Rancore e vendetta - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Rancore e vendetta

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RANCORE E VENDETTA



Vittore un giorno litigò con Piero, suo amichetto delle elementari. Litigarono perché Piero lo sfotteva in modo insistente, utilizzando argomenti stupidi e annoiati; Piero lo contraddiceva volutamente, qualunque cosa egli dicesse, e si capiva che lo faceva per un improvviso soprassalto di fastidio nei suoi confronti.
  Vittore decise che Piero non sarebbe mai più stato suo amico.  Passarono comunque ancora un po' di tempo insieme, qualche altro mese, ma per lui Piero non era più lo stesso e non volle, o non seppe, perdonarlo. I loro rapporti si raffreddarono (e non per volontà di Piero che non immaginava nemmeno quanto rancore Vittore nutrisse nei suoi confronti) e poi i due si persero di vista, entrambi rivolti ad altre amicizie.
  Vittore iniziò a frequentare Davide; nell'intervallo facevano la merenda insieme. Vittore parlò spesso di Piero al suo nuovo amico ed ogni volta lo faceva con rinnovata ferocia, come se ci tenesse a lucidare quel rancore che non voleva, o non sapeva, abbandonare. Si vendicò sparlando gustosamente di Piero con il suo nuovo amico ma non seppe mai se riusciva a sfogarsi oppure no.
  Una mattina Davide gli disse di tutto, criticando alcuni suoi atteggiamenti e mettendolo di fronte ai suoi difetti. Vittore si infuriò soprattutto perché le accuse di Davide colpivano nel segno e dipingevano con spietata precisione le sue mancanze e i suoi errori. Vittore inizialmente tentò di difendersi con le buone, perché non aveva niente contro Davide, ma poi la collera si impossessò di lui e cominciò a dare in escandescenze; in sostanza non perdonava a Davide il fatto che quello gli facesse notare i suoi difetti, mentre lui i difetti di Davide, pur rilevandoli in cuor suo, li aveva sempre accettati e assecondati. Si lasciarono in malo modo e Vittore, che aveva ancora l'animo gonfio dal rancore per Piero, si accorse che il rancore che portava adesso per Davide era molto più grande. La cosa lo sconvolse perché mai, prima di quel momento, avrebbe osato sospettare l'esistenza di qualcosa di più fastidioso e di più grande del sentimento negativo che provava per Piero.
  Venne il tempo in cui Vittore iniziò a litigare con suo padre.  Ogni volta che litigavano, e che il padre faceva pesare la propria supremazia e superiorità nei confronti del figlio, Vittore si sentiva allontanare dal genitore. Il senso di livore cresceva in lui proporzionalmente alla sua incapacità di reagire con profitto alle accuse del padre: non riusciva a dirgli quello che pensava, non riusciva a far valere le proprie opinioni, che lui riteneva comunque giuste, e finì per tenersi tutto dentro nell'attesa del giorno in cui sarebbe riuscito a liberarsi del padre.
 Quel giorno venne e venne quando ormai tra lui e suo padre non esisteva più nessun tipo di dialogo, nè sereno nè violento come prima: suo padre era ormai per lui un perfetto estraneo da cui era opportuno allontanarsi più per mancanza di argomenti comuni che per reazione ai litigi di un tempo. Ma il rancore rimase e lui non volle, o non seppe, perdonare in cuor suo al padre i rimbrotti, le litigate, il malumore e la sofferenza interiore patita che così tanto lo aveva lacerato dentro nell'età dell'adolescenza.
 Entrò nella giovinezza come una belva ferita. Si era costruito una sorta di complicatissima corazza che purtroppo, per essere costituita da ferite tuttavia aperte, non serviva a preservarlo da nuovi scontri, o a renderlo più invulnerabile o meno emotivo e collerico, o meno impotente di fronte ai litigi. Serviva soltanto a complicargli ancora di più la vita, rendendolo sempre più spesso insincero, quando non era proprio il caso di esserlo, ed ingenuo, fragile. Anzi, più si accorgeva con orrore di questa sua fragilità e più, per nasconderla, pensando di proteggersi, giocava il ruolo dell'uomo forte e cinico. La recita di tale ruolo gli riusciva benissimo, con il risultato che tutti, ritenendolo a torto forte e cinico, non esitavano, durante i malumori e le litigate, a bollarlo di prepotente e di maleducato, di arrogante e di superbo. E si sa che il prepotente ha sempre torto, meglio ancora se è un falso prepotente, uno di quelli che non possono fare del male a nessuno ed associano l'antipatia dell'arroganza alla comodità del bersaglio di chi è arrogante solo per difesa ma in realtà è un povero diavolo.
