Parlando di "Scusi, posso essere tutti?" con Riccardo Radici - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Parlando di "Scusi, posso essere tutti?" con Riccardo Radici

Novità

NOTE A MARGINE DI SCUSI, POSSO ESSERE TUTTI?
Per Riccardo Radici

aggiornato ad ottobre 2014


Rispondo in questo testo alle precise domande di Riccardo Radici, esperto sia di poetica che della mia intera produzione, in merito all'album
Scusi, posso essere tutti? realizzato tra il 2012 e il 2013. Siccome tra una domanda ed una risposta, sempre rigorosamente a distanza, passano dei mesi, nel frattempo l'album a cui Riccardo mi ha concesso l'onore di prestare una così grande attenzione è diventato il nuovo spettacolo (2014); o meglio, il nuovo spettacolo si compone di una metà delle canzoni presenti nell'album, per i motivi che si potranno scoprire leggendo.
Come premessa è bene dire che aòò'origine di "Scusi, posso essere tutti?" come raccolta di registrazioni c'è qualcosa di abbastanza atipico rispetto a tutti gli altri, perché non è nato, come di solito mi accadeva nei decenni passati, per diventare uno spettacolo, anche se poi lo è in parte diventato. Dato il momento storico, e tutta una serie di vicende che adesso non è il caso di riportare, non avendo io la possibilità di presentarmi con uno spettacolo inedito ad un pubblico che non conosce niente di ciò che ho fatto in precedenza, due anni fa sono stato spinto a scrivere le canzoni una dopo l'altra come elementi singoli, validi in sé, slegati l'uno dall'altro. Negli ultimi tempi, quando mi sono presentato ad un pubblico, ho pescato nel repertorio e cucito esibizioni organizzate intorno ai pezzi più riusciti della mia produzione; poi, di tanto in tanto, buttavo lì qualcosa di nuovo (ma che per la gente valeva come tutte le altre cose) e saggavio la tenuta di un brano singolo.
Nella realizzazione degli spettacoli in genere io penso già ai collegamenti, aggiungo o elimino in base ad un discorso più o meno ruotante attorno ad uno o più temi centrali, e costruisco contemporaneamente i "parlati", cioè i monologhi introduttivi che funzionano da connessione logica, quindi da gancio e da lancio insieme. Nell'album tutto questo non c'è; ci sono invece canzoni singole che trattano svariati temi, ciascuno dei quali potrebbe, dico, potrebbe trovare agio in una costruzione spettacolare più ampia ma al momento della realizzazione si trattava di segmenti autonomi, i quali era giocoforza che costituissero un quadro piuttosto frammentario e anche vagamente caotico. Tutto questo credo sia alla base dei limiti che, giustamente, ha individuato Riccardo Radici nel pezzo conclusivo, di cui comunque parleremo a tempo debito. Ma procediamo con ordine, in base alle domande.


RICCARDO. In questi ultimi tempi ho ascoltato l'album diverse volte e devo dire che l'ho apprezzato maggiormente che in principio.
Infatti un difetto, che in verità è un pregio, delle tue canzoni, è che germogliano pian piano in chi le ascolta.
Perciò non le si può mai apprezzare pienamente né al primo né al secondo e forse neanche al terzo ascolto.

Intanto dal vivo è un'altra cosa. Poi c'è da tener conto di quanto ho scritto prima. Infatti chi fa teatro canzone, almeno come lo faccio io, sa che i brani devono arrivare subito al primo ascolto, perché non molti dei presenti avranno occasione, o voglia, di riascoltare mai le canzoni o, peggio, i monologhi. Ma dal vivo ci sono le mosse, le smorfie, la presenza fisica, l'idea spettacolare che procede e poggia anche sulle parti parlate; insomma, il pubblico segue un discorso, ed anche se non coglie proprio tutto tutto non importa perché ci sono diversi fattori (l'interpretazione, la battuta, il divertimento, anche l'ascolto superficiale) che rendono in qualche modo fruibile l'insieme. In un album, nato per essere tale e con canzoni valide in sé, mi sono sollazzato ad inserire con più attenzione guizzi retorici di vario genere, significati nascosti e trovate più o meno strane. Ho lavorato di più sullo studio degli effetti e sulla realizzazione "a tavolino" delle varie parti, quindi quello che hai riscontrato tu è assolutamente corretto e condivisibile, in un certo modo anche voluto. Ti assicuro però che, avendo già proposto dal vivo molte di queste cose (il battesimo manca forse solo a due o tre, ora non ricordo con precisione), il senso generale dei brani è arrivato, anche perché dal vivo un minimo di spiegazione finisco sempre per darla, e poi interpreto in maniera diversa da quello che senti nelle registrazioni, accompagnando la comprensione della maggior parte delle cose. Ovviamente parliamo sempre di un certo tipo di pubblico e di contesto, non è l'ascolto delle radio (se esistono ancora), dei brani scaricati alla rinfusa e da ascoltare con gli auricolari andando a correre oppure delle gare canore televisive.
Insomma, quando ho deciso di registrare perché almeno gli appassionati avessero qualcosa di nuovo da sentire non pensavo certo al primo ascolto... pensavo al trentesimo, al quarantesimo... anzi, spero che dopo queste mie integrazioni tu abbia voglia di riascoltare tutto almeno un paio di volte! E quando ci ricapita?


RICCARDO. Concordo pienamente con te sul fatto che dal vivo è tutto diverso. Quello che intendevo dire è che al primo ascolto emergono certamente i significati superficiali, ma quasi sempre al secondo, al terzo e agli ulteriori ascolti continuano a emergere significati e particolari nuovi. Del resto questo è probabilmente comune a tutte le canzoni di una certa profondità. D'altro canto in questo momento storico pare che la maggioranza si fermi di fronte alla superficie. Di sicuro comunque il significato basilare delle canzoni giunge subito, sempre che l'ascoltatore sia effettivamente tale.
Infatti direi che il problema principale è la difficoltà di trovare persone disposte ad ascoltare e a pensare, ma questo tu lo sai già benissimo.


Questo problema che metti in evidenza rimane, anzi, si fa sempre più pressante e grave con il passare del tempo. Oltre a saperlo benissimo mi preoccupa alquanto, e non per la possibile fruizione delle cose che faccio, ma proprio per l'evoluzione della gente. Credo che si sia fermata. Oggi funziona solo ciò che non va ascoltato e che non va capito, ciò che non impegna. È più facile che il pubblico stia bene assistendo ad un'installazione di avanguardia, con luci, rumori e movimento totalmente decontestualizzati, di cui non capisce assolutamente nulla. Se poi c'è anche l'abbinamento con la gastronomia e l'enologia, sono anche in grado di emozionarsi per una rilettura di Stockausen in chiave rap!
Comunque rimane la dicotomia tra l'album "Scusi, posso essere tutti?" e lo spettacolo omonimo. Il primo va riascoltato più e più volte come fai tu, il secondo, nel quale non ho inserito tutta una serie di canzoni meno immediate, abbiamo cercato di renderlo (con i musicisti) formalmente molto diverso e più diretto.


