Scelte - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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SCELTE


Era un sabato, la prima volta che ricordo con precisione la sua assenza. Forse era già mancato da scuola altre volte, ma solo nell’ultima ora di quella mattina il fatto che non mi fosse seduto accanto,  nel banco, veniva da me percepito con una certa pesantezza. Allora guardavo fuori dalla finestra, in direzione delle montagne azzurrine, quelle più lontane, le uniche che mi riusciva di scorgere stando seduto. Il cielo era limpido e suggeriva l’idea del freddo. L’insegnante interrogava ma ormai non ho la più pallida idea di quale materia potesse trattarsi e di chi fosse alla cattedra, o alla lavagna. Ricordo invece benissimo tutto ciò che riguardava Aporti, il mio compagno di banco di quell’anno. le montagne e pensavo alle sue parole. Perché altre volte, nell’ultima ora del sabato, se c’era occasione di bisbigliarci qualcosa, lui mi parlava di Pino in Val Montecchio, il suo rifugio sull’Appennino. Era nato in quel paese, ma da molti anni la sua famiglia si era trasferita in città e usavano la vecchia casa solo per le vacanze. E per il sabato e la domenica., soprattutto quando era bel tempo, mi diceva che avrebbe raggiunto il paese appena uscito da scuola, che la corriera partiva alla tale ora, che avrebbe mangiato un panino al volo, che avrebbe dormito durante il viaggio. Appena là avrebbe aperto la grande casa gelata sulla collina davanti ad un bosco, a spalto su una curva della strada statale, lasciando passare un po’ d’aria a contrastare il forte odore di umido che vi albergava; avrebbe dato dentro alla legna per mettere in funzione la stufa e si sarebbe preparato a vivere, come di consueto, la sua fine di settimana. Poi sul tardo pomeriggio un salto in piazza, il bar, qualche amico.
 Era un ragazzo corpulento, alto, dal volto quadrato e i lineamenti spigolosi che nulla avevano a che fare con i suoi modi gentili, la sua cordialità, il suo essere allegro più o meno sempre senza però tradire tale allegria con alcun indugio al sorriso. All’apparenza torvo e compunto, camminava leggermente curvo, tenendo il volto verso il basso, come ripiegato su se stesso. Ondeggiava un po’, a vederlo da dietro era tutto spalle, la testa scompariva. Dei miei compagni era quello che aveva cambiato più repentinamente la voce, anni prima; gli era venuto fuori un vocione bassissimo ma affatto sgraziato, di buon timbro anzi. Era diventato uomo prima di tutti e dell’uomo aveva anche il modo di gestire, di piegare gli angoli della bocca parlando, di inarcare le sopracciglia strizzando gli occhi mentre ascoltava qualcuno o qualcosa. C’entrava  poco con la cazzutaggine di tutti quanti gli altri, me compreso, ma viveva la cosa con grande serenità, senza farsene un cruccio. Invidiabile era il suo modo di vestire diverso da chiunque altro: mai un indumento di moda, mai un vezzo cretino, come certi di noialtri – spillette, portachiavi, cappellini, idiozie – per illuderci di essere parte di un branco, per sentirci riconoscibili, nella disperata angoscia di non venire riconosciuti e, quindi, di non essere niente, più che nessuno.
 Aporti era anche l’unico che si rivolgeva ai professori senza il minimo timore reverenziale eppure senza alcuna arroganza, così, come da pari a pari, e questo nonostante loro, i professori, non lo prendessero affatto sul serio e non riuscissero a soppesare i rapporti tra le sue forze e le sue debolezze. A nessuno comunque capitava mai di scambiare quell’atteggiamento per strafottenza, in quanto la sua naturale predisposizione alla lealtà e alla franchezza lo impediva in ogni modo. I professori per lo più lo ignoravano, accontendandosi di quello che riusciva a dare senza troppi sforzi, probabilmente perché cercare di andare oltre era per loro compito troppo arduo e faticoso. Lui sfuggiva a qualunque classificazione, capace com’era di successi scolastici inauditi quanto di tonfi umilianti; in un caso come nell’altro reagiva sempre nello stesso modo, con una compostezza che me lo faceva figurare distante da ogni cosa avvenisse in ambito scolastico.
 Non era nemmeno un arido, però. Emozioni e sentimenti venivano da lui manifestati solo a parole, benché con parole intense e con dovizia di particolari sorprendente, per uno che avresti definito taciturno al cubo; quando ne parlava capivi tutto, era preciso nell’esplicazione minuziosa di quanto gli accadeva dentro ad ogni momento. – È innamorato dei suoi pensieri! – disse, insolitamente arguto e profondo, Antonio durante un intervallo, parlando di lui. E Antonio era uno che di solito non capiva una sega, bombardato com’era sempre dalla musica delle sue cuffiette, dalle canne che si faceva già al mattino presto, prima di entrare in scuola, nascosto con altri dietro la scaletta delle vecchie mura, su cui sorgeva come una fortezza il nostro liceo che fu un convento.
 Il problema è che Aporti non mutava mai l’espressione del suo volto, e taluni, anche di noi ragazzi, in cuor loro lo consideravano musone, orso, noioso. Non mi risulta però che qualcuno glielo abbia mai detto, perché era impossibile fare apprezzamenti negativi sul suo conto; a provarci c’era il rischio di sentirsi dare ragione proprio da lui, che non aveva mai nascosto di non piacersi  troppo nell’atteggiamento. Forse amava davvero soltanto i suoi pensieri, ma a diciassette anni davvero non può bastare.
 Quell’ultima ora di scuola, in un sabato di gennaio, solo nel banco a due posti, mi sentivo in pace. Era come se Aporti avesse lasciato un alone intorno alla sua sedia vuota e mi parlasse, da chissà dove. Mi scoprivo a ripassare tutte le cose che lui solitamente mi diceva che sarebbe andato a fare su a Pino, nelle sue montagne, nel suo paese; mi sentivo bene come se tutte quelle cose stessi per andare a farle anch’io, e non so perché mi piacevano così tanto. Mi piaceva quando me ne parlava. In quel periodo mi ero stancato di sentir parlare, di sabato, solo della partita di calcio dell’indomani, dell’organizzazione della festa per la sera, della discoteca. Aporti mi apriva negli occhi una finestra strampalata di passioni differenti, mai provate e che mi incuriosivano. Sapeva di gente del suo paese, di storie del passato, di uomini e di animali, di boschi, di strade umide. Questo in un’epoca in cui già per i nostri coetanei simili elementi non avevano più valore, non suscitavano altro che fastidio, venivano rifiutati al solo citarli. E quali fossero invece gli elementi che potevano affascinare, in profondità dico, non l’ho ancora scoperto.