  Vittore era sempre più convinto che le colpe di questo suo stato di fragilità emotiva fossero da imputare un po' a Piero, molto a Davide e soprattutto a suo padre; e per tutti e tre, in proporzione, si tirò dietro negli anni un nauseabondo cordone di rancore.
  Conobbe una donna, Vittore. Si chiamava Caterina. La amò come solo può amare un disperato e scaldò, al tepore di quell'amore, i suoi antichi rancori pensando di aver finalmente trovato un rifugio, un complice, qualcuno in grado di restituirgli giustizia.  La cosa gli dava forza, gli permetteva di inveire contro i suoi nemici di ieri con più vigore e meno fragilità, come fosse sempre sul punto di incontrare Piero, Davide o suo padre e dire finalmente a loro, fuori dai denti, tutto quello che aveva dentro, tutto il senso delle ingiustizie subite, finalmente con il coraggio di chi ha trovato un appiglio e può ora far valere le sue ragioni.
  Ma se, dopo la lite con Davide, Piero gli era sembrato meno stronzo e se, dopo gli scontri con il padre, Davide gli era sembrato meno stronzo, adesso che aveva sposato una donna che ben presto si era rivelata tremenda, possessiva, ingiusta, prepotente, capricciosa e pronta ad accusarlo di essere un bruto, suo padre gli appariva molto meno stronzo di quanto avesse sospettato.
  Con gli anni il rancore nei confronti di Caterina, sua moglie, crebbe; crebbe a causa di tutte le incomprensioni di lei nei suoi confronti, di tutti i ricatti morali di lei che appariva sua vittima (e secondo lui non lo era) e di tutto quello che lei non accettava di lui mentre lui di lei non aveva mai avuto niente da ridire. Comprese che di Piero, di Davide e di suo padre, tanto odiati un tempo, si era liberato anche piuttosto in fretta; di Caterina invece non sarebbe riuscito a liberarsi tanto facilmente.  Il divorzio? No. Sarebbe stata tutta colpa sua e lui, che colpe riteneva di non averne, non voleva passare dalla parte del torto.  Soffrì in silenzio, quanto più gli riusciva, per quel rancore sordo ed inespresso, che gli bruciava dentro ingigantendosi ogni giorno di più come un'infezione trascurata che, non trovando sfogo, si infistolisce e peggiora le cose.
  Ma prima o poi dalla parte del torto gli toccò di passare lo stesso. Non perché avesse fatto qualcosa di male, ma perché quel suo tremendo soffrire in silenzio, incupirsi per non peggiorare le  cose e sopportare tenendosi tutto dentro e vedendo drammaticamente inaridirsi la propria vita, portò la moglie, Caterina, ad una violenta crisi depressiva. I suoi, di lei ovviamente, iniziarono ad accusarlo violentemente di essere la causa, colpevole e maligna, del malessere della donna. E lui, nella parte del torto, ci sprofondò, anche se non aveva fatto niente di male, a suo avviso.  Insomma, dei suoi malesseri non importava nulla a nessuno; e quella vecchia corazza che si era costruito intorno allo spirito per difendersi dagli altri ai tempi della giovinezza, fu solo in grado di evitargli un infarto, un ischemia, un cancro allo stomaco e persino l'esaurimento nervoso che era venuto invece a sua moglie.
  Ecco che il prepotente, il forte, l'arrogante, il cinico era sempre lui, colpevole e malvagio agli occhi di tutti, parenti ed amici. Pregò che gli venisse almeno un malore, un piccolo collasso. Il cielo finalmente gli accordò quanto richiesto, forse solo perché era una piccola richiesta (lui quelle grandi non era mai stato capace neppure di osare chiederle, ed era conscio di quanto questa debolezza fosse cagione di molti suoi guai, timido e imbecille, mediocre, piccolo, infelice, anzi, predestinato all'infelicità ad oltranza). Ebbene, ebbe un collasso, una complicazione cardiaca piuttosto banale ma che lì per lì lo rese felice, speranzoso non già di ottenere pietà, ma la dovuta comprensione. Sognava che qualcuno (Piero, Davide, suo padre, sua moglie o i parenti di sua moglie) giungesse al suo capezzale dicendogli: "Scusa. Forse avevi ragione anche tu". Invece si sentì dire: "Ecco, sei contento adesso? Hai visto il tuo bel carattere a che cosa ti porta? Questa volta ti è andata bene ma stai attento, la prossima potrebbe essere fatale. Cambia atteggiamento, fallo almeno per tua moglie che, poverina, soffre così tanto a causa tua".
  Allora veramente il rancore per Caterina diminuì sensibilmente e ancor più quello per suo padre e quello per Davide era quasi scomparso e quello per Piero gli provocava addirittura una puntina di nostalgia.