RICCARDO. La canzone "La nutria", del resto, è diventata molto più godibile grazie alle tue indicazioni. Ma partiamo dall'introduzione... "Nel cunicolo".
Bellissima. L'improbabile verso della nutria poi è spettacolare! Semplicemente, però, se non si sa interpretare la nutria, non si può capire il pezzo.
Si può intuire, ma per comprendere appieno serve qualche indicazione in più. Forse ci voleva una brevissima spiegazione iniziale.


No, direi che la spiegazione, nel caso della Nutria, potrebbe aver senso solo con un monologo adeguato, non didascalico ma di cornice. Inserirla nella registrazione avrebbe avuto un pessimo effetto. Neanche l'intro Nel cunicolo vuole, o può, svolgere questa funzione. Dopo spiegherò anche quale senso ha l'inizio dell'album.
Partiamo dalla realizzazione della canzone. Avevo bisogno di un appiglio molto sfumato per parlare del trasformismo della gente, della tendenza che molti hanno ad apparire in un certo modo secondo il contesto (anche socio-politico, ma non solo). Volevo però che la cosa fosse soprattutto divertente. L'occasione (montalianamente parlando) mi è stata offerta da un grande "dibattito" che sapevo essere già in corso e che ho approfondito... sul web tra coloro che considerano la nutria (erroneamente) un grosso ratto e coloro che la considerano un roditore più nobile, della famiglia dei castori (come infatti è, a quanto ho potuto capire). A me non importa nulla. L'idea di un affare grosso e peloso che sembra un topo di spropositate dimensioni (e che vive presso canali e corsi d'acqua a pochi passi da noi) mi è piaciuta da subito. Mi è piaciuta però anche questa ambiguità identitaria, tesa tra la realtà fetida delle fogne suburbane nostrane e la pulizia di dighe di legname costruite presso improbabili, cristalline, acque fluviali canadesi (vado a occhio, è fantasia...). Ed ecco che avevo già pronto il gioco metaforico sull'equivoco in cui la nostra umanità vive: chi fino a dieci anni fa (pre-crisi) vedeva la realtà come un'immensa possibilità affaristica e si era costruito un'idea di morale adeguata a quei tempi, oggi (in piena crisi) si trasforma in brontolone indignato e assume un'etica di comportamento del tutto diversa. Ovvero, il castorino spiz contro la nutria topone simil-ratto delle chiaviche, immersa nella fanghiglia delle acque reflue. Tutto qui. Poi il gioco delle strofe ammicca, inzuppa il biscotto, scava nel torbido. All'inizio metto in evidenza, con buona parte di compiacimento facile, il ribrezzo immediato che voglio indurre, cantando (come al mio solito) parole "incantabili": "manto ruvido, rorido e untuoso"... " rivo di scarico"... "tanfo", ecc, poi viene fuori la realtà, diciamo, strutturale e sociologica del fango (assicurazioni, immobili, banche, cocaina) e ben presto tutto si mescola fino alla vittoria finale della nutria che, finiti i "tempi cupi", può tornare ad indossare i dentoni giallo-oro che non sono quelli del ratto ma quelli lucenti del castoro. La nutria ha infatti dei lunghi denti di colore aranciato che non c'entrano nulla con quelli dei ratti. La lurida zoccola ha vinto ancora una volta, e questa è una storia tutta italiana, una storia di secoli.
La canzone è nata, musicalmente, come reggae (per la cronaca, ho riascoltato molto Bob Marley che adoro) e costruita solo con la chitarra funzionava già benino. Ma volevo fare qualcosa di più e renderla simile ad un vero reggae, trascinante e ruffiano; solo che con i miei semplici mezzi di arrangiatore e musicista "elementare" non potevo sperare di centrare l'obiettivo. Nel frattempo ho conosciuto un tizio che suona bene ed ha una specie di studio di registrazione privato in un garage qui vicino a casa mia. Ho registrato da lui tutte le voci delle canzoni perché il mio microfono, in casa, non mi dava la soddisfazione sperata. Però come basi musicali mi sono portato quelle che avevo registrato da solo, con tastiera e chitarra, grazie ad un programma magnifico che adesso, avendo cambiato computer, non ho più e non so se riuscirò mai a reinserire per problemi che ti spiegherò in altra occasione (ho il "Mac", ed è cambiato tutto). Bene, oltre a registrare le voci ho chiesto se se la sentiva di costruirmi una vera base di reggae per
La Nutria. Lui subito ha detto sì, poi ha cincischiato, poi se n'è dimenticato e una sera, nella quale in teoria avrei dovuto trovare la base fatta da lui già pronta e cantarci sopra per sostituire il brano come lo avevo realizzato io... l'ho trovato che suonava con un altro. Gli era completamente passato di mente. Allora ho detto: facciamolo adesso, improvvisando. Lui ha tentato ma poi ha desistito, dicendo che le battute non erano precise e che ci sarebbe voluto più tempo. Io invece, che non ho mai tempo, volevo consegnare il lavoro all'editore per concludere il tutto in pochi giorni. Non mi piaccono le cose trascinate all'infinito (in particolare qua a Genova tutti progettano per anni il capolavoro di una vita e... vanno avanti da perfezionisti senza mai concludere niente. Poi generalmente cambiano mestiere, o cambiano idea e si buttano su un nuovo progetto che non vedrà mai la luce, e così via. Io sono fatto un po' diverso: se devo fare una cosa la faccio e basta. Se viene male, ne approfitto per farne una migliore subito dopo). Quella sera, però (e ora capirai il motivo che mi ha spinto a questa digressione aneddotica), il pianista che era insieme a questo mio amico, ascoltando la canzone della Nutria si è fatto prendere dall'entusiasmo: ha voluto il testo e gli accordi e, in cinque minuti, ha improvvisato una base di swuing che non c'entrava un cavolo con il mio reggae ma che risultava molto piacevole. Allora l'abbiamo registrata, così, alla brutta, come veniva (anche con un sacco di errori da parte mia). Io me la sono salvata su chiavetta e a casa, durante la notte, l'ho riascoltata più volte. Mi piaceva ma era davvero piena di errori. C'erano alcuni momenti in cui funzionava ed altri che erano venuti male. Ma di buttare via tutto non me la sentivo, benahcé avessi già deciso di tenere la mia primitiva base pseudo-reggae, che è quella che senti nel CD alla traccia 10. Ecco com'è nata l'idea del "cunicolo": salvare alcuni momenti di una versione diversa della Nutria (quei frammenti che erano venuti bene) e alternarli ad alcune battute di carattere narrativo-intrepretativo stralunate. Il riferimento "culturale" qui sono... gli SQUALLOR, un gruppo partenopeo che probabilmente tu non hai mai sentito nominare ma che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta producevano dei dischi assolutamente triviali ma anche esilaranti. Nessun messaggio, nelle loro cose; solo un divertimento puro per chi, volgare come me, sa apprezzare certe sfumature di rovesciamento parodico della realtà in chiave retriva e grottesca, svincolata da contenuti e giocata sull'irresistibile biascicato napoletano che inventa, quasi dal nulla, una situazione narrativa illogica, di monologhi e dialoghi impossibili ma, a mio avviso, comicissimi, di una comicità epidermica, immediata, libera da ogni sovrastruttura. Ho voluto ricreare, a modo mio, una di quelle situazioni e ne ho fatto una sorta di citazione, da spezzettare tra un frammento e l'altro della versione swing della Nutria che non mi andava di cestinare.  


