è amaranto.»
«Beh, lo mescoliamo…»
«Con la bomboletta spray? Ma che cacchio dici! Cosa mescoli?!»
Pazienza il colore, ma le macchinine grosse non andavano bene. Ognuno di loro ne aveva poche e non ci riuscivano a giocare. Ci volevano quelle piccole, per giocare con attenzione e con gusto, quelle di una marca quasi impronunciabile ma che tutti sapevano cominciare con la “M”; costavano poco e si trovavano anche davanti alle casse dei supermercati. Andare a fare la spesa con i genitori spesso serviva a farsene comprare una, perché bastavano poche monete da cento lire, e le mamme raramente rifiutavano di rinunciare al quieto vivere per risparmiare quei pochi soldi.
Poi avrebbero mimato la scena anche con le biciclette. Uno, in sella alla sua Graziella, avrebbe fatto finta di essere al volante della Mini rubata, in corsa dopo un furto, in fuga dalla polizia. Poi lo schianto, contro l’albero ricostruito con un manico di scopa piantano in un angolo della piazzetta; la bicicletta in terra ad imitare la macchina accartocciata sul davanti, quindi la fuga a piedi, nel buio, chissà dove, verso i casotti delle cantine o sui prati dalla fontanella. E la polizia dietro, con altre biciclette ad imitare le “pantere”, sempre a sirene spiegate, urlando a squarciagola “ni-no, ni-no” per dei quarti d’ora. Poi gli spari delle pistole d’ordinanza, che potevano essere, nell’ordine, fazzoletti, pietre triangolari, legnetti intagliati o anche armi giocattolo improbabilmente colorate, che producevano fragori a bocca con relativi sputi e fuoriuscita di bave dagli spazi creati dai denti mancanti. Qualora le forze dell’ordine riuscissero a raggiungere i fuggitivi, arrampicati da qualche parte dove le ruote delle bici non arrivavano, ecco i cicli scagliati per terra, lasciati a rantolare con le ruote ancora in movimento, nell’erba o nelle pietre, e iniziava lo scontro a piedi. I due della Mini Minor si difendevano, nascosti dietro un muretto o dietro un cespuglio, con spari a bocca di altissima potenza e il volume di fuoco diventava impressionate. Quand’erano sette o otto, nella piazzetta, a fare quel casino, sembrava che fosse scoppiata la rivoluzione. In genere si affacciava il rompiscatole di turno, da una finestra, e urlava che aveva fatto la notte e che aveva diritto a riposare. Il clamore cessava di colpo, perché quei ragazzini erano tutti educati, non avevano il coraggio di contrapporsi agli adulti e in fondo comprendevano eticamente il lamento dell’uomo che avevano disturbato; si limitavano a borbottare tra loro insulti orrendi all’indirizzo del tale, lo definivano con epiteti spaventosi e gli auguravano,  silenziosamente, di morire al più presto, di notte sul lavoro, e di piantarla di rompere le uova nel paniere. Sudati e congestionati, avviliti dal rimprovero e dal gioco bruscamente interrotto, iniziavano a chiedersi, l’un l’altro: «E adesso a cosa giochiamo?»
Mentre i grandi erano distratti dalle discussioni sull’accaduto, i ragazzini quella sera approfittavano per fare un po’ tardi parlando. L’ora e la situazione insolita li rendevano elettrici. Per Vittore, che non li vedeva da quasi un anno, l’emozione era doppia. Seppe che qualcuno era la mare e sarebbe tornato di lì a qualche giorno, che qualcun altro sarebbe invece partito a fine mese, che qualcun altro ancora già l’indomani si sarebbe trasferito nella cascina dei nonni, su per qualche valle laterale, e avrebbe fatto ritorno solo per la festa patronale a fine luglio. Vittore non riusciva a mandar giù l’idea che potesse essere bello, per qualcuno, aspettare quelle giornate di giugno per allontanarsi da quei luoghi, lui che solo allora era riuscito, dopo faticosa attesa, a conquistarli con tanta soddisfazione. Così finiva per compatire quegli amici costretti, secondo lui, a seguire i genitori al mare o ad andare a chiudersi in una cascina, senza frotte di ragazzini della loro età con cui correre in bicicletta e giocare al pallone. Certo, capiva che per gli altri quei luoghi erano quelli di sempre, di tutto l’anno, ma in giornate così, in una sera inaspettata e meravigliosa, con la scuola appena finita e tutta l’estate davanti, doveva essere bello anche per loro restare a guardare ogni cosa, per quanto consueta, con occhi decisamente diversi. Anche Vittore sapeva quanto quel cortile fosse spento in inverno, e come fosse triste il bosco spoglio e ispido in cima alle colline di colore brunastro e secche. A lui piaceva ugualmente ma non provava, le poche volte che gli era dato di vederlo, la stessa frenesia dell’estate.
