Spot generation. Testo integrale dello spettacolo omonimo (2004) - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Spot generation. Testo integrale dello spettacolo omonimo (2004)

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Lo spettacolo si compone in prevalenza di ritratti; da quelli precisi e pungenti di una tipologia di personaggi appartenenti alla generazione dei nati alla fine degli anni Sessanta, a quelli più generalizzati di tutti coloro i quali saltellano più o meno soddisfatti sulle tortuose, virtuali e virtuosistiche, linee del presente, ovvero le ubbie di questi anni, i vanti modernistici, relazionali e di comunicazione, le false conquiste che riempiono taluni di un malcelato quanto ingiustificato orgoglio. Il pedale continuo è quello dello “spot” come emblema di una super-comunicazione (viziata dall’obbligo dell’interesse ad ogni costo) che annulla di fatto la comunicazione vera. Ma si tratta di spot solo raramente messi in facile parodia, onde evitare che il discorso si riduca ad una scontata presa in giro di ciò che ormai ci appartiene, anzi, ci possiede profondamente.
Nulla più a che vedere, ormai, con il cabaret, nonostante il taglio uniformemente irriverente. Anzi, forse proprio per questo, considerato che il cabaret odierno si conforma sempre più come strumento “di regime”, fondato sulla falsa irriverenza, sia per il linguaggio artatamente impoverito che utilizza, sia per la dinamica dei suoi contenuti che ammettono solo la trasmissione della “non idea”, dell’ossequio al potere travestito furbescamente, rivestito di un “nulla” che diverte e fa sganasciare e spellare le mani.

La negligenza, sembra essere il peccato più grande di quelli della generazione di cui sopra e di quelli che la scimmiottano, pur essendo più giovani o più vecchi; un’indolenza colpevole che fagocita se stessa traendone nutrimento e giovamento che non ammettono discussioni. Come i “reality-show”.
Un primo nocciolo di questa riflessione era contenuto in un mio spettacolo precedente, che si intitolava Ma pensa ai coetanei tuoi, del quale nel presente lavoro tra le altre cose rimane la canzone omonima. Rimane però anche il livore verso atteggiamenti, caratteristici di uomini e donne della mia generazione, ai quali mi sento di poter attribuire numerose delle responsabilità del presente
I “trentacinquenni-quarantenni” di oggi sono, a ben guardare, i meno discussi nelle disamine sulle generazioni. Si parla ancora molto dei “sessantottini” e si parla in generale dei “giovani”, saltando a piè pari quella fascia intermedia di persone nate tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, che non hanno fatto quasi niente di eclatante e che comunque giovani non sono più, anche se l’ignavia (nella quale sono maestri incontrastati) permette spesso loro di dimenticarlo.
Una generazione, la mia, protagonista nei sondaggi cretini, che meriterebbe studi sociologici più approfonditi del semplice spettacolo di un piccolo cantastorie; ma siccome è una generazione avvezza alla superficialità non c’è da sperare molto di più.
 
L’operazione da me tentata vuole mettere in evidenza, e possibilmente “in ridicolo”, usanze, tic e balordaggini varie del “mio coetaneo” affinché, almeno per una volta, “lui” non la passi liscia, visto che è abituato a sfangarla in vari modi e vivere in un’ombra che lo vede pascere e proliferare come uno squallido topo, sicuro che nessuno avrà mai interesse a raggiungerlo là, nei sotterranei di un’esistenza sordida che fa comodo a molti.
Il tempo che stiamo vivendo, da più di dieci anni a questa parte, non è il migliore che si potrebbe auspicare per una società che il benessere l’ha raggiunto (ma non è detto che lo possa conservare in eterno). E noi, trentenni e quarantenni, invisibili ma di gran peso, una mano al peggioramento delle cose l’abbiamo data.
L’ironia, l’iperbole paradossale, la ridondanza di antifrasi gonfiate a dismisura e quel tanto di indignata comicità che basta (ovvero gli ingredienti retorici e stilistici del mio modo di elaborare la canzone per il teatro), lasciano trapelare quanto certe abitudini del nostro tempo siano insopportabili e schifose. Il problema è che sono le nostre abitudini; qualcuna c’è stata imposta ma altre abbiamo contribuito un po’ tutti a crearle. Inoltre provare ad opporsi ha sempre comportato sospetto, accuse di snobismo, emarginazione ed esclusione.
Qualcuno, disgustato da tanta mia fermezza, mi chiede sprezzante se io non veda proprio alcuna  possibilità di scampo. Vederla in senso pratico no, sinceramente. La cerco, come molti altri, anche in queste pagine dove, a ben guardare, ne sono indicate alcune teoricamente percorribili, specie nelle canzoni; ma in filigrana o dal negativo, senza l’ingenuità dei facili ottimismi né il respiro ampio di un’utopia sostenibile.