RICCARDO.  Riguardo all'implicita metafora della nutria che è ratto-castoro, ritenevo solo che in qualche modo l'ascoltatore dovesse esserne informato, perché temo che siano pochi quelli a conoscenza di tale disputa scientifica, d'altronde assolutamente ignota a me stesso; naturalmente lascio al Poeta il compito di individuare eventualmente tale modalità.
Ma una domanda: tu da quando ti interessi di dispute scientifiche sulle nutrie?


Me ne sono interessato non appena ho avuto l'idea di sfruttare la metafora della nutria, che è precedente la scoperta della dotta "disputa". Cioè, avevo bisogno di definire un apsetto della nostra umanità inun modo tra il dispregiativo, il divertente e lo schifoso. A me il "ratto" diverte molto, ma mi fa anche schifo. Il "sorcio" mi incute tenerezza, come parola, intendo. Il "topo" mi lascia praticamente indifferente. La "zoccola" mi rimanda a significati lubrichi e lascivi. La "pantegana" mi ricorda la larga parte della mia vita vissuta in Lombardia, ed è parola per me irresistibile. Però ho intuito da subito che la "nutria" potesse costituire una felice sintesi di tutto questo, non solo per le dimensioni, comunque importanti, ma anche perché si tratta di un termine meno sfruttato, quindi meno banale. Così mi sono documentato.
So bene che tutto questo non può emergere, a livello concettuale, mentre la canto dal vivo, ma ho la presunzione di credere che il brano trasmetta la sensazione corretta. Per motivi un po' misteriosi e che rendono più interessante l'attività che svolgo. Il gusto di vedere qualcuno comunque soddisfatto dall'ascolto di una canzone che non assomiglia a nessuna e che tratta un tema inaudito e strano, è una delle poche cose a cui non rinuncerò mai.


RICCARDO.  La conclusione è sconsolata, "cercare un altro cunicolo". Invece non ho capito se "asciugati qui, che ti ha schizzato la nutria, lascia stare, non ci pensare" ha qualche significato metaforico.


Certo che la conclusione è sconsolata. Che il cunicolo sia la situazione generale in cui ci troviamo, diciamo la crisi, è lampante. Che sia una nutria a ricoprire il ruolo che fu delle tre fiere di dantesca memoria nell'incipit dell'Inferno, mi sembra oltremodo significativo, e non credo ci sia da aggiungere altro. La belva sbarra la strada e impedisce la risoluzione del problema: l'unico modo per venirne fuori è, come da indicazione di Virgilio, addentrarsi ancor di più nella cloaca, scendere fino al fondo del buio imbuto, scandagliare un altro cunicolo, e poi un altro e un altro ancora. Idealmente sarebbero le mie canzoni che seguono nel cd, dato che ciascuna di esse esamina una parte specifica della fogna in cui ci troviamo (in questo senso l'introduzione ha valore compiutamente proemiale). L'ipotetico Dante, qui interpretato dalla muta e leopardiana Aspasia, è solo una spalla del narratore, il quale parla a qualcosa di simile ad una moglie, o ad una compagna, che probabilmente non esiste o non c'è. È una presenza inventata, per arricchire il momento narrativo, o per sentirsi meno solo in quella scomoda, claustrofobica e nauseabonda condizione; un alter ego funzionale. La battuta finale è davvero solo una citazione degli Squallor, come dicevo. Non esiste nessun significato metaforico (o almeno io non ce l'ho voluto mettere, né riesco a trovarcelo a posteriori. Se vuoi farlo tu... resto, grato, in attesa di tuoi chiarimenti!). È una di quelle frasi che il buon Cerruti, la voce narrante di quel gruppo di pazzi, tirava fuori improvvisando sul finale dei pezzi, quando non sapeva più che cosa dire. Sfumava la musica, si alzava il riverbero e la sua voce profonda e cavernosa, unita all'inconfondibile accento napoletano (con il quale puoi dire ciò che vuoi che un effetto lo ottieni sempre...), rendeva gradevole e sorridente la conclusione del brano.


RICCARDO.  Riguardo all'improbabile significato dello "schizzo" della nutria, io ne avevo ipotizzati due, ma sono suggestioni che evidentemente non erano premeditate: la nutria con lo schizzo da un lato "contamina" Aspasia/Dante/l'uomo contemporaneo disperso nel cunicolo, dall'altro c'è uno stacco dalla scena precedente, una specie di ritorno alla realtà: dall'osservazione della nutria, che pur essendo vicina sembra quasi lontana e innocua, all'improvviso si viene assaliti e colpiti.


Bellissima interpretazione ma non avevo in mente niente di tutto ciò. È davvero troppo elevata. Del resto il ruolo del critico è questo: individuare anche ciò che l'autore ha probabilmente detto senza volerlo e senza saperlo. Conosco poco lo strutturalismo ma credo che occorrerebbe approfondire questa tua lettura in quel tipo di chiave. Complimenti.


RICCARDO.  "Non mi dirai che è la crisi"
è la nemesi di "Status Symbol". Uno sfogo sferzante. Il mio verso preferito è:
> "È un po’ che non mi sembri tu, non vai più al centro estetico, hai qualche pelo in più". Sono scoppiato a ridere. Il significato generale è limpidissimo e la canzone è anche molto divertente.

Niente da aggiungere. È proprio così e sono felice che si colga in maniera inequivocabile. L'idea della nemesi è proprio bella e adeguata, una perla interpretativa, benché qui non si parli di padri e figli, bensì degli stessi personaggi un decennio dopo. E se in Statussimbol parlava in prima persona un soggetto pienamente (anche se forse non felicemente) coinvolto nella follia di quei tempi, nella canzone più recente colui che era critico, e che all'epoca masticava amaro, ora si prende una magra rivincita e rinfaccia all'altro le colpe di un'integrazione finita male, rallegrandosi in maniera sguaiata per l'attuale miseria comune. In pratica gli dice: "Hai visto, coglione, dove portava quella strada?"


