Spot. Romanzo (2003) - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Spot. Romanzo (2003)

I libri

Presentazione

di Ilse Paratore D'Arbela


Negli uffici di una grande azienda, in una normale giornata di attività, piombano all'improvviso dei non meglio precisati uomini armati. Minacciano, distruggono, sparano e catturano molti uomini che fanno salire su mezzi di vario genere. La stessa cosa succede in altri luoghi della città. I deportati vengono condotti in moderni campi di lavoro, situati da qualche parte nel Nord dell'Europa.

I prigionieri appartengono tutti a generazioni che non conoscono altra violenza se non quella dei meschini e sordidi malumori di una quotidianità senza valori né sogni. Avranno occasione, loro malgrado, di osservare la propria e l'altrui vita in prospettive fino a quel momento sconosciute. Intanto il mondo prosegue il suo cammino come se niente fosse.

Lo spunto surreale consente di gettare uno sguardo, talvolta disperato talaltra satirico e parodistico, sulle responsabilità concentriche della logica, aberrante perché normalizzata e ammantata di rispettabilità, della triade di potere formata dalla pubblicità, dal consumismo, dalla comunicazione di massa. Una visione sul nostro mondo, e su quello del domani più prossimo, spinta agli estremi del cinismo e della caricatura orrida, ma non priva di inquietanti connotazioni realistiche.

Questo romanzo breve (si parva licet ecc., è proprio il caso di dirlo) risponde ad una precisa urgenza di sguardo generazionale, catastrofico il giusto, sulle prospettive di un mondo che oscilla tra il tripudio per i traguardi raggiunti e il presentimento del tracollo. Non a caso il punto di vista è quello del trentenne/quarantenne di oggi che potrebbe trovarsi, un domani, in una situazione molto simile a quella narrata in queste pagine. Un individuo che ha trascorso la propria giovinezza, e in generale la propria vita, senza slanci e senza strappi, immaturo sempre ma accorto e vigile nel difendere un suo "niente esistenziale", fatto però di certezze incrollabili perché prese a prestito dagli altri ed accettate acriticamente.

Mancuso descrive da anni, nelle sue pagine e nelle sue canzoni, il disagio di far parte della generazione nata alla fine degli anni Sessanta; una generazione, comunque vada, giudicata di scarso successo, poco interessante per i sociologi, distratta rispetto all'universo e agl'ismi di ogni genere e in fin dei conti coccolata dai più vecchi perché innocua e pienamente controllabile; come un bravo figlio che lavora molto, non fa discussioni e non pensa ad andar fuori di casa. Come chi è contento di aver evitato Sessantotto e anni seguenti perché troppo piccolo e movimenti noglobal perché troppo vecchio; o troppo disincantato. O troppo arido.

La tragica storia di questo racconto proietta in un futuro non lontano una sorta di resa dei conti per quanti hanno vissuto, ben pasciuti, all'ombra di un benessere che li ha irrimediabilmente imbolsiti. Lo spunto è surreale, si diceva, ma le sue linee sono immediatamente riconoscibili, come prodromi della fine di una civiltà che solo i molto distratti non riescono ancora ad avvertire.

La volontà di un riscatto, che sarà in parte frustrata e in parte no, consente di considerare la presente breve opera come romanzo di formazione in extremis; una formazione non valida per tutti i personaggi (quindi non per una generazione intera) e comunque significativa, pur nel suo particolarismo di fondo. Anche i ritratti, le figure umane descritte, che a prima vista possono apparire caricaturali, testimoniano di un modo offuscato e parziale di leggere la realtà, modo proprio della generazione di cui sopra.

Chi ha avuto occasione di ascoltare Mancuso nei suoi spettacoli, che in altri tempi si sarebbero definiti di cabaret, non avvertirà alcuna frattura tra la corrente che percorre le pagine del romanzetto e quella che anima le sue ballate sarcastiche, taglienti, in cui personaggi bislacchi esibiscono in modo esilarante un'assurdità solo apparentemente individuale. L'occhiata sulle cose è la stessa, come identica è la ferocia nel puntare il dito sull'inaccettabilità di miti della nostra epoca pacificamente accettati e subiti, quasi non esistesse alternativa alle loro brutture.