 Quell’idea di montagne che rovistavo avidamente con gli occhi mi diede il senso di quanto Aporti mi fosse entrato nel sangue. Era l’età giusta, certo, per buttarsi anima e cuore nelle amicizie, ma in quei giorni mi rendevo conto che con lui non si trattava mica di amicizia e basta. Sapevo già che non avremmo fatto grandi cose insieme; quando c’era da andare a bighellonare in giro per spendere quegli spiccioli di gioventù che toccano in sorte ad ognuno, andavo con altri ragazzi. E avrei continuato ad andarci anche dopo essermi reso conto di ciò che Aporti poteva rappresentare: una di quelle amicizie di transito che ti segnano dentro nonostante una frequentazione non sempre assidua, limitata a periodi, alternata a lunghi momenti di distacco in cui non si avverte nessun bisogno di cercare il compagno, di averlo vicino, di sentirlo parlare. Si sa che c’è, però, da qualche parte. E questo è sufficiente, non si chiede avidamente di più come con le donne.
 Il giorno dopo ero seduto in gradinata allo stadio. Faceva un freddo schifoso e tirava anche quel vento di vallata, in un cielo comunque uniformemente grigio, che rendeva i suoni più sordi. Mi distrassi per lunghi minuti a pensare al paese di cui mi parlava Aporti. A guardare la partita saremo stati un migliaio. Serie C. A metà del secondo tempo non era ancora successo niente, quasi che nemmeno i calciatori avessero voglia di fare qualcosa di straordinario. Un’eco annoiata  accompagnava pigramente i tonfi del pallone che si avvertivano secchi e ben distinti, nel silenzio generale di un pubblico da sonnolenza post-prandiale, domenicale, in chiacchierata distratta. Qualche fischiata di arbitro, che sembrava arrivasse un treno, rimbombava contro gli spalti quasi vuoti, e niente altro. Gli amici con cui mi trovavo, sparpagliati sui gradini intorno a me, ma molto larghi, parlavano di un sacco di cose. Non di calcio. Credo che se la mia squadra avesse segnato non avrei neppure esultato. E dire che solo fino all’anno prima non esisteva domenica, durante il campionato, che non fosse determinata in me psicologicamente dall’effetto del risultato della squadra della mia città. Mi stavo allontanando anche da quello e probabilmente era meglio così. Anche quel gioire dentro, o quel disperarsi dentro, che aveva caratterizzato il mio umore di molte domeniche e di molti anni, cominciava a rivelarsi per quello che era: un atteggiamento irrazionale e un po’ stupido, che alla lunga mi metteva tristezza, come un retaggio dell’infanzia da cui per un momento ci si accorge con sollievo di essersi allontanati.
 Mancavano dieci minuti alla fine. Un avversario fu falciato da uno dei nostri e avvertimmo il grido straziante di chi si è fatto molto male. Vedemmo la gamba del poveretto orrendamente piegata, ad arco, mentre si contorceva a terra. Frattura scomposta di tibia e perone, disse qualcuno. Seguirono lunghi minuti angoscianti, in cui il silenzio si fece ancora più cupo. Comparve una barella, poi una coperta marroncina. L’ambulanza entrò direttamente sul campo e prelevò l’infortunato sotto un lungo e triste applauso di tutti i presenti. Ripartì percorrendo tutto il prato in diagonale e imbucando il passaggio sotto la gradinata per guadagnare le strade cittadine a sirena innestata. Fissai per lunghi istanti la doppia scia lasciata dalle ruote del mezzo di soccorso sull’erba del campo e mi parve di non riuscire più a distinguere le strisce bianche dell’area di rigore sotto di me, né il cerchio del centrocampo. Mi alzai, salutai con un cenno gli altri.
¬  «Vai già via?» Chiese qualcuno.
¬  «C’è poco da fare, oggi.»appena fuori dai cancelli dello stadio quando fui investito dall’urlo del gol che mi parve un urto sonoro esagerato. Non era però prolungato e fu inghiottito dal vento subito dopo. Era un gol di provincia, il gol della squadretta di una città di media grandezza. Non tornai indietro. Mica c’erano ancora gli schermi per rivederlo al replay, quel gol!due passi fumando lungo il fiume prima di tornare a casa. E guardavo ancora le montagne.

*   *   *

non venne a scuola neppure la settimana successiva. Nessuno sembrò dar troppo peso alla cosa, a parte il professore di ginnastica che il venerdì ci chiese se ne sapevamo qualcosa. La risposta fu un’interrogativa alzata di spalle generale, prima che iniziassimo a trotterellare per i consueti dieci giri di palestra. L’ultima ora di scuola dell’indomani osservai le montagne azzurrine, oltre la collina più vicina invasa dai palazzi abbarbicati, al di là del fiume, dove finiva quel quartiere e ne inziava un altro identico. Era di nuovo bel tempo. Domenica la squadra della città giocava in trasferta, lontano, e mi accorsi che me ne importava sempre meno. Non avevo neppure voglia di ascoltare la partita attraverso un’emittente radio locale, magari chiuso nella mia stanza o a spasso con gli amici come facevo sempre, secondo le giornate e i periodi. Maturava in me l’idea di andarlo a snidare, lassù al paese. Ero certo che lo avrei trovato là; e poi qualcosa di attraente e di incomprensibile mi spingeva ad andarci, come lo facessi per me, più che per lui. Certo non ritenevo giusto che la scuola – i professori, i compagni – non prendessero iniziative per sapere cosa fosse successo, ma il progetto di spendere la domenica per raggiungerlo assumeva in me intendimenti misteriosi.casa non dissi nulla. Passai il sabato pomeriggio sui libri. Mio padre mi osservò, sospettoso e incredulo. Non uscii neppure la sera, onde evitare che il giorno dopo mi facessero questioni per l’uscita del pomeriggio domenicale. Senza distrazioni il capitolo di storia mi risultò facile, gradevole quasi. Terminati i compiti per il lunedì passai il resto della serata davanti alla televisione con i miei, seduto su una sedia del salotto perché le poltrone erano tradizionalmente occupate da chi, diversamente da me, vi trascorreva tutte le serate. La mia presenza in quel frangente, e in quell’orario, era del tutto inedita.giorno dopo chiesi un anticipo sull’orario del pranzo domenicale. Non ci fu verso. Prima dell’una in tavola non c’era nulla Mangiato il primo in quattro bocconi salutai, con il giaccone indosso e il cappellaccio di lana in testa. La bocca mezzo piena.
«Dove vai?» mia madre.
«Usciamo. Un giro in centro». Ancora masticavo.