RICCARDO. "L'uomo che dormiva a rate" invece è di tutt'altro genere, un genere che io apprezzo molto: quello più fantasioso e sognante. Per alcuni versi mi ricorda "La riunione", anche se il tema è diverso.
Molto mancusiani il sogno di Dalgisa e la chiamata pubblicitaria.

La canzone successiva,
"Gli scherani", è più difficile ma ben riuscita: l'uomo macchina e poi la epigrammatica frase: "bellezza questo è il nostro medioevo".
Secondo me il culmine è: "Ecco, io sogno che si possa qualche giorno finir per ignorarli totalmente nessuno più gli faccia ressa intorno", ma anche qui la motivazione è desolante "tanto in fondo poi non serve a niente".
Il verso più fuori di tutti però è: "vestiti tutti come il caro estinto". Come il caro estinto? Questa come t'è venuta in mente?

Gli "scherani" in questione sono le guardie del corpo dei politici. Mi irritano fisicamente. Non mi dà solo fastidio che esistano ma trovo specialmente intollerabile che siano tutti i giorni ben visibili al telegiornale, con quelle loro facce, e quei gesti, da armigeri d'altri tempi, testimoni tracotanti di una superiorità ingiustificata e senza senso. Mi sento offeso. Comunque me la prendo anche con chi li ha resi così importanti come sono, cioè i giornalisti che si accalcano, con le loro domande da furbetti petulanti. Domande di cui alla gente non importa più nulla, e sarebbe meglio che smettessero di fargliele, tanto si vede ugualmente che sono loro servi. Perché il "caro estinto"? Perché gli scherani indossano questi eleganti abiti neri, così adeguati ai cavetti che escono dalle loro orecchie, con le quali sono costantemente in comunicazione con altri stronzi come loro, con qualche centrale di polizia che sa di asburgica restaurazione. È la nuova versione del soldato tedesco coi baffi di sego descritto dal Giusti. Sono i nuovi simboli di un'antica nostra sudditanza, della nostra oppressione. Sono eleganti come un morto appena composto per essere infilato nella bara, cioèm "il caro estinto". Definirli "uomo macchina", come hai fatto tu, è corretto ma tende in qualche modo a nobilitarne la figura, rendendola grottesca eppure affascinante. Invece dargli "dei morti" a partire dalla derisione dell'abito ineffabile, nonostante l'inflazione di espressioni simili a cui ci ha abituati Beppe Grillo, mi è sembrato un buon modo per dissacrarne l'aura di prepotenti legalizzati.

RICCARDO. Riguardo agli scherani, chi fossero era chiarissimo. Il paragone con le guardie asburgiche mi pare adeguato. Pensavo che tu stesso nel testo dipingessi degli "uomini macchina", a causa delle parole "sguardi proiettati a largo raggio", che suona come linguaggio tecnico, mentre "cavetti collegati a un orecchio" e subito dopo "centraline da cablaggio" producono l'immagine di una testa-centralina che governa le azioni degli scherani. Certo in questo caso, il significato di freddezza, inquietudine e paura collegati agli "uomini macchina" prevale interamente su qualsiasi possibile fascino, anche grazie alle note cupe della musica.
Mi aveva colpito, dopo "ecco, io sogno che si possa qualche giorno finir per ignorarli totalmente nessuno più gli faccia ressa intorno", la conclusione pessimistica "tanto in fondo poi non serve a niente", che rimarca quanto inutile sia "fargli ressa intorno" (giustissimo), mentre io già immaginavo i possibili effetti benefici dell'"ignorarli totalmente", in una sorta di resistenza non violenta: perdendo (purtroppo solo nell'irrealtà della canzone) quella visibilità e quell'aura, per noi squallida e indegna ma evidentemente per loro e per molti segno di potere, prestigio ed autorità, e che negli stolti produce ammirazione, perderebbero conseguentemente quest'ammirazione, il prestigio, il potere ed l'autorità.

Questa sarebbe proprio la soluzione, ma è utopico pensare di attuarla. Loro sono così e sono lì esattamente perché la gente glielo ha permesso. Io cerco di dire, nella chiusa del brano, che noi comuni mortali, nonostante i nostri difetti, siamo migliori. Perché la gente non "è" schifosa però "fa" schifo. Ha deciso che è più facile, più comodo e meno rischioso fare schifo. Come uno che non è sordo, ma risulta così bravo a far finta di non sentire che tutti parlano di qualunque cosa, anche la più imbarazzante, in sua presenza. Se la gente si rispettasse di più, basterebbero sei mesi per veder scomparire certe figure oscene, esattamente con la resistenza non violenta che hai individuato tu. Invece partecipiamo, ci esaltiamo, ci accapigliamo prendendo parte all'osceno giuoco, rapiti dal fascino di un potere tracotante che ci sembra debba aver ragione proprio invirtù della sua pre/onni-potenza.

RICCARDO. "I miei pastori" invece è la canzone che mi è piaciuta di meno. Il tema è interessante, ma lo sviluppo mi pare poco consistente, incentrato sull'ironica confusione tra pastori e proprietari di cani.
Salverei però questa strofa:
"Sarà difesa sarà chissà forse carenza di personalità.
A tre molossi han delegato dell’esistenza il significato".