Gli amici con cui giocava maggiormente non sarebbero partiti per le vacanze. Anche per loro la vacanza era quella, era lì, come per lui. I loro genitori lavoravano quasi tutti in ferrovia, nella sottostazione elettrica, come operai o tecnici. In pratica, da casa, dovevano scendere una scaletta oltre lo stradone ed erano già sul posto di lavoro. Era un modo per sentirsi in vacanza sempre, pensava Vittore, e l’estate trascorreva lenta, rilassante, tranquilla anche per loro.

*   *   *


Ai ragazzini fu concesso solo di vedere arrivare la camionetta dei carabinieri. Ne scesero due, uno più giovane e alto, l’altro più anziano, basso, robusto e panciuto; il primo, indossando i guanti, si avvicinava alla Mini mentre l’altro, nel mezzo della strada, con ampi gesti delle mani e con grida perentorie, faceva ripartire le macchine ferme dietro, che bloccavano il traffico. Di colpo ci fu rumore di motori e puzza di benzina. Il carabiniere vicino alla Mini parlava con alcuni degli uomini a piedi.
«Lo spettacolo è finito. A nanna», disse il nonno di Vittore. I ragazzini si salutarono brevemente; l’appuntamento era a poche ore dopo, nella luce brillante di un mattino che si preannunciava terso, a giudicare dal cielo stellato della notte ormai iniziata. Vittore entrò in casa e corse a recuperare il vecchio Topolino che aveva deciso di leggere, cioè rileggere, prima di addormentarsi. Passò dalla camera da letto dei nonni, si arrampicò sul lettone e afferò il pero, ossia l’interruttore a peretta che penzolava, attaccato ad un lungo filo nero, sull’alta testata di legno scuro. Serviva per accendere la luce centrale della camera direttamente dal letto. Vittore ne era affascinato, perché nella sua casa di città, di fine anni Sessanta, non esisteva nulla del genere. Ma quello era un casello antico, ed anche se era stato ristrutturato alcuni anni prima, conservava ancora alcuni accessori della dimora ottocentesca che pur sempre era, benché umile e spartana. Accese e spense diverse volte, divertendosi al clic, antico anche quello, che risuonava nell’ampio stanzone dal soffitto profondo. Arrivò il nonno a sloggiarlo, accompagnandolo nella sua camera e dandogli la buonanotte, seguito dalla nonna che aiutandolo ad infilarsi il pigiama gli disse:
«Non avere paura. Lascia la porta aperta che siamo di là noi.»
E chi aveva paura, pensò con una risata nascosta Vittore! In quella cameretta, per lui, la paura non esisteva. C’era l’odore di umido, a fargli compagnia; perché era un odore buono, l’odore di tutte le cose che più amava. Poi c’era il plastico del trenino, c’erano i Topolini letti l’estate precedente, c’era il pallone di cuoio, che sapeva ancora quell’odore dell’ingrassante che il papà gli aveva dato l’anno prima. Certo, era tutto spelacchiato, il pallone; non conservava neppure una traccia della vernice bianca e nera di esagoni e pentagoni che era bello veder rotolare morbidamente sull’erba del campo di Marassi quando andava allo stadio. Il suo pallone, invece, conosceva solo pietre, ghiaia e terraccia battuta, e Vittore non riusciva a ricordare nemmeno se anche lui fosse stato bianco e nero, lucido, un tempo. Lo aveva avuto tra le mani, e tra i piedi, sempre così, grigio, con quell’odore di grasso, rigorosamente un po’ sgonfio, nemmeno del tutto sferico in quanto leggeremente bombato da una parte. Ricordò di averlo rigirato tra le mani con una certa tristezza in uno dei giorni in cui era stato qualche ora lassù, in primavera. Pioveva, non si poteva giocare, non si poteva uscire e il ricordo dell’estate passata era tanto lontano da sembrare riferirsi a fantasie, a cose mai esistite. E la casa era vuota, vuoto il bosco di suoni, vuoto anche il cortile, cupo, come la sua terra rimbombante sorda sotto i piedi, terra ancora invernale. Secca, dura, senza nemmeno la polvere. Ora al contario i ricordi dell’estate precedente riprendevano vita uno ad uno; bastava osservare ogni cosa che li potesse ridestare e ripetersi, come Vittore faceva instancabilmente: “Adesso sì, ci siamo, è tornato tutto”.
