Quand'ero gatto - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Quand'ero gatto

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QUAND'ERO GATTO

                                                                

  Un altro di noi è andato. L'hanno portato via in un momento come un altro. Andrà a trovare altri giardini, altri rovi da annusare o legni da grattare.

  Poco male, non è che ci teniamo particolarmente, noi, a rimanere uniti. E' solo che adesso c'è uno di meno con cui giocare. Certo, è anche vero che tutto intorno mi lascia intendere che il tempo di giocare è finito con i primi freddi di questo settembre.

  Sono diventato grosso anch'io, che ero il più piccolo e magrolino; ho messo su un testone da far paura. Eppure ruzzolare con qualcuno in mezzo all'erba e giocare zampa contro zampa continua piacermi. Sempre che non ci sia qualche uomo che mi lascia giocare con i lacci delle sue scarpe o con il risvolto dei pantaloni, ma ora che noto che le foglie degli alberi si fanno più chiare e rade, gli uomini vengono sempre meno qua dietro, in questo nostro angolino di terra, di erba, di scarpata e di ferrovia.

  Quando piove, e per piovere piove parecchio, ci rifugiamo in una delle tante scatole che ci hanno messe a disposizione, ben coperte e protette da fogli di compensato che si inzuppano un po' ma per ora tengono abbastanza. La pioggia non mi piace del tutto perché è una gran rottura ma trovo piuttosto divertente osservarla per qualche minuto dall'apertura di una di queste scatole ben al riparo.

  Ma non è il caso di andare avanti; i gatti non si raccontano, si vivono, semmai, nel silenzio dei loro rifugi e del loro piccolo mondo che hanno iniziato a scoprire da piccoli, un poco alla volta, giorno per giorno, alba dopo alba, dormita dopo dormita, tramonto dopo tramonto e poi giù di lune sul bosco come qualcuno scriveva una volta e fiori strani da conoscere ed il cespuglio di lavanda e una rete smagliata da attraversare e il latte da bere, la pioggia da prendere addosso, il sole, tutte quelle formiche ed i ragni, le farfalle da acchiappare, il treno che passa, la macchina messa in moto che fa paura e via a scappare e correre che come si corre quando si è gatti non si correrà mai più nella vita.  

  Sono stato anch'io un gatto incerto, alla scoperta di questo angolo di mondo che rimane, e per sempre, l'unico degno di osservazione nel silenzio e con il cuore che fa un gran casino e il respiro che ti salta addosso e non è mai noia e si bestemmia se non ci si può venire e sarà dura quando svanirà tutto quanto per le ragioni che il vivere mette davanti a noi e ce le fa accettare, vigliacco, a poco a poco anche perché non abbiamo neppure scelta, alternativa e tanto vale dire "va bene, ci sto, piace anche a me", che poi non è mica vero ma non c'è via d'uscita.
  Sono stato anch'io giovane gatto tra il treno e l'erba, le voci e gli incontri, le notti e le lune. Ora sono tanto lontano che a volte non mi riconosco più e giro strade a memoria che mi piacciono pure ma dove non sono più quello. Sono qualcos'altro che ricorda, sicuro, ricorda tutto quello che è stato. Ma la mia immensa voglia di tornare, in questa ed in altre sere, non la riesco più a spiegare.



BERGAMO, OTTOBRE 1994


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