Spiego. Qualcuno mi ha trovato da dire che ce l'ho con i cani. Non è vero. Ce l'ho con una tendenza parossistica che si sta sviluppando da alcuni anni nelle città in generale e in particolare a Genova e ancora più in particolare nel quartiere dove abito. Qui non è solo che la maggior parte della gente possiede un cane ed esce a tutte le ore con il guinzaglio e la bestia per fare la passeggiata; qui la maggior parte della gente possiede TRE CANI e sono quasi tutti di taglia BOVINA. A qualunque ora assisti a scene di questo tipo: ogni dieci metri di strada c'è un uomo, o una donna, che viene  letteralmente trascinato da belve gigantesche, di razze credo inesistenti in natura, forse create in laboratorio, e in maggioranza numerica schiacciante rispetto agli umani. Un altro modo preoccupante di affrontare la crisi, cioè un nuovo "cunicolo". La trovata della "transumanza" mi è sembrata gustosa per aggredire (anche qui) quella che mi sembra diventata un'emergenza di carattere sociale. È inutile, quando un fenomeno diventa di massa scatena inevitabilmente la mia vis polemica e mi spinge ad imbastire l'impasto iperbolico. Non colpisco il singolo ma la tendenza modaiola. È vero che questa è una delle canzoni che piacciono di meno, ma solitamente mi dicono il contrario di quanto hai detto tu: la canzone è divertente nell'impianto ma il tema è fastidioso (soprattutto per quella ormai maggioranza di persone che qui hanno due o più cani!), quindi i detrattori de I miei pastori parlano spinti da un pregiudizio ideologico e da puro spirito corporativistico, peraltro legittimo e giustificato. Tu invece giudichi il brano poco consistente e allora lì non so cosa dirti, perché uno sviluppo più ampio ed articolato di un tema così scomodo mi avrebbe fatto correre il rischio della pedanteria o dell'ubbia di tipo personale. Niente di tutto questo, è una canzoncina semplice e giocata su un accostamento "dannunziano" del tutto lineare. Ma niente di più: definiamola un "divertissement", infatti mi diverto a cantarla, pur riconoscendo che non sia un granché. Ma ci vuole anche questo. E poi l'arrangiamento che ho costruito mi piace, più di tante altre. Forse essendo questo testo meno sviluppato, mi ha consentito di curare di più, per quel che potevo e con mezzi da poco, la veste musicale.
Un giorno ero in macchina, fermo in un parcheggio, e lasciavo passare il tempo per andare a prendere mia figlia dall'asilo. Facevo venire l'ora di uscita. Avevo il finestrino aperto e me ne stavo sovrapensiero, seduto al posto di guida. All'improvviso un cane gigantesco butta entrambe le zampe sullo sportello e infila nell'abitacolo, a poco centimetri da me, una testa da rinoceronte iniziando a latrare come Cerbero, ma con una bocca sola (e bastava). Io ho fatto un balzo istintivo con così insospettabile veemenza che credo che tutta la macchina abbia vacillato, a rischio di capottarsi da ferma! Ebbene, quando l'incauto padrone, con uno strattone, ha tirato indietro il pachiderma, ha avuto ancora l'ardire di definire esagerata la mia reazione: "Ehhh! Non c'è mica bisogno di una reazione del genere!" Ha commentato. Io gli ho detto di tutto, ma rimanendo seduto al mio posto. Solo se il cane fosse morto in quell'istante, per un colpo apoplettico, sarei sceso, come desideravo fortemente, per tirargli una sberla (al padrone). È uno dei tanti "perché" de
I miei pastori.


RICCARDO. Riguardo ai nostri "pastori", io quasi quasi ce l'ho pure con i cani: come possono vivere coi loro proprietari senza avere neanche la minima tentazione di sbranarli vivi (sì, è vero, questa è un po' crudele...)? Semplicemente l'aggressione della "transumanza" mi era sembrata un po' debole da sola, per quanto giustissima. Be', d'altronde io dimenticavo che i pastori coi loro fedeli cani ti sarebbero stati presto alle calcagna.


Quando ti farai un giro per il mio quartiere ti renderai conto che la cosa ha assunto preoccupanti dimensioni esistenziali. Scrosci di pisciate, latrati, guaiti, brontolii, scalpiccii... "dolci romori", diceva il poeta.

RICCARDO. "Idillio" al primo ascolto è stata la mia favorita, e certamente è una delle migliori. L'alternanza tra lessico elevato e volgare si adegua perfettamente alla contrapposizione tra la campagna e i meschini abitatori del condominio:
"E serpeggia il nervoso e trionfa la bile
e s’innalza nel cielo un afrore di sclero è portato dai venti sulle cime dei monti"
Il finale ricorda fortemente "spot generation". Ci mancava solo la notizia riportata sui giornali. Eheh!
Poi la definizione "gente un po' strana", definita tale perché "ci prova ogni tanto a trovare un accordo e  un pochino e si siede in giardino tra le rose e le viole come fosse normale" è geniale.


Grazie.
Non siamo mica usciti da "Spot generation"
. È ancora tutto lì.

RICCARDO.   Anche "La ludopatia" mi è piaciuta subito: l'inizio equivoco è bellissimo, ma il sogno della zia è leggendario! Poi la contemplazione delle mele e delle angurie... insulto lo stato… però sono astuto così gli ultimi miei pochi soldi li prende da qui! Eheh!
Insomma, l'ambientazione è riuscitissima. L’ho fatta ascoltare a mia nonna che è una di quelle che “andrebbero prese a gran calci nel culo”. L’ha presa sul ridere.

Meno male!
Questa è una canzone che mi spiace non avere occasione di cantare di più. Credo che ce ne sarebbe bisogno e sarebbe bello se, a trattare il tema in questa maniera, fosse un personaggio vero, di quelli che possono essere ascoltati. Il problema è che sono morti quasi tutti e ai reduci hanno messo la museruola.


RICCARDO.    "La ballata del ballatoio" è spassosissima, probabilmente la più divertente.
Mi ha colpito anche questo ballatoio che resta imperituro mentre "fuori nel mondo sparivano etnie, governi, economie".
Però non ho capito bene il senso della "vendetta del ballatoio": voleva far fuori i citrulli danzanti anche a costo di sacrificarsi?
Se invece si vendicasse del divieto di ballo o anche soltanto della propria solitudine, non capisco, non avrebbe senso che colpisse proprio i ballerini.

Qui è tutto contorto, lo ammetto, ma anche in questo caso la contorsione è voluta. Si intrecciano due temi, completamente differenti e slegati: uno è quello dell'immutabilità del ballatoio, che è un'idea esclusivamente poetica e non ha doppi fondi metaforici. La spiego già bene anche nel pezzo parlato. L'altro tema è quello dei "flash mob" che da un po' di tempo hanno preso piede e sono diventati un modo inutilmente divertente per trasmettere (così dicono...) dei messaggi, i quali sono invece ovviamente inutili. Flash mob contro i femminicidi... ce lo vedi il femminicida che, davanti ad un centinaio di imbecilli che all'improvviso iniziano ad agitarsi in una piazza, prende coscienza del suo errore? Per non parlare di quelli che, non avendo mai avuto alcuna spinta alla violenza, di fronte alla scena dei ballerini improvvisati cominciano ad accarezzare l'idea di farne fuori almeno qualcuno, donna o uomo che sia! Dunque, nella canzone tutto questo non si vede, ma ha funzionato come elemento suggeritore di una scena da ricreare. È chiaro che la solitudine del ballatoio non è un problema, né per il ballatoio né per nessun altro. Allora l'idea di affrontare un problema che "non esiste" tramite un flash mob è già satira contro lo strumento in questione. Ma qui scattano anche le relazioni di attrazione lessicale tra la parola "ballatoio" e tutte quelle del campo semantico della parola "ballo", relazioni già abbondantemente preannunciate nelle prime strofe. Ed è logico che, se tanta gente decide di mettersi a ballare pesantemente su un vecchio ballatoio, la conclusione non può che essere quella di un rovinoso, quanto immaginificamente filmico, crollo. Il ballatoio non si vendica della propria solitudine, ma "di" quei citrulli danzanti che hanno osato disturbare la sua quiete che sfida i secoli. Anzi, non vendica solo se stesso ma tutti noi, rispetto a queste idiozie a cui siamo costretti. Si sacrifica, sì, ma per una buona causa. E poi il ballatoio verrà ricostruito, e verrà ripristinato il giusto divieto di ballarci sopra! È divertente proprio perché è parecchio stralunata, questa canzone. E poi ha un bel ritmo.
A proposito di "nemesi"; ho pagato il mio caro prezzo. Quest'anno la preside mi ha assegnato due ore di storia in una classe del nostro "Liceo Coreutico", ovvero uno dei nuovi licei in cui si forgiano i "ballerini" di domani. L'incontro è stato felice, ci siamo subito innamorati reciprocamente, io delle allieve e loro del mio modo di trattare la storia (tieni conto che non sapevano - a diciassette anni -  non solo la differenza tra sinistra e destra, ma nemmeno che siano mai esistite due categorie del genere. Adesso sanno qualcosa di più). Non solo: in occasione di un'attività che porto avanti ormai da due anni, di valorizzazione dei palazzi cinquecenteschi del mio quartiere, abbiamo organizzato una serie di visite guidate con gli allievi del mio Laboratorio Ville Antiche di Sampierdarena. Le manifestazioni venivano allietate proprio da... flash mob organizzati dalle allieve del Coreutico in collaborazione con le loro insegnanti di danza! Io dovevo presentare il flash mob, sempre applauditissimo, e poi guidare i visitatori alla conferenza o alla visita guidata di turno. Inutile dire che alla festa della scuola ho cantato
La ballata del ballatoio dedicandola ad allievi e colleghi del coreutico. È stata la mia unica contromossa, e gli applausi scroscianti al termine dell'esecuzione hanno sancito, solennemente quanto inconsapevolmente, la mia definitiva sconfitta!