Saltò sull’alto letto dal quale, lo sapeva già, sarebbe probabilmente caduto durante la notte, come succedeva nelle prime notti che dormiva lì dopo tanto tempo e non vi era più abituato; un letto  più stretto di quello suo di città. Ma Vittore, ogni volta che nelle notti di inizio estate si ritrovava col culo sul freddo pavimento di antico granito, rideva. Rideva da solo, tanto da non riuscire più a fermarsi. Risaliva nel buio, infreddolito, si accomodava sotto le pesanti coperte e smetteva di ghignare, felice, solo quando il sonno lo riconquistava. A volte era l’alba e già pigolavano i passerotti sui pini lungo la statale. Nulla conciliava meglio il sonno antelucano di Vittore che quei pigolii, eccezion fatta per il rombo del primo treno del mattino che scendeva verso Genova. Ascoltarlo passare stando a letto, pronti a riprendere un sonno interrotto, equivaleva a godere una musica. La cameretta di Vittore non dava sulla ferrovia: lui sentiva il treno un po’ dal rumore proveniente dal corridoio, dove tintinnavano i vetri delle finestre affacciate sulla scarpata all’imboccatura della gallerie, e un po’ attraverso il muro al quale il suo letto era appoggiato. Vittore metteva un braccio o una gamba contro quel muro, per avvertire le vibrazioni. Dalle fessure delle persiane filtrava appena una debole luce e, al passaggio del treno, anche i vetri della finestra della cameretta borbottavano debolmente, registrandone i saltelli sugli scambi di ingresso alla galleria. Nel corso di tutta l’estate, da quelle stesse fessure delle persiane, a mattino fatto, Vittore avrebbe ricevuto informazioni preziose sul tempo: se, al suo risveglio, i raggi di luce proiettati sul soffitto avessero tracciato strisce di colore dorato, egli avrebbe avuto la certezza di essere atteso da una giornata di sole; al contrario, la colorazione argentea e più debole di quelle strisce avrebbe tradito un cielo nuvoloso.
Pensava a queste cose mentre, già a letto con il vecchio Topolino aperto tra le mani, non riusciva a concentrarsi nella lettura. Sentì diminuire gradualmente il chiacchiericcio provocato dall’incidente a pochi metri da lì, poi la camionetta dei carabinieri rimettersi in moto e andare via, il nonno che diceva qualcosa alla nonna, nell’altra stanza. Stava per iniziare davvero la lettura quando la sensazione di un rombo proveniente dalla terra lo fece trasalire di gioia: le finestre per il momento non tremavano, il suono non era ancora avvertibile ma Vittore aveva capito che il lungo e pesante treno merci della tarda sera stava percorrendo le ultime centinaia di metri in galleria prima dello sbocco. Procedeva a forte velocità perché non avrebbe fatto fermata in stazione. Proveniva dal porto, o dalle acciaierie di Genova, e viaggiava verso il Piemonte, con la linea tutta libera perché, a quell’ora, l’ultimo treno viaggiatori discendente verso il capoluogo era già passato. Un istante dopo un fischio potente lacerò l’aria e sembrò invadere la stanza di Vittore, insieme al possente frastuono metallico di numerosi carri di lameria in rotoli che pestavano con le ruote sui binari sotto la scarpata. Vibrò il muro, vibrò il letto, vibrarono i vetri di tutte le finestre. Quindi si fece debole, con il pestone cattivo dell’ultimo asse sullo scambio sotto casa e svanì a poco a poco, sferragliando rabbioso oltre il ponte della statale, nello slargo del piazzale di stazione. Il silenzio che seguì lasciò Vittore scombussolato. Era la sua buonanotte più bella, accompagnata dall’unica ombra del desiderio inappagato di vederlo transitare, quel treno merci rabbioso. Per poco, forse, quella sera ci sarebbe riuscito, se solo le pratiche dell’incidente fossero andate un po’ più per le lunghe; quel treno passava troppo tardi, e nessuno gli avrebbe mai permesso di restare fuori fino a quell’ora.
Riuscì a leggere una sola storia del Topolino; la conosceva già, ne anticipava in cuor suo le battute e questo era il bello, perché ad interessarlo non era la storia ma il ritrovare le stesse emozioni dell’estate prima, quando l’aveva letta per la prima volta. Era quel ritorno di emozioni tanto aspettate a farlo sentire felice. Lasciò cadere il giornalino in terra e si sporse a spegnere la luce. Lo stesso buio che nella sua casa di città gli faceva sempre un po’ paura, lì lo rendeva tranquillo; era un buio popolato di immagini radiose e di speranze. Avvertì i grilli, che solo in quel momento gli riuscì di distinguere nitidamente. Un canto confuso, difforme e uniforme al contempo, che proveniva dalle terrazze della collina subito dietro casa, sopra il portale della galleria. Pensò che fosse strano non essersi ancora accorto dei grilli e non avervi pensato in tutta quella prima sera; eppure i grilli erano un’altra componente sonora ed emozionante per lui fondamentale. Troppe cose tutte insieme, e tutto ciò che c’era da fare l’indomani, gli affollavano i pensieri spingendo il suo animo a traboccare copiosamente da ogni parte.
Non fece però a tempo ad abituarsi all’oscurità tanto da poter scorgere i deboli riflessi dei lampioni della strada attraverso le fessure delle persiane perché si addormentò prima. C’era come una musica, in quella stanza e in quella casa, e suonava forte dentro il suo cuore.

BERGAMO,  21 agosto 2008



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