Tiresia - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

Vai ai contenuti

Menu principale:

Tiresia

I libri > I racconti

TIRESIA



Non la stavo spiando, giuro. Se mi trovavo dietro quei cespugli, presso quella fonte, era per certe stranezze tutte mie che sarebbe troppo lungo e faticoso cercare di spiegare. Ci riuscivo magari un tempo, da ragazzo, a dirne qualcosa, ad illustrarne qualche pezzetto; poi, via via, un po' se ne va la voglia e un po' manca il tempo. Inoltre dopo un po' non si è più capaci e tutto si complica. La vita ci distrae, ci sembra sempre di essere lì, presenti...  e invece siamo già altrove, irrimediabilmente lontani.
  Ma io quel giorno giuro che non la stavo spiando, la vita, né cercavo di riassumerla, di scoprirla, di capirla. Non ero più giovane come un tempo e neppure, naturalmente, vecchio come sono adesso. Non sapevo più niente del passato, neppure del mio, e non mi importava poi neppure troppo del futuro. Mi godevo in santa pace un calmo tardo pomeriggio estivo nella mia consueta solitudine di boschi, che possono essere anche strade, autostrade, autogrill, supermercati. Era tutto uguale a quell'epoca ed era un'epoca strana: non esultavo da matto come da ragazzo e non mi disperavo come adesso sono solito fare purtroppo sempre più spesso.
  Certo l'ho vista. Non credo volessi e sono certo di non averlo fatto apposta. Tamponavo le orecchie nei miei pensieri e non potevo neppure lontanamente supporre che da quel giorno i miei occhi avrebbero fissato le loro ultime immagini eterne.
Ho scostato un ramo senza motivo, mentre sedevo su una pietra tra foglie e muschio, e l'ho vista. Era la vita, era tutta la vita nella sua spaventosa bellezza che, dopo essersi tolta ogni indumento, si immergeva nelle acque della fonte per prendere il fresco, ristorarsi, forse lavarsi, perché credo che anche la vita si lavi, di tutte le porcherie che si ostina con gusto cinico a farci sopportare.
  Era nuda, la vita. Per la prima volta forse la vedevo così e ne ero emozionato ma in un modo tutto sereno, come se solo allora mi si rivelasse per ciò che di più gradevole era capace di risultare ai miei occhi.
  I suoi seni erano le mie emozioni di solitario corridore della pianura, dall'Appennino Ligure alle Prealpi Lombarde, di record-man del tempo preso tra casello e casello della A7, di contadino mancato, di macchinista di treni sognato, di cantore fallito ma felice, di amante impetuoso e sempre fuori luogo, di collerico arringatore di folle inesistenti, di chiasso continuo nella mia mente e di strofe di canzoni, di versi di poesie, per fortuna non mie.
  Distinguevo con straordinaria esattezza ogni più lieve ruvidezza dei suoi capezzoli e non mi capacitavo di essere cresciuto in quello sguardo, cresciuto fino al punto di fare il punto su ciò che ero un tempo; e ciò che stavo diventando, e forse ero destinato da sempre a diventare senza accorgermene, era scolpito su quei pochi centimetri quadrati di carne