RICCARDO. La ballata del ballatoio è stata l'unica canzone che abbia proprio frainteso (parlo del secondo tema). Infatti, forse anche a causa della presenza di molte parole inglesi a cui non sono molto avvezzo, all'ascolto non riuscivo a decifrarla interamente, perché c'erano affermazioni discordanti e inconciliabili (non avevo compreso l'ironia di alcune frasi). Finalmente, con la tua risposta e la lettura del testo sul sito, ho capito interamente la canzone.
Finalmente si spiega il significato dei  "diritti del ballatoio" e della "class action". Semplicemente il cambiamento di tema è così repentino che io ero ancora del tutto concentrato sul buffo divieto di ballo. Inoltre il secondo tema è abbastanza unico nel suo genere, difficile da ipotizzare.
Avevo intuito la ragione del "flash-mob", una improbabile iniziativa per difendere gli altrettanto improbabili diritti del ballatoio ad essere terreno di ballo, ma non avevo capito che la frase "un flash-mob sul ballatoio ecco quello che io vorrei" fosse completamente ironica. Perciò non era chiaro il significato di tutta la messinscena (protestare davvero contro questo assurdo divieto?), e ancor meno quello della vendetta del ballatoio (che appariva persino difeso dai citrulli).
Invece il ballatoio, assolutamente incurante dei suoi diritti inventati, li fa fuori con molto piacere del Poeta!! Eh eh eh!

Chiaramente allievi e colleghi hanno applaudito, perché non avevano compreso minimamente la frecciata contro i "flash-mob"...
Comunque sono sicuro che al primo ascolto solo un genio potesse capire il secondo tema di questa canzone (solo qualcuno che inoltre sia molto abituato ad ascoltare e che sia capace di intuire istintivamente il punto di vista altrui)... E' quello che cerco di fare anch'io, ma chiedo venia: non l'avevo capita neanche dopo averla ascoltata più volte!
Lo si può capire studiando il testo, perché si può esaminare lo scritto nella sua interezza. Altrimenti per capirla è necessario conoscere preventivamente il tuo fondato odio verso i "flash-mob". Infatti il nesso è a mio parere troppo labile per essere colto immediatamente all'ascolto.
Ciò non toglie che la canzone sia splendida per il suo brio, per la poesia di molti suoi versi e anche per il significato "segreto".

Vero. Però la labilità del nesso mi tiene al riparo da rischi di retorica, che sono sempre in agguato e da cui non sono andate esenti molte delle mie cose, soprattutto in passato ma non solo. La tendenza alla "declamazione" un po' pretesca, alla predica, è un terreno scivoloso nel quale mi imbatto con frequenza. Forse anche in Idillio sono stato troppo chiaro e declamatorio, ma in quel caso ho valutato che avesse un senso. Qui, scagliarmi in modo serioso e diretto contro l'idiozia del flash mob, mi avrebbe fatto sentire un cretino. Ho aggirato l'ostacolo con una circonvoluzione decisamente ardita ed imprevedibile. Ho cancellato le tracce ed ho mischiato le carte. Sono soddisfatto, ma non perché uno debba sentirsi "un genio" nel caso in cui scopra il nodo d'aggancio. Nella canzone in questione, più che di un genio, c'era bisogno... di un indovino!
Ah, le parole inglesi che ti hanno disturbato, e a cui anch'io non sono avvezzo (ma le subisco, di solito, passivamente, come tutti) sono cosparse copiosamente in maniera voluta. L'insistenza con cui ne ho cosparso alcuni versi dovrebbe segnalare inequivocabilmente l'intento polemico.


RICCARDO. "Monna Gualtiera" mi è piaciuta molto, e sono contento che tu l'abbia aggiunta all'album perché prima mi era passata inosservata.
La rima elegantissima madrigali-vindici strali crea subito un'ambientazione letteraria, ma le richieste del poeta sono alquanto singolari.
I miei passi preferiti sono:
"Monna Gualtiera ho tanta paura, ti offro i compensi della SIAE,
ma bollettini e delibere leggili tu che a me fanno male" etc.
E:
"Noi ci sentiamo come può sentirsi un manager, solo, nel Nepal.
Salvaci siamo soltanto la capra che crepa". (con un'altra rima estrema)

Gradisco oltremodo la brillantezza dell'analisi. Quando l'ho scritta avevo circa la tua età di adesso, forse due o tre anni di più, Faceva parte dello spettacolo  "EGREGIO, NON FACCIA L'ONDA!" che portammo in giro, con il mio tastierista di allora (che l'aveva arrangiata molto bene), a partire dal 1995. Ne possiedo solo alcune registrazioni dal vivo ed ho voluto riproporla un po' più pulita.


RICCARDO. Ho dovuto rivalutare "La Nutria"
alla luce dei tuoi chiarimenti: "pantegana mimetica" oppure "castorino spitz"? (ma poi cosa significa spitz?)