  Ma Vittore aveva una voglia di vendetta che passava qualunque immaginazione. Se la covava dentro soffrendo come una bestia; in certe notti di pensieri tormentati ne era quasi soffocato. Ripassava dentro sè le cose, per lui sacrosante, che avrebbe voluto dire ai suoi nemici e aguzzini; le ripassava all'infinito, un infinito ripetitivo ed ossessivo che lo portava sull'orlo della pazzia - purtroppo soltanto sull'orlo, per i motivi che sappiamo.  Avrebbe voluto dire, fare, prendere a pugni, denunciare, rivolgersi ad un avvocato, cercare aiuto e protezione presso un centro di accoglienza ma era tutto inutile. Ogni volta che parlava con qualcuno della sua situazione finiva per litigare con questo qualcuno che, avvertendo erroneamente in Vittore una forza d'animo eccellente (dovuta a quella corazza di cartapesta, ma ben disegnata, di cui si è detto), prendeva da lui le distanze e gli si rivoltava contro, tendendo sempre e comunque a difendere i nemici di lui, anche se non li conosceva.
  Quando i figli crebbero fu la stessa storia, anzi, la situazione peggiorò. Gli si rivoltarono contro anche loro più volte e lui non aveva la possibilità di riuscire a dimostrare la giustezza delle sue opinioni. Quando tentava di farlo, con la foga di chi è oppresso da una grande ingiustizia, diventava subito un pessimo padre, agli occhi di loro stessi, agli occhi della moglie Caterina e agli occhi di tutti.
  Visse così tutto il suo tempo, ritenuto forte e arrogante e come tale vessato e vilipeso, perché era un arrogante per difesa, uno di quelli che non fanno male a nessuno.
  Un giorno, ormai fatto vecchio e invecchiato in tutti i suoi rancori inespressi, colmo di un desiderio di vendetta che gli anni non erano riusciti per nulla ad assopire, incontrò Piero. Era vecchio come lui ma tenuto molto meglio e molto più felice. Si incontrarono ad un circolo di bocce, dove di tanto in tanto Vittore andava nei pomeriggi di bel tempo a veder giocare. Si sedeva al bordo di uno dei campi lunghi e stretti e rimaneva qualche ora in assoluto silenzio, ad osservare le bocce rotolare ma come tenendo lo sguardo fisso nel vuoto. Faceva così da quando, un pomeriggio di molti anni prima, era scoppiata una lite tra i giocatori.  Vittore aveva seguito attentamente tutta la fase di gioco che aveva portato al diverbio ed aveva una sua idea precisa in proposito. I giocatori litigarono per un bel pezzo dicendosene di tutti i colori, a torto e a ragione. Ad un tratto Vittore
ritenne utile intervenire per porre fine alla disputa che rischiava di degenerare e sostenne la sua idea in merito al punto tanto discusso, premettendo di aver visto bene tutto ed anche piuttosto da vicino in quanto era seduto su una panchina situata a pochi centimetri dal boccino rosso. E così fece.
  In un lampo ebbe tutti contro, sia quelli a cui, con la sua opinione, toglieva il punto sia quelli a cui lo attribuiva. Lo investirono, lo trattarono a male parole, uno di loro, molto anziano, per l'eccitazione ebbe un mancamento ed il gestore del circolo, preoccupato, intervenne prendendo Vittore per un braccio e cacciandolo fuori dal recinto di gioco con insulti e spintoni, come responsabile unico di quella che poteva diventare una tragedia. Il vecchietto che si era sentito male fu fatto sdraiare sul pavimento all'interno del bar e quando si riebbe qualcuno gli disse: "Calmati, non ti preoccupare, lo abbiamo cacciato via, quel bastardo".
  Per molti giorni successivi all'episodio Vittore venne additato come rissoso da tutti i suoi conoscenti. Una mattina comprava la frutta in un negozio e sentì il fruttivendolo che sussurrava ad un altro, indicando Vittore: "Lo vedi quello? L'altro giorno a momenti ammazza uno, un povero vecchietto che a malapena si regge in piedi".
  Ebbene, Vittore ormai vecchio, in un pomeriggio come tanti incontrò Piero, sua antica memoria, ricordo della fanciullezza e dell'inizio della sua vita. Ci misero un po' a riconoscersi ma quando non ebbero più dubbi, l'uno dell'identità dell'altro, si abbracciarono fraternamente. E fu lì che Vittore commise la prima grande, incomprensibile ed inqualificabile ingiustizia della sua vita, perché Piero, di tutti, era il meno colpevole. Vittore, abbracciandolo gli piantò un coltello nella schiena e se ne andò bestemmiando se stesso.




BERGAMO   26/08/1997  ore 4:45




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