«Come mai a quest’ora?»
«Fa buio presto e fa freddo. Vogliamo fare una passeggiata con la luce, prima di chiuderci come al solito in qualche bar.»madre chiese qualche nome di quelli che sarebbero stati con me. Risposi vago, mentre infilavo la porta, dicendo "forse", dicendo che "non sapevo", che "probabilmente lui no, non viene". Erano le domande consuete di mia madre, ma quel giorno assumevano contorni scomodi. Rispondevo dissimulando una certa apprensione. Temevo persino un controllo incrociato, telefonate a qualcuno o da qualcuno e non mi andava di essere scoperto. Perché io non abbia detto ai miei dove avevo realmente intenzione di andare quella domenica, mi appare ancor oggi incomprensibile. O magari a quell’età si ha un sesto senso per le cose che possono davvero mutare lo sguardo sul mondo da un momento all’altro, e un ragazzo quelle situazioni se le vuole vivere per conto proprio, senza condividerle con nessuno, men che meno con i genitori. Questa tendenza degli adolescenti a complicarsi inutilmente la vita, non riesce tuttavia a risultarmi sciocca manco ora che ho la nuca sfiorita da lustri. Mi appare inutile, sì. Ma non insensata.sole che non tagliava ombre, rendendo il tutto delle strade ancora più ovattato e invernale, raggiunsi a piedi la piazza da dove partivano le corriere per le valli. Aporti prendeva tutti i giorni quella dell’una e trentacinque, che mi aveva detto faceva la corsa anche la domenica; la prendeva lui stesso quando non andava su con i suoi dal sabato. Saliva per passare almeno qualche ora con gli amici e tornava in serata. Il viaggio non era lungo, in tre quarti d’ora raggiungeva la Val Montecchio. Nei sabati quando saliva pranzava alle due e mezza. Alle tre, mi diceva, era già in moto, in giro per quei paesi.un lato della piazza, oltre i giardini, vi erano quattro autobus azzurri, parcheggiati di taglio contro gli alti portici, nel silenzio e nel vuoto dell’ora di pranzo festiva. Uno di essi aveva il motore acceso e sul vetro anteriore spiccava un grosso cartello bianco con scritta in nero della cittadina termale che avrebbe raggiunto una volta attraversata la Val Montecchio, proprio sul giovo. Era quasi l’ora di partenza e le altre corriere erano spente e chiuse. Non necessitava che chiedessi informazioni; montai su con la sicurezza di chi percorre spesso quell’itinerario e timbrai il biglietto acquistato il giorno prima dal tabaccaio vicino alla scuola. L’autista era a terra, davanti al posto di guida, che fumava. A bordo vi erano solo quattro persone: due signore giovani sedute vicine, un ferroviere in divisa e un anziano con mani da contadino. Sedeva tenendo in braccio sacchi di sementi e di concime.corriera si mosse e fece un lungo giro intorno alla piazza, prima di imboccare la via principale del centro cittadino, presto abbandonata per un’ampia traversa che conduceva ai viali di circovallazione. Seguì poi un tratto lungo il fiume e deviò verso la periferia che saliva in direzione delle colline. Mi piacque vedere la città da quel punto di vista per me nuovo. Dall’alto della corriera, ben sprofondato nel comodo seggiolino di finta pelle marrone, le strade che percorrevo abitualmente a piedi o in macchina con mio padre mi apparvero immediatamente diverse, come quelle di un luogo sconosciuto quel tanto che intenerisce il cuore senza preoccupare, perché era pur sempre la mia realtà. Quindi il viaggio si fece convulso ed emozionante; le strade si stringevano tra torrentelli scoscesi e vecchi borghi di collina, dove batteva già la severa ombra dei rilievi e l’asfalto era bagnato di umidità. In uno di quei borghi scese l’anziano, salutando l’autista con cui si dava del tu. Attraversammo rapidamente alcune valli brevi e ripide prima che mi accorgessi che il tempo era volato ed eravamo entrati ormai in Val Montecchio. Allora mi alzai e chiesi all’autista la fermata di Pino.
«Non la prossima, l’altra ancora», disse senza guardarmi, tutto preso dall’ampio volante che faceva ruotare con larghe bracciate, torcendo il busto, seguendo nei movimenti del collo le serpentine dei tornanti, fra muri di contenimemtno a monte e burroni erbosi a valle. Con me scendeva anche il ferroviere, che si preparò di lì a qualche istante vicino alla porta di uscita. Le due giovani donne proseguivano invece verso le terme. corriera fermò davanti all’ufficio postale. Appena sceso fui investito dall’aria fredda e ferma di quel luogo. Un umido che entrava nel colletto. La piazza era immersa nell’ombra delle montagne; solo la facciata della chiesa riceveva uno schiaffo di sole deciso, che dopo aver tagliato l’angolo di una loggia che le era accanto moriva sull’insegna di un bar. Il ferroviere si era già allontanato e intorno non c’era più nessuno. I miei passi incerti verso il bar risuonavano attutiti.  Attraversai la pedana di legno utilizzata nella bella stagione per i tavolini ed ora totalmente sgombra; l’incastellatura che reggeva una qualche copertura si stagliava contro il cielo con aspetto di scheletro.
«Cerco un mio compagno di scuola che si chiama Aporti ed è di questo paese», dissi ad un signore baffuto che sedeva accanto al bancone del bar. Aveva indosso un grembiulone multicolore con la scritta di una birra e ascoltava le partite alla radio, diffusa ad alto volume in tutto il locale. Nessun altro intorno. Per rispondere attese che la descrizione di un’azione d’attacco di qualcuno avesse termine e poi, guardandomi appena:
«Oggi non l’ho visto.»di interessarmi come lui alla radiocronaca per qualche istante, poi riprovai.