Spitz? Boh! Ricordo che quando ero bambino usavano le pellicce di animali veri, prima che iniziasse la campagna di sensibilizzazione per evitare i massacri delle bestiole. C'è stato un periodo che nella mia famiglia mamma, nonne, zie correvano a comprarsi la pelliccia. E lì c'era una specie di classifica di condizione sociale da accettare, o da tentare di scalare. Al primo posto c'era il "visone", poi la "lontra" e giù, a scendere, pellicce di altre bestie che comprendevano anche il cosiddetto "castorino spitz", che ho scoperto dopo essere proprio la nutria. Nella posizione successiva c'erano il coniglio e poi il "gatto", pelliccia che ovviamente non esisteva ma si usava questo termine per definire capi d'abbigliamento di quarta serie, inguardabili e infamanti, che solo le donne molto povere potevano indossare, in mancanza di altro, per illudersi di una collocazione sul gradino più basso della piccola borghesia. Insomma, il castorino spitz era una sorta di compromesso (a quanto mi pare di ricordare, poi potrei anche sbagliarmi) tra qualità e prezzo.
La diatriba di cui ho parlato prima, tra ratto e castoro, mi ha emozionato perché corrisponde esattamente al senso dicotomico che io volevo imprimere al brano nascente: gli uomini del nostro tempo che ondeggiano allegramente tra la condizione dell'umile ratto, in particolari tempi, e quella più nobile del lucido castoro, in altri; secondo la convenienza del momento. Una sottile mimesis che mi ha consentito di accostare un aggettivo più aulico, come "mimetica" ad un sostantivo decisamente volgare e icastico come "pantegana". La mia cifra stilistica, in questo, è pienamente soddisfatta.
Le nutrie che ci stanno intorno si lamentano ma obbediscono nel loro lamento alla dimensione in cui vivono, muovendovisi dentro perfettamente a proprio agio. Qualcuna specula, qualcuna fa la borsa nera, qualcuna tira di coca, qualcuna si prostituisce al potere, salvo poi ritrovarsi tutte insieme ad inveire contro la crisi e a proclamarsi indigenti, in sofferenza. Poi, se sia il ratto che agisce in modo sordido in tempi di vacche grasse per cambiarsi in castoro in tempi di crisi, oppure l'esatto contrario non lo so perché la canzone gioca volutamente su questa ambiguità, e a me finiscono per far schifo tanto i ratti quanto le nutrie. Mi è sembrata divertente. Ne avevo fatto un reggae, e così è nella registrazione per l'album, ma nello spettacolo avrà una colorazione decisamente swing che la rende ancora più ammiccante e gradevole.


RICCARDO. Qualche tempo fa, mentre andavo verso l'università, mi sono trovato di fronte, nel mezzo della via, un ragazzo impalato con gli occhi sgranati.
> Io esco dai miei pensieri, guardo lui e poi istintivamente nella direzione dove guarda: in alto. Io non vedo niente e lo riguardo sempre più costernato.
> A quel punto se ne accorge e mi indica un punto nel cielo. C'è un aereo. Ha una lunga scia che scaturisce dai suoi 4 motori. E mi dice: "E' impressionante, un aereo gigantesco!"
> Io rispondo: "Sembra più grande e veloce perché è piuttosto basso", lui non capisce subito, poi mi spiega che in tedesco si dice "profondo". L'aereo vola profondo ma la sua meraviglia non diminuisce e mi dice: "Ti rendi conto di cosa siamo in grado di fare? Far volare un aereo così; gigantesco, velocissimo! E' incredibile!"
> Da quest'esperienza ho ricavato due cose: che i tedeschi hanno una strana concezione dell'altezza: gli aerei volano profondi come se il punto d'osservazione fosse l'esosfera e, come se non bastasse, se uno prende un voto inferiore alle aspettative è stato bravissimo, perché il voto massimo è 1, mentre 6 è gravemente insufficiente.
> Il secondo pensiero, invece, è stato che tu al mio posto avresti scritto una canzone intitolata "Un aereo veloce ed enorme" o più probabilmente "Un aereo profondo ed enorme".

Sì, è come dici. L'allusione alla canzone "Un fagiano maschio enorme" è quanto mai puntuale. Le cose sono andate esattamente come hai capito tu, anche perché la canzone, pienamente narrativa, non nasconde alcun doppio senso e racconta un episodio, vero peratro.
Nella primavera del 2012 sono stato avvicinato da un tale un po' male di arnese che aveva al guinzaglio un cane. Io stavo osservando il Bisagno, che è uno dei due principali torrenti (con un enorme letto) che circondano il centro di Genova. Io sono nato lì, quel torrente lo guardavo tutte le mattine dalle finestre della mia scuola media, e lo attraversavo dall'alto di un ponte per andare o tornare da scuola.
Ora: nessuno sano di mente si mette a guardare il letto del Bisagno per un tempo così lungo come ho fatto io quel giorno (e come faccio spesso, quando mi capita di andare a trovare i miei in quel di Marassi): erba, pietre, ratti e pochissima acqua, tranne nel periodo delle inondazioni quando allora tutta Italia conosce di che cosa è capace l'impeto fluviale del Bisagno con i suoi affluenti, tra cui il criminale Ferreggiano.
È naturale che un altro individuo, un po' fuori dagli schemi, mi abbia avvicinato e, senza alcun preambolo, con una confidenza percepita epidermicamente come possibile, mi abbia rivelato di aver visto il giorno prima un grosso esemplare di fagiano maschio proprio nel punto dove stavo guardando io. La cosa mi ha infastidito solo per i primi secondi (anche perché avevo, diciamolo, un po' le palle girate per questioni legate alla scuola), perché subito dopo mi sono sentito complice e fratello di quel tipo. Ho pensato di raccontare in una canzone, non facile, questa vicenda per nobilitare la complicità tra me e quella persona e sono partito dallo spunto comico iniziale dell'uomo infastidito da una situazione normalmente bislacca. In realtà io, in quelle situazioni e con persone di quel tipo, mi sento a casa da subito.
Bella l'idea dell'aereo e del concetto di profondo. Se c'ero io, a quel tedesco una canzone non gliela toglieva nessuno. Così impara a stare col naso in aria!

RICCARDO. "Il consulente" è un'altra canzone che m'è piaciuta subito, perché mi ha rievocato un mio amico che ha lo stesso tuo nome, studia economia e si sta specializzando nel come "creare grossi buchi di bilancio nelle aziende".

Benissimo! Vedo che ognuno di noi ha frequentazioni imbarazzanti. Servono anche quelle. Nella canzone del
consulente l'esperimento è stato quello di sommare una melodia dolcissima ad un argomento urticante. Credo di esserci riuscito. Sul contenuto del testo non credo ci sia da dire niente di più di ciò che dicono le strofe.