Due modelli sopra tutti gli altri mi consentono di sognare, o vagheggiare, una via di fuga e sono rispettivamente una battuta di Beppe Grillo (di tanti anni fa, forse quasi venti) e una canzone di Giorgio Gaber (che non si farà fatica, in queste pagine, ad individuare come mio inconsapevole e incolpevole maestro, da sempre).
Nella battuta del comico genovese si parlava del sogno di vedere finalmente i presentatori televisivi attendere invano, e decisamente imbarazzati, la telefonata dello spettatore che partecipi al giochino imbecille: la televisione chiama e dall’altra parte risponde un cupo e liberatorio “tu-tu-tu”, un “nessuno chiamerà mai più”, un segnale di linea libera che affranca dalla schiavitù mentale nei confronti dell’idiozia. Purtroppo il brano, dopo aver suscitato il sorriso della speranza, si concludeva con la delusione dell’immancabile telefonata: “Sono Marisa da Benevento, complimenti per la trasmissione!” a cui Grillo reagiva ruggendo un vaff… rabbioso e sconsolato.
La canzone di Gaber era invece Il deserto, del 1984, poi riproposta circa dieci anni dopo con il più significativo titolo di Il miracolo e con alcune robuste modifiche che non rendevano però piena giustizia alla forza ed anche al peso della prima versione. In tale canzone, incalzante, in costante ascesa interpretativa fino al trionfo sognato del finale, epica nella struttura e nelle sonorità di grande timbro, il cantautore e attore milanese immaginava la bocca di un cantante, enorme sullo schermo televisivo, aperta inutilmente sul nulla, nella illogica illusione che la voce si disperda nel deserto, perché improvvisamente la gente è andata via, è andata tutta via e per la prima volta e per noi soli il sole è tramontato e poi si è alzato. La gente, in quel sogno impossibile, aveva deciso di riprendersi la vita, quella vera e sua, nelle strade, nelle piazze, nei luoghi reali, in mezzo all’aria dove poter respirare davvero e con in propri polmoni, non con quelli preconfezionati, precotti, pre-tutto che il sovrastante mondo dello show-business mediatico impone a trecentosessanta gradi.
Ebbene, la frustrazione nasce dal fatto che l’ingenua purezza di questi due sogni è stata, non solo sconfitta, ma annichilita da un peggioramento progressivo della situazione. Insomma, negli anni Ottanta, quando già il fenomeno era evidente ma non ancora preoccupante come oggi, alcuni terreni franchi esistevano ancora, si riusciva in qualche modo a scantonare, si poteva ancora sperare di poter scegliere. Oggi no, oggi non c’è più possibilità di scelta, a meno di accettare un tuffo nell’isolamento totale o nel misticismo, nell’ascetismo. Diventare anacoreti per salvarsi la vita non è via praticabile per tutti e probabilmente non serve davvero.

Non credo, personalmente, di riuscire a inserire note ottimistiche in senso lato nei miei spettacoli fino a quando esisterà qualcuno che, parlando della televisione, tenderà, con superficiale snobismo, a minimizzare il problema, a dire che se uno vuole spegne o cambia canale o, peggio ancora, a sostenere che la televisione è così perché così è la gente. Quanto ancora dovremo aspettare per avere la dimostrazione che la gente “è diventata così” perché “così ha voluto la televisione”? Non abbiamo forse già avuto la prova di dove gli artefici di “quel” mondo sono capaci di arrivare? Hanno nomi, cognomi e volti che non è necessario ricordare, e tutto quello che non fanno in prima persona lo fanno fare ai loro cloni, ai loro giannizzeri e sgherri e, peggio ancora, persino a quelli che, nominalmente, vengono individuati come loro avversari, ma che in realtà sono costretti ad usare gli stessi strumenti, a diventare anche loro quella roba là, pena l’annientamento, l’uscita dal gioco, il ritorno al punto di partenza.
Ecco che allora non è più un problema di elettrodomestico, o di scelta tra un canale e l’altro, o tra un format e l’altro, tra un programma bello ed uno trucido e offensivo; non c’entrano mica niente il gusto, le inclinazioni di ciascuno, le preferenze. Politica, economia, finanza, questioni sociali e atteggiamenti personali, interpersonali, familiari, interventi planetari, bellici e scientifici, passano tutti per quella cosa là; ciò che non vi passa non esiste, non è mai esistito, e non solo per la maggioranza: per tutti. Proprio per tutti.