«Mi sa indicare dove abita? Qui non ci sono mai stato e non conosco…»bar sapeva un odore di vino, fumo e caffè che non aveva niente a che fare con quello dei bar della città, che in genere trovavo aromatizzati alla cioccolata. Mi piacque immaginare cosa sarebbe diventato quel luogo di lì ad una mezzora, cioè a pomeriggio festivo ufficialmente iniziato: uomini di tutte le età al riparo dal freddo esterno, con le carte, il vino, le sigarette, immersi nel vestito buono indossato fin dal mattino per la messa. Me le aveva raccontate Aporti, quelle cose, tra una lezione e l’altra, sul nostro banco. Le aveva raccontate a brandelli, a frasi misurate. Mi diceva che invece la sera del sabato era pieno di giovani e che anche le ragazze lo frequentavano; che c’erano due salette interne, una per i tavoli da biliardo e un’altra per i ragazzi, con il juke-box, i videogiochi a moneta, alcune panche, tante scritte a pennarello sui listelli di legno che coprivano le pareti da terra fino a metà altezza. Quelle scritte, mi aveva detto Aporti, andavano dall’oscenità più sconvolgente, letteraria o grafica, alle dichiarazioni d’amore, di credo politico, di fede calcistica. Su quelle panche, soprattutto in inverno, passava tutta la gioventù del paese e di quelli vicini. Un modo di sostare lì anche per ore, sentendosi a posto, del tutto differente dalle frequentazioni di città a cui ero abituato io da quando avevo inziato ad uscire da solo, vale a dire un paio d’anni prima. Noi si entrava in un bar a gruppetti contati, si sedeva ai tavolini e si consumava, ma la sosta non durava mai più di un’oretta. E si era mescolati tutti, giovani e vecchi, donne e uomini, famiglie con bambini. Nel bar di Pino, invece, le donne sopra i vent’anni vi entravano poche volte, quelle sopra i trenta pochissime e tutte le altre mai. E forse non c’erano mai entrate neanche prima perché allora non usava.
«Chissà», gli avevo detto una volta, «se quelle della nostra età anche da grandi continueranno a frequentarlo quel bar. Può darsi che un giorno vedrai anche loro giocare a carte, bere vino e fumare sigarette ai tavolini.» Aporti fece una smorfia che voleva dir poco e cambiò discorso.vedevo le porte delle due salette ma erano chiuse ed in silenzio. L’odore di fumo che stagnava mi suggerì l’idea che la sera prima dovesse esserci stata ressa, magari fino a tardi. Io sapevo che di giorno Aporti se ne andava in giro in moto per la valle, che aveva amici anche nei paesi vicini, ma la sera era quasi sempre lì.barista aprì la porta e, mettendosi fuori con una gamba, alzò un braccio in direzione della salita con cui, dopo la piazza, proseguiva la strada da cui ero arrivato con la corriera.
«Segui questa. Dopo due tornanti, che girano intorno al parco del municipio, trovi una scalinata che taglia un’altra salita della provinciale. Te la fai tutta e quando sei in cima vedrai una casa verde. Alle spalle di quella, sotto il bosco, c’è la casa degli Aporti.»in salita mi metteva il fiatone e l’aria mi bruciava nel naso. Nuvolette di vapore ad ogni boccata si materializzavano davanti al mio viso. Alzai il colletto del giaccone fino a coprirmi il mento; soffiando forte, il calore mi appannava gli occhiali.borgo si snodava lungo la strada tortuosa, in due file irregolari di case, ora rurali e antiche ed ora più recenti ed eleganti, da villeggiatura. Le prime testimoniavano una vita al loro interno: luci accese dietro i vetri e fumo dai comignoli verso il cielo terso e luminoso; le altre erano mute e senza vita, con l’erba alta davanti ai portoni o alle brevi scalinate dei giardini. Passavano poche macchine. Giunto in cima alla scalinata mi voltai ad osservare i tetti del borgo, che solo nella parte intorno alla piazza erano fitti e squadrati, mentre tutto intorno tradivano, pur nascondendola, la strada dalle sinuose volute. Da lì la vallata appenninica si presentava in tutta la sua imponenza di colline elevate e boscose, benché tondeggianti, brune ed ispide di rami spogli di castagni, solo qua e là interrotti dal verde di pini isolati, a completare la ruvidezza del panoramico insieme. Alle mie spalle, nella direzione in cui dovevo cercare la casa di Aporti, il rilievo si apriva invece, sotto la glabra boscaglia, in prati a terrazze, su cui l’erba curata, ancorché intirizzita, giallastra e silente, faceva pensare a coltivazioni cessate da non troppi anni. Il bosco ceduo ne aveva invaso i piani più elevati. Aporti mi disse che sua madre, da ragazza, aveva ancora lavorato la terra, su quelle terrazze. Era lei di quel paese, mentre il padre veniva dal Piemonte e lì non si era mai trovato a suo agio. Per quel motivo si erano trasferiti in città quando lui era ancora bambino. Suo padre lavorava molto all’estero e preferiva essere più vicino per la comodità dei collegamenti. Aporti non parlava bene di suo padre; non gli perdonava l’astio con cui considerava quei luoghi, che invece per lui e per sua madre erano tanto importanti.la casa verde ed oltre una specie di villino ad un piano, con pietre a vista e antiche finiture irregolari. Era immerso in un giardino scomposto, arruffato ma gradevole, alle porte del bosco. Procedevo guardingo perché avevo sentito abbaiare dei cani non troppo lontano. Il giardino era protetto da un vecchio steccato e, benché il cancello fosse aperto, esitai a varcarlo, temendo l’assalto di qualche molosso. Mi accesi una sigaretta per prendere tempo e coraggio; fumai a mano riversa appoggiato al basso muro di cinta della casa verde, godendo dell’aria fredda e pulita. C’era molta più luce lassù, rispetto al centro del paese, e il sole, se non valeva ad intiepidirmi le mani intirizzite, battendo vigoroso sui contorni della valle metteva un certo buon umore. Era bella la vista da quel punto, e l’aria, e il chiarore. Compresi ancor più Aporti e la sua fissazione su quell’orizzonte. Tiravo boccate avide e corpose quando vidi una moto parcheggiata davanti alla casa che doveva essere la sua. Una Gilera degli anni sessanta, appartenuta a suo zio. Dal comignolo usciva del fumo leggero e diritto, nell’aria alta e ferma. Un’occhiata più attenta al giardino e non mi parve di scorgere alcuna cuccia di cane. Del resto Aporti non mi aveva mai parlato di cani, ma non si sa mai. Fosse passata un’anima avrei chiesto, prima di addentrarmi alla cieca, ma non si vedeva nessuno.portoncino della casa, a ben guardare, già da lontano mi parve socchiuso. Mi avvicinai con cautela attraversando il cancello quel tanto che mi bastò per individuare una legnaia su un lato del giardino, addossata ad una parete di roccia che già si perdeva nel bosco. Era ricca di legne accuratamente tagliate e coperte solo nella parte alta da un telo di cerata azzurra, che per il resto era sollevato come da chi avesse prelevato ciocchi da poco. Chiamai, a voce media, il nome di Aporti. Silenzio. Alzai il tono, prolungando la pronuncia della "o" che sbatté nell’aria ghiaccia, immobile e nello spazio di un lampo tornò dalla parete di roccia verso di me, per poi perdersi sull’erba morta e molle dei prati, in direzione dell’intrico di rami del bosco. I cani tornarono ad abbaiare rabbiosi, intorno, ma non mi parvero più così vicini. Poi il volo rumoroso di un corvo scattato in volo dalla cima di un pino del giardino accanto mi lasciò immaginare fruscii provenire dalla macchia spoglia. Anche nella casa verde era tutto silenzio.portoncino si accedeva per due bassi gradini di pietra, cosparsi di segatura e di schegge di legno che proseguivano sul pavimento a mattonelle bianche e nere del piccolo androne. Qualcuno, portando dentro i ciocchi per il fuoco, aveva fatto cadere i frammenti, e non doveva essere accaduto da molto. Chiamai ancora senza risposta il nome del mio amico, chiedendo "permesso". All’interno partiva un breve corridoio con due camere da letto ai lati opposti. C’era odore di umido, di cantina e di fumo di legna. Le persiane delle due camere erano chiuse e il buio che mi accolse all’interno era contrastato solo da un chiarore lattiginoso, da neon di cucina, proveniente da una stanza più avanti. Nella penombra individuai, in fondo, una porta simmetrica rispetto a quella d’ingresso, chiusa anch’essa dalle persiane. Mi diressi a passo incerto verso quella luce, svoltai a destra con apprensione. Ora percepivo il crepitìo ed il soffio di una stufa. cucina aveva un grande tavolo rettangolare bianco al centro, ingombro di piatti, cartacce e rifiuti; un lampadario al neon acceso vi pendeva sopra dal soffitto. Contro un muro cieco vi erano la stufa, da cui partiva un lungo tubo che attraversava, formando una esse, la parete per perdersi in un buco presso il soffitto, e i fornelli. Una vecchia credenza, con sportelli in vetro e decorazioni satinate, stava contro la parete opposta. Il lato lungo contrapposto alla porta aveva una finestra alta e stretta, ombreggiata dagli alberi del giardino. Sotto la finestra un divanetto basso sul quale, rannicchiato e profondamente addormentato, c’era Aporti.