RICCARDO.    Invece, "Scusi, posso essere tutti?", come già ti dicevo, pur realizzando bene la sua funzione di raccordo, non mi sembra all'altezza di "canzone eponima" dell'album.
> Comunque, non è per niente malaccio! La musica “stile discoteca” secondo me si addice, ma la contrapposizione "proprio tutti" vs. "quasi tutti" non mi sembra riuscitissima.
> Anche in questo caso l'idea era buona: "Vivere una vita sola nel 2000 non mi basta e non conviene", l'inizio è interessante, ma nello sviluppo mi sembra manchi qualcosa.
> Insomma, come canzone di raccordo era certamente più riuscita "Pirata per un quarto d'ora".

Partiamo dal fondo: sono d'accordo che Pirata per un quarto d'ora funzionava meglio come brano di sommario, e probabilmente è anche più bella come canzone, rispetto a questa. Detto ciò, proverò a spezzare una lancia a favore di quest'ultima idea, alla quale ho ormai deciso di affidare la conclusione dello spettacolo che ne porta il titolo.
Essere "tutti" è un obiettivo molto alto per un individualista solitario. Ed anche un obiettivo generoso, perché altrimenti egli finirebbe per guardare sempre e solo a se stesso, raccontare solo il mondo che vede lui e le cose che capitano a lui, ovvero quello che fanno un po' troppo spesso gli artisti del nostro tempo, ormai privi di visioni comuni e persi a sbandare nelle pieghe di una propria condizione esistenziale, esclusiva, circoscritta e miope; anche i poeti, i cineasti, i televisionari (solo che loro hanno la forza di imporre atmosfere che non appartengono praticamente a nessuno ma vengono assorbite stupidamente come mode o segnali del tempo). Io tutto questo tento di non farlo, pur essendo estraneo sempre più al mondo che mi circonda e quindi cerco, in qualche misura, di interessarmi a tutti per sfuggire al cortocircuito solipsistico che è sempre in agguato, massimanente in questo momento storico di chiusura a tutto.
Allora mi interesso a tutti, li osservo con curiosità e, anche se qualcuno prendo in giro, mi schiero comunque dalla loro parte facendoli salire sulla giostra e dando loro dignità e importanza: capita così per gli importuni di
L'uomo che dormiva a rate, per il giocatore incallito che parla all'inizio di Ludopatia, per gli illusi che pensano di contare qualcosa organizzando il flash mob sul Ballatoio, per i trasformisti furbacchioni de La nutria, per il vecchio tossico stralunato del Fagiano maschio enorme, per chi non sa apprezzare la fortuna di vivere in un bel posto in campagna e scimmiotta le rotture di scatole dei condomini di città (Idillio), per quelli che pensano di risolvere i propri problemi girando con tre cani di grossa taglia al guinzaglio in una zona iperurbanizzata della città e sembrano Pastori durante la transumanza (una delle mie classiche iperboli paradossali), per il gonzo superliberista e ottimista che ora che c'è la Crisi si lamenta ed ha dimenticato tutto quello che diceva cinque anni fa. Questi sono i "proprio tutti" che io chiedo di poter essere, perché li osservo sì, voyeuristicamente, dal di fuori ma vorrei, e dovrei, viverli almeno un po' dal di dentro per capire la natura delle loro contraddizioni e della loro comicità involontaria. Mi piacciono, insomma, nonostante tutto; e a loro si aggiungono i perdigiorno da bar, i forzati del soffritto del sabato che appestano l'androne di qualunque palazzo con miasmi asfissianti, il ragazzo rimbambito che vive alienato dal suo telefonino, e tutta la gente che sale, che scende, che gira, che si affaccia, che arranca tirando dietro il suo culo pesante, o le sue gambe ormai ossificate, o il suo cane, o tutte quelle cose a cui si aggrappa per difendere la propria vita. Si tratta della carrellata, più rapida e sintetica, che chiude la trama degli altri brani in Scusi, posso essere tutti?. In questo senso il raccordo mi pare che ci sia, anche se è forse meno evidente che nel Pirata.
La contrapposizione "proprio tutti" con "quasi tutti", per quanto possa sembrare una variatio ininfluente, un'inutile zeppa testuale, è tutt'altro che peregrina. Perché da quel momento scatta il rovescio del senso della canzone ed emerge un rapido elenco di quelli che io "NON VOGLIO ESSERE", perché c'è un limite a tutto. Si tratta di una piena, e fin troppo scoperta, presa di posizione ideologica che taglia fuori dal mio carosello il potere e i suoi utili lacchè (o lacché? Mah), rappresentati in questo lavoro dagli
Scherani, dal Consulente e dal mondo buro-tecno-cratico a cui contrappongo l'invocazione alla musa del mio teatro canzone che tanti anni fa chiamai Monna Gualtiera.
Come ti scrissi a suo tempo, condivido pienamente tutte le osservazioni che hai fatto al lavoro, anzi, sono le stesse che mi sono fatto io mentre lo portavo avanti. Anche la canzone Scusi posso essere tutti? mi ha suscitato delle perplessità, al punto da metterla in fondo e non all'inizio del cd come avevo fatto con "Pirata per un quarto d'ora", perché quello che tu mi ha scritto è vero. Avevo anche pensato di eliminarla e cambiare il nome a tutto l'insieme, perché non mi convinceva. Eppure, riguardandola bene e ricandandomela, ne ho scoperto i pregi. Quando l'hanno sentita i musicisti ne sono rimasti affascinati, anche perché non è facile da eseguire (quindi per loro è più interessante), e per le esecuzioni dal vivo la stiamo rielaborando con una musica completamente diversa. Però ci sta, ha il suo senso, non c'è niente da fare. Non sarà eccezionale ma, contro tutto e contro tutti, si afferma per i fatti suoi, come vivesse di una vita propria. Si afferma anche contro di me che l'ho scritta ed ho avuto spesso le stesse impressioni che hai avuto tu nell'ascoltarla. Meno riuscita del Pirata, certo, ma assolve il suo compito; e poi questo spettacolo è molto diverso da "Pirata per un quarto d'ora", come è giusto che sia.

RICCARDO. La trovo una canzone molto interessante, contrapposizione tutti-quasi tutti compresa. Anche la musica è molto bella. L'impegno a tentare di conoscere il punto di vista altrui è lodevole, e io mi trovo perfettamente rappresentato da questa canzone, perché condivido pienamente la tua condizione esistenziale. Semplicemente il mio gusto avrebbe preferito una canzone più articolata, mentre questa si risolve in degli elenchi e in una contrapposizione, per nulla peregrina, ma che forse non doveva essere il perno dell'intera canzone. Avrei preferito che a questa prima parte se ne contrapponesse una seconda, che magari raccontasse i risultati di questo tentativo (propizi o fallimentari che fossero) e concludesse in un certo modo quanto detto nelle canzoni dell'album.
Perciò la reputo, come te a quanto pare, una canzone mediocre, incapace di tenere testa al grande interesse e alle attese che riesce a suscitare.


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