La “generazione degli spot”, appunto, cioè la mia generazione, è la prima ad aver fatto i conti con questa situazione fin dalla tenera età ed è colpevole di non aver neppure tentato di, quanto meno, aggiustare il tiro, evitare la catastrofe totale. I più vecchi hanno conosciuto anche la vita che sapeva fare a meno della televisione e della pubblicità, e non sono riusciti a cogliere (non potevano riuscire) la gravità del momento di passaggio, illudendosi che tutto stesse andando in una direzione normale e ineluttabile, innocua; i più giovani ci si sono trovati in mezzo a giochi ormai fatti. Allora chi sono i principali responsabili della sponsorizzazione della propria esistenza, in tutto, dai sondaggi sulle abitudini sessuali alle prese di posizione politiche e sociali? A mio avviso i nati tra gli anni ’60 e gli anni ‘70. Con delle attenuanti, certo, ma che a me personalmente non bastano.
La via d’uscita? È una sola: piantarla di dipendere in tutto e per tutto dalle meschinità di chi è pagato profumatamente per apparire meschino, sia nel ruolo di politicante da talk-show, sia in quello di subrettina usa e getta, o di “individuo comune” che deve recitare la parte del coglione, perché fa più presa su un pubblico che, a poco a poco, per non sentirsi diverso è costretto a fare il coglione a sua volta. La via d’uscita è riprenderci le nostre meschinità e viverle in prima persona, ciascuno a modo suo e senza la strumentalizzazione della necessità di battere gli indici d’ascolto, o “bucare lo schermo”, o vendere un prodotto. Dovremo confessarlo o no, prima o poi, ai nostri figli che un mondo-azienda, una vita-azienda, fa ribrezzo, e che le logiche aziendali è meglio lasciarle ai settori lavorativi e non permettere che incancreniscano i rapporti umani, le emozioni e le passioni dei singoli?
Io credo che siano in tanti a non aver più voglia di questo squallore, che oltretutto è responsabile in modo non del tutto indiretto di molti dei conflitti sanguinosi tuttora in atto nel mondo e degli interessi a cui questi sono attribuibili. Dunque, nonostante tutto, sono ottimista. Certo il tempo di opporre il nostro particolare e salutare “gran rifiuto” è forse ancora molto lontano; ma nel frattempo ci organizziamo allenando la mente.

Di tutto questo parla lo spettacolo, senza dirlo però così apertamente; i quadri, i ritratti, sono piccole finestre aperte su segmenti del magma mefitico di cui ho trattato qui, più o meno diffusamente. Canzoni e monologhi sono squarci di quotidianità e di riflessione appesi a brandelli, esaminati in piccolo, restringendo    il campo di osservazione per permettere a ciascuno di riempire un minimo comune denominatore con contenuti personali.
Rispetto agli spettacoli precedenti, questo rifugge dalla tentazione del monologo-proclama, trovando invece nella canzone un più preciso e sintetico strumento di indagine e ricercando formule espressive inconsuete nei collegamenti (spesso analogici e non diretti) tra i differenti pezzi cantati. Le canzoni inoltre sono questa volta molto più umoristiche che comiche in senso stretto, anche considerato cosa si intende oggi per puramente comico, cioè quel giochetto stucchevole e fine a se stesso, da situazione aggregante, da animazione di villaggio turistico, che a me (non so se esserne fiero) non appartiene.

Copyright 2004 - GOLDEN PRESS - via Polleri, 3 - 16125 Genova - Finito di stampare nel mese di gennaio 2004 - 48 pagine - 4 foto b/n



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