*   *   *

immobile, a fissarlo per alcuni minuti. Sembrava un gigante distrutto. Faceva paura e tenerezza insieme. Dormiva con un braccio reclinato sotto il corpo e l’altro penzolante verso il pavimento, gli occhi serrati quasi con forza, accigliato, la bocca socchiusa. Aveva indosso le scarpe, sporche di terra, pantaloni di velluto a coste larghe, marroni, con la cintura slacciata, e una camicia di flanella a quadrettoni colorati su una maglia nera, dolce vita, a collo alto. Si è messo in divisa da campagna, pensai sorridendo. In fondo però anche a scuola veniva vestito più o meno così. Diverso da tutti noi. È che nessuno aveva mai avuto il coraggio di farglielo notare. Perché lui era Aporti.aver governato la stufa da poco, dato che questa cantava imponente, a strattoni robusti, e il camino tirava corposo. In terra, nei pressi di una cassetta per la frutta colma di legna da ardere, c’erano sparpagliati tre larghi tronchetti, intorno ai quali passeggiavano indisturbati alcuni insetti rossicci, piatti, che mi fecero un po’ schifo. Sempre in terra, accanto al divanetto, appoggiata ad un posacenere in legno ricolmo di cicche, c’era una sigaretta consumata a metà, comunque già spenta; una di quelle che si faceva a mano lui, che fumava trinciato italiano. Il sonno doveva averlo sorpreso all’improvviso, con una veemenza disumana che l’aveva stroncato. Il respiro pesante, affannoso, mi suggerì che non dovesse essere un sonno ristoratore ma qualcosa di più violento e sofferto, se non aveva neppure pensato a chiudere il portoncino di casa. O magari era abituato così.sbagliato, e forse anche inutile, svegliarlo. Era presto e sedetti su una di quelle sedie di cucina, con il legno smaltato di bianco a più mani di pennello maldestro e la paglia sfilacciata in vari punti. Il calduccio della stufa mi piaceva e mi guardavo intorno con gusto, pensando ai fatti miei e a lui. La mia squadra in quel momento era in campo a Vigevano e chissà cosa faceva, ma non m’importava poi molto. Una domenica insolita, a quell’età, è un dono del cielo.una sigaretta, visto che neanche l’odore di fumo della stufa disturbava il sonno del mio compagno. La finestra sopra il divanetto era mal sigillata, con stucco irregolare, e gli spifferi abbondanti e gelati che introduceva nella stanza scongiuravano il rischio d’intossicazione.che dovevo temere un eventuale arrivo dei suoi, forse da un momento all’altro, ma poi corressi il pensiero. Il disordine in cucina era tale da allontanare ogni sospetto in tal senso. In quella casa nessuno oltre Aporti aveva messo piede negli ultimi giorni, e non lo avrebbe fatto nemmeno in quelli successivi, a giudicare da come se la dormiva dimentico di ogni relazione umana, il pupazzone dal volto squadrato e dalla cortesia profonda.quasi un’ora, durante la quale mi stavo appisolando anch’io, con un braccio appoggiato al tavolo e la testa sul braccio. Facevo in modo però di tenere d’occhio Aporti, buttato là sul divanetto, nel caso si fosse svegliato. Davanti alla mia mente passavano brandelli di futuro, interrogativi strani, riflessioni sulle cose che mi garbavano o che non mi garbavano più. E di tanto in tanto mi guardavo intorno e mi compiacevo di essere in mezzo alle situazioni che tante volte Aporti mi aveva bisbigliato sul banco, quella sua realtà così distante dalla mia che me lo rendeva curioso e piacevole. Ripensavo ad alcune sue brevi descrizioni e al modo che avevo avuto io di percepirle; quindi le confrontavo con la realtà che ora avevo sotto gli occhi e ne studiavo le attinenze, le incongruenze, emozionandomi per le prime e ridendo tra me delle altre. L’interno della cucina, ad esempio, corrispondeva; anzi, tutta la casa, a ben pensarci. Avevo l’impressione di aver già visto alcune cose e solo in quei momenti ricordavo di averle sentite descrivere da lui. L’esterno no, quello lo avevo immaginato diverso. Circa le curve della strada, e il giardino, e il bosco, avevo costruito mentalmente un paesaggio stilizzato che non combaciava. Dal vero mi era sembrato tutto più bello, più grande, non così fosco e ombroso come me lo ero figurato. Perché l’immaginazione manca sempre di luce e di odori; i colori stessi sono abbozzati e risultano indegni di fare il verso al reale. In sostanza mi ero descritto nel cervello un paese troppo simile a quelli che conoscevo e che nulla aveva a che fare con l’anima visiva reale del paese di Aporti. Di uguale c’era solo ch’era vuoto, come lo avevo tra me sognato. Anche quando mi parlava di amici e di gente, io me lo rappresentavo così come lo avevo visto in quel primo pomeriggio di domenica: freddo, deserto, terribile e sublime. Un paese adatto a chi è bravo a stare solo, concentrato sulla propria vita, infatuato dei propri passi di adolescente in un ambiente che sappia corrisponderne il suono.sentii biascicare. Sbattè le labbra. Si forbì con una mano un rivolo di bava che gli era colato ad un angolo della bocca, in mezzo ai peli ispidi di una barba incolta che notavo solo in quel momento e che non gli conoscevo. Sollevai la testa ma rimasi seduto sulla seggiola, a guardarlo dall’altro lato del tavolo. Si mise supino e stese le gambe, un braccio dietro la testa. Aveva ancora gli occhi chiusi ma non respirava più affannoso. Gli occhi si mossero, si aprirono a fessura verso il soffitto, ma quasi subito la presenza insolita all’interno della stanza fu avvertita dalla sua vista periferica, perché si voltò di scatto verso di me. Mi mise a fuoco ma le fessure tornarono a richiudersi. Passarono alcuni istanti.