Sono pagine divertenti, quelle che seguono; anche se spaventano un po'. Come quando l'autore, da ragazzo, arrivava con centinaia di racconti da farci leggere. Ne abbiamo letto pochissimi, anche se non erano poi tanto male. È stato forse per smettere di spaventarci che, quei racconti, a un certo punto di molti anni fa, Mancuso si è messo a cantarli. E ci ha fatto ridere tanto.


L'inizio...

Quello che credo mi rimarrà maggiormente impresso nella memoria, per così dire, fotografica di questo momento, è la faccia di Venturino che si agita tra i due energumeni, all'interno del furgone, mentre ci portano chissà dove.

Venturino. Lui sempre così eccessivo e pronto a far pesare le cose sugli altri; lui così assurdo nel discolparsi per ogni più piccolo inconveniente, preoccupandosi subito di addossare la colpa a qualcuno intorno, qualcuno di noi; spesso proprio a me che lo malsopporto dal primo giorno che l'ho visto. Non che, per questo, sia peggio di noi. Facciamo tutti così e lo abbiamo fatto sempre. Ma è il suo modo di rendere la situazione che trovo insopportabile, quel vittimismo esasperato e sordo ad ogni barlume di ragionevolezza. Venturino è infantile negli scatti d'ira: precisino, formalistico, burocrate, felino nella sua capacità e sveltezza di puntare il dito su ogni minuscola responsabilità che non lo coinvolga direttamente e di piagnucolare i propri diritti, e le motivazioni inconfutabili del suo agire, in caso di difetto. Ma senza mai dire: "Scusate, ho sbagliato".

C'è sempre una motivazione quando è lui che fa una sciocchezza. C'è sempre un disgraziato "però" che lo salva, al quale può aggrapparsi; uno di quelli che magari nessuno di noialtri utilizzerebbe mai, per vergogna o per riservatezza
.
Ora sta gridacchiando, Venturino. Lo detesto. Vorrei sputargli in faccia. Più a lui che a questi disgraziati in tuta verde che ci tengono legati e che non parlano; nemmeno tra loro dicono niente. Non si scambiano occhiate, come sapessero bene a memoria tutto quello che stanno facendo e che devono fare, quasi lo avessero fatto da sempre. Sono bene addestrati, preparatissimi. Grossi, decisi, armati, vitrei, impassibili.

Dovrei averne terrore, un terrore infinito. Invece me la prendo con Venturino perché è troppo stronzo. Mentre lo portavano fuori dall'ufficio, di peso, sgambettava e lanciava guaiti ferini. Sembrava un mio compagno di scuola che soffriva terribilmente di accessi nervosi, aveva delle vere e proprie convulsioni ad ogni contrarietà. Una volta la suora che ci sorvegliava mentre giocavamo in cortile, all'ora della ricreazione, lo aveva sollevato di peso per un braccio allo scopo di punirlo perché si era rivoltato come un serpente dopo aver buscato un rimprovero e, ricordo, si comportava come faceva Venturino qualche minuto fa nel corridoio principale della ditta: tutto storto, con la camicia che gli usciva dai calzoni, flaccido, informe, privo di dignità
.
Sul portone a vetrata dell'ingresso grande, mentre di peso glielo facevano varcare, aveva tentato di barattare la sua libertà con una carta di credito, o un bancomat, non ho capito bene. Agli scherani che lo tenevano sollevato come un coniglio aveva sussurrato - o creduto di sussurrare, perché invece lo si era sentito tutti - che avrebbe comunicato lì, sul momento, codici segreti ed altre balle per riuscire a far raggiungere il suo conto in banca a chiunque lo avesse lasciato scappare. Ricordo che a uno di quelli che lo portavano sfuggì una risata, metallica ma sincera, subito seguita da quella, più silenziosa ma ugualmente convinta, di Refolo. E dalla mia.
(...)


- 62 pagine
- Copyright 2003 Golden Press - Via Polleri, 3 - Genova
- Finito di stampare nel mese di marzo 2003 dalla Tipografia Ateneo - Via Pegli, 51/53 - Genova


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