«Hai presente», mi disse, «quando dormi male e sogni… o immagini… che intorno è tutto buio. Che non vedi bene le cose. Che cerchi di alzarti o compiere un gesto ma non riesci perché intorno è tutto penombra… »risposi. Sorridevo. Ero dentro quella sua descrizione, provata a mia volta in certi dormiveglia pomeridiani in cui covavo l’emicrania di un autunno incipiente, di un crepuscolo precoce. Sbadigliando e stirando le membra, senza alzarsi né riaprire gli occhi, Aporti disse:
«Ma che cavolo ci fai qui?»
«Perché non sei più venuto a scuola?» chiesi. si alzò, lentamente, grattandosi la testa e scompigliando i corti capelli neri. Mi disse che la notte prima aveva fatto tardissimo, che aveva bevuto come un porco insieme agli amici, che non riusciva a trovare la via di casa. Aveva vagato quasi fino all’alba per quelle strade gelate, con in corpo tanto di quel vino che non sentiva il freddo. Era stato lì lì per buttarsi a dormire in un prato sotto la strada ma non sapeva ricordare nemmeno in quale punto, se fosse lontano o vicino a casa. Ma l’erba aveva uno strato di ghiaccio e, appena vi rovinò sopra, avvertì, pur essendo ubriaco da far schifo, che non era la soluzione più idonea. Allora si era faticosamente tirato su e, come Dio volle, aveva raggiunto la scalinata. Prima tappa. Un tempo indefinibile ed era riuscito ad arrivare nel giardino di casa. Stava per franare sui gradini davanti alla porta, poi si era un po’ riavuto ed era riuscito ad entrare e a buttarsi sul letto, vestito com’era, bagnato. Si era anche pisciato addosso.ridevo a quel resoconto, mentre lui, barcollando, armeggiava intorno ai fornelli della cucina per mettere su il caffè. Chiesi cosa gli stesse succedendo e accesi una sigaretta. Lui, nell’attesa che venisse su il caffè, raccolse da un ripiano una bustina di tabacco e si passò una cartina fra le dita, preparandosi da fumare.
«Mi sono svegliato dopo mezzogiorno», disse come non avesse acoltato la mia domanda,  «mi sembrava di avere un reattore nucleare piantato nel cranio. Sono uscito a prendere un po’ d’aria, mi sono ripreso, ho mangiato qualcosa. Poi volevo andare in moto ma avevo troppo freddo. Sulla porta mi sono messo a tremare, allora ho raccolto legna in fretta per mettere in funzione la stufa. Appena ho avvertito il ristoro del tepore sono caduto sul divano e buonanotte.»
«Hai lasciato la porta aperta. È per quello che sono entrato», dissi. Lui si strinse nelle spalle, la cosa non aveva importanza. Gli chiesi se in tutti quei giorni non avesse fatto altro che bere e ubriacarsi. Versando il caffè in due tazzine mi guardò con gli occhi piccini. La sua espressione riuscì a non nascondermi una muta gratitudine che faceva parte del suo carattere dolce.
«Certo», lo prevenni senza che ce ne fosse bisogno, «puoi anche dirmi che non sono affari miei…» ma lui scosse la testa. Non era affatto questo che intendeva.
«Ho iniziato a lavorare con mio zio. Ha una fabbrica di mobili e mi fa lavorare in falegnameria. L’avevo già fatto all’inizio dell’estate scorsa. Il lavoro mi piace e riesco anche discretamente. Ho due cugini, i suoi figli, un po’ più grandi di noi, che mi aiutano.»che il caffè si freddasse. Aporti si alzò, aprì uno dei tre sportellini della stufa e rincalzò il fuoco. Di nuovo il rumore del tiraggio riempì la stanza con soffi e tramestii. Io seguivo i movimenti del mio compagno con gli occhi. Chiesi, stupito:
«Vuoi piantare il liceo?»
«Cosa vuoi che sia? Il liceo! Sai quanto me ne fotte. E poi non ho più voglia di stare in città. Anzi, non posso», disse calmo e lento ma determinato. dalle nuvole. Mi sembrava un’idea assurda. Non perché potesse esserlo in sé, quanto perché non riuscivo ad immaginare che vi fosse un’alternativa. Non me lo ero mai posto come problema, forse nemmeno come scelta. Io andavo a scuola come un fatto naturale, inevitabile, ineluttabile. Mi concentrai sulle sue ultime parole.
«Non puoi… in che senso?»
«Ho una storia con una», borbottò, proseguendo a darmi le spalle, impegnato sulla stufa.
«Non mi sembra una ragione», obiettai.voltò un poco la testa, guardandomi di tre quarti con un mezzo ghigno.
«Non è una ragazza.»
«Ah, no?» sbottai io, credendo mi prendesse per il culo. «Cos’è, una mucca? Una faina?»ò a sedere al tavolo e girò il caffè. Senza guardarmi negli occhi disse:
«È una donna.»capivo la differenza e continuai a pensare ad uno scherzo, o a qualche senso metaforico  che mi sfuggiva, pur conoscendo in lui una certa passione per le circonvoluzioni figurate. Rimasi in attesa, sospeso.
«Una donna sposata», proseguì lui, «con un figlio già grandicello.»il mio mutismo. Non avevo argomenti per affrontare una simile rivelazione. Se mi avesse parlato di alieni atterrati nel bosco la notte precedente, considerata anche la sua sbornia, avrei trovato la cosa più verosimile e accettabile. Solo dopo un certo tempo mi riuscì una mezza battuta di spirito:
«Certo che ti piacciono le cose semplici!»
«Mi fa impazzire», proseguì lui, «l’idea di essere giù in città e di starle lontano. È iniziata da poco, durante le vacanze di Natale, ma non so farne a meno. Per me, adesso, non esiste altro che la possibilità di vederla. Siccome è anche molto difficile… puoi capire perché sono qui.»
«Ma i tuoi?» dissi ad alta voce, quasi sconvolto. Pensavo con rabbia e terrore alla reazione di mio padre se solo gli avessi raccontato quella storia. Una volta, l’anno prima, gli avevo detto che non avevo più tanta voglia di proseguire il liceo e che sarebbe stato meglio, a suo tempo, fare una scelta diversa. Provai a chiedere se non fossi ancora in tempo per cambiare. Mio padre non rispose. Sembrava volesse ponderare a fondo, poiché tacque per alcuni minuti. Invece si stava caricando, come una batteria, o un motoventilatore dinamo. Quando supponevo che non desse più peso alla cosa, che se ne fosse scordato, me lo trovai di colpo davanti trasformato in una specie di cinghiale. Se in quel momento gli avessi detto che, in aggiunta, avevo una storia con una donna sposata, avrebbe fatto fortuna vendendo pregiate borsette conciate con la pelle della mia schiena.
«Mia mamma è morta a luglio», sussurrò ad un certo punto Aporti, e da quell’istante le altre parole che disse, per alcuni minuti, mi giunsero ovattate, rimbombanti, quasi non mi riuscisse di coglierle nel loro ambito sonoro normale, «e mio padre non c’è mai. A lui non gliene frega niente di quello che faccio io. Adesso è in Egitto, per il suo lavoro. Neanche per Natale l’ho visto. Le feste le ho passate con mio zio, che naturalmente non sa nulla di me e di Angela e non deve saperlo, perché lei lavora nel negozio di mobili che mio zio ha in fondo al paese. È lì che l’ho conosciuta. Mio zio è d’accordo con la mia scelta di lasciare la scuola.»masticavo amaro, tenendo lo sguardo fisso al pavimento, senza riuscire a concentrarmi su nulla. Senza dubbio ero il primo di tutta la scuola a sapere della morte di sua madre, per quanto i professori, qualora fossero stati informati, non avrebbero tradito la riservatezza e si sarebbero comportati nella stessa identica maniera di sempre, ovvero con l’umanità e la delicatezza che suole esibire un cercopiteco nei confronti di una termite affetta da mal caduco. Non avevo più niente da chiedere e nessuno strumento per dire dell’altro. Era Aporti che, fumando tranquillo, continuava a parlarmi con un sorriso lieto. Gli feci solo notare, tra le tante banalità che potevo tirar fuori, che ci sarà pur stata una ragazza della nostra età con cui poteva mettersi, senza andare a scomodare una signora.
«Non sono cose cha fai per scelta», mi spiegò con paziente comprensione, come poteva fare un adulto, benché su tutt’altri argomenti. «Non hai nemmeno idea del desiderio che sento di lei, perché neppure io pensavo potesse esisterne di un tipo così grande, così folle. Parte dal centro dei miei nervi e si distribuisce a raggiera in tutto il corpo. Ho sempre pensato fosse una cazzata quella cosa che una donna ti fa girar la testa… come un modo di dire. Invece è vero. Mi gira proprio la  testa, se solo ci penso, se immagino la sua pelle. Sento formicolio alla nuca e mi si annebbia la vista. Annaspo stordito, intorpidito. Niente altro mi interessa più. Lo so bene da me che è sbagliato, ma non ci posso fare nulla. E probabilmente non voglio. È così e basta.»mostrò la casa, premettendo senza un vero disagio che in quei momenti era  impresentabile. Letti disfatti in ogni stanza, disordine, roba buttata ovunque. Spalancò le persiane della sua cameretta e mi mostrò l’angolo di bosco che amava guardare dal suo letto. Sorrideva. Me ne aveva parlato tante volte di quell’orizzonte, limitato al pendio dolce e boscoso della collina che arrivava a lambire il territorio più vicino ai suoi sogni, di bambino prima e di ragazzo poi. Fumammo nel gelo della finestra aperta, osservando il cielo che sopra gli alberi spogli, in quel punto, si era già colorato del blu indaco del crepuscolo. Il tramonto era dall’altra parte, in direzione della valle, non delle montagne, e si capiva che colorava di un rosso fuoco i contorni delle montagne lontane.
«In questo periodo penso anche un’altra cosa. Tu dici: le ragazze. Io sono convinto che nessuna ragazza della nostra età mi lascerebbe intatto il mio legame con questo posto. Non potrebbe capirlo. Angela, invece, capisce. Angela viene qui, di nascosto, in orari assurdi, e nessuna ragazza lo farebbe. Angela sa che per me non esiste altro interno che quello di questa casa, né altro esterno diverso da questo giardino, dal bosco qui sopra. E accetta di venire nel mio mondo. Non esisterà mai un’Angela di diciassette anni.»risultava difficile dargli torto. Le poche ragazze che avevo consosciuto, a scuola, nei bar, al mare, erano lontane anni luce da quella dimensione, e davvero non sarebbero mai riuscite a convivere con quello strano incanto disordinato che caratterizzava la vita di Aporti. Ecco da dove veniva il suo strano comportamento, quel suo essere adulto senza volerlo apparire a tutti i costi, quella sua naturalezza di uomo sornione anzitempo, posato ma determinato, distante da tutte le realtà comprensibili.la strada della lezioncina edificante, ma senza crederci fino in fondo. Dissi, sforzandomi senza successo di apparire meno bamboccio di lui:
«A me sembra che sia Angela che tuo zio ti stiano manovrando. Hanno buon gioco con un ragazzo, entrambi con i propri scopi. Stacci attento. Non perderti.»rise, soffiando boccate intense di fumo, evidenziate dalla condensa del gelo che entrava dalla finestra. Sentenziò, quasi a memoria, come ripetendo battute già sentite e dette più volte:
«Tutti siamo manovrati da qualcuno e lo saremo per tutta la vita. È proprio quando stai tanto a pensare alle scelte che fai che finisci per non scegliere. Forse io mi sto lasciando scegliere dal destino, ma ora come ora non vedo alternative valide. La passione è una gran bestia e pretende le sue vittime. Io non ho altro viatico che la passione, e non mi aspetto niente di più.»in cucina ma lo avvisai che non potevo fermarmi più molto. L’ora della corriera per tornare in città si stava avvicinando. Mi raccontò che il sabato e la domenica erano i giorni che gli pesavano di più, perché Angela non poteva muoversi. In settimana, invece, quando il ragazzino era a scuola e suo marito al lavoro, trovavano ritagli di tempo, con mille precauzioni, per incontrarsi in quella casa. Non era facile, in un paese come quello, ma l’inverno era un loro alleato. Senza un progetto e senza un futuro.

*   *   *
freddo pungeva da far male. Mi spiacque lasciare quella cucina calda e silenziosa, quella dimensione inedita per le mie domeniche. Aporti aveva indosso il suo giaccone di pelle nera, con uno stemma dorato sulla schiena. Mi accompagnava alla fermata della corriera. Gli chiesi cosa avrebbe fatto.
«Ora me ne vado al bar. Troverò qualche amico con cui attaccar bottone e tirare l’ora di cena. Più tardi pensavo ad una pizza. Me la porto su in casa, mangio. Dopo metterò in ordine qualche stanza. Domani mattina alle sette sono già in falegnameria e non voglio che quando arriva  lei veda tutto quel casino.»’aria era ferma e rallentava il respiro, spingeva a pesare le parole. Camminare a passo svelto dava il fiatone.
«Volevo dire cosa farai con la scuola», corressi.
«Sì», disse lui risoluto, «verrò giù un giorno, dirò della mia scelta.»sentii ragazzo, in quelle parole. Fragile nel suo comportamento da adulto a metà, privo di difese persino nel suo non volersi atteggiare da uomo vissuto – come altri, al suo posto, avrebbero invece fatto senza ritegno. Per lui non era una posa velleitaria, non ci giocava affatto. Era proprio così ed era Aporti.spuntare i fari della corriera dalla curva prima della piazza, mi abbracciò lungamente, con trasporto, protettivo, sovrastandomi di due spanne intere, con le sue spalle forti sulle mie da passerotto. Forse capiva quanto mi pesasse sentirmi così impotente nei suoi confronti. Sapevo solo la teoria, di ciò di cui avrebbe avuto bisogno, ma nient’altro perché non ero suo padre e non ero convinto. Anzi, ero per la mia buona parte turbato e scosso, agitato nelle mie incertezze e nel mio disarmo davanti alla sua storia.
 Salito sulla corriera presi posto sul primo sedile libero e dal finestrino guardai Aporti attendere la partenza, fermo e sorridente, con gli occhi fissi nei miei. Aveva la sigaretta accesa in una mano, l’altra nella tasca del giaccone. Davanti al volto nuvolette di condensa. La corriera, nelle deboli luci che piovevano giallastre dal giunto centrale del soffitto, era molto più affollata di quella dell’andata; tanti cittadini che andavano in campagna da quelle parti, tornavano a casa dopo la festa settimanale. Bisbigliavano tutti, nelle correnti mal distribuite del riscaldamento sparato al massimo.
 Bloccai i pensieri e mi godevo il buio fitto di quelle strette curve di valli e vallette che la corriera percorreva clacsonando a distesa. Avvertii prepotente lo sbalzo di pressione man mano che si scendeva verso la città. Le orecchie, ben presto infuocate e rosse all’esterno per il salto termico, all’interno mi si tapparono e scricchiolarono più volte, nonostante tentassi la compensazione con sbadigli, soffiate a naso chiuso e movimenti disarticolati delle mandibole. Dopo poco tempo mi accorsi dall’aumento dei lampioni nelle strade che cominciavano i sobborghi di periferia. Un languore misto di delusione e colorita malinconia accolse in me la vista delle case che diventavano palazzine e poi palazzi, prima sparpagliati poi sempre più fitti.
 Quando le vie erano ormai diventate quelle risapute della mia città, liberai senza ordine alcune riflessioni che mi confusero le idee. Da un lato pensavo con allegria alla scelta assurda di Aporti, alla sua vita, all’atmosfera di mestizia e di libertà che avevo sniffato in quella cucina invernale; d’altro canto inorridivo all’idea che qualcuno, alla mia età, potesse prendere decisioni tanto gravi e pericolose in assoluta autonomia. Pensavo a mio padre e mi ripetevo che anche Aporti ne avrebbe avuto bisogno. Ma non mi riusciva né d’invidiarlo da una parte, né di commiserarlo dall’altra. Egoisticamente, da spettatore neutrale, mi ero incuriosito ed entusiasmato, ma ero anche infantilmente terrorizzato dalla china che stava prendendo la sua vita.
 Come era fin troppo facile prevedere, non avrei mai più rivisto Aporti, dopo quella sera. Questo lo sapevamo entrambi. Ma oggi che sono passati tanti anni, durante i quali di lui non ho più saputo nulla, non fatico a credere che, in ogni caso, a lui non sarà andata molto peggio che a me. Nella sera di quella domenica lo immaginai perduto, perché privo di quelli che credevo essere i miei punti fermi, comunque incrollabili; oggi, alla luce delle mie scelte quasi sempre guidate, avvedute e responsabili,  mi vien da dire che l’esistenza imbocca percorsi imprevedibili. Quale che sia la fine fatta da quel mio amico lontano, non credo che gli abbia lasciato il rimpianto di una scelta affrettata e stupida; se così è sono contento per lui. Di sicuro, per me, sono tutt’altro che contento. Aveva spalle forti, il gigante cortese. Le mie, fragili e pavide, costantemente tremule ad ogni timore, mi hanno condotto ad un’esistenza grigia e priva di sussulti che non mi piace neanche un po’. Dei miei studi regolari, terminati a tempo, ho fatto un ben magro tesoro; Aporti avrà presto dimenticato Angela, invecchiata prima che lui fosse adulto, ma avrà imparato a guardare la vita con gli occhi di chi sceglie senza condizioni.
 L’indomani, a scuola, non dissi niente a nessuno. Sabato comparve sul registro di classe la scritta, con tanto di timbro della presidenza, che Aporti si era ritirato dal liceo. Nessuno commentò. Il giorno dopo andai alla partita. Mentre io ero a Pino, la settimana prima, a Vigevano la mia squadra aveva pareggiato zero a zero. Un buon punto in trasferta. Mi imposi di seguire il gioco con interesse e passione. Andammo sotto di un gol, poi nel secondo tempo ci fu il ribaltamento del risultato e nei minuti finali ero in piedi, accaldato ed emozionato, a urlare insieme ad altri mille infreddoliti tifosi, illusi di poter così contribuire a difendere la vittoria. Gettai solo un’occhiata rapida alle montagne azzurrine che si scorgevano sopra i gradini della curva laterale, desolatamente vuota. Fui scioccamente contento di non avere altra scelta che tornare alla mia vita di fanciullo. La mia vita di sempre.



BERGAMO, 4 dicembre 2008    ore 1.11 (Abbozzato nel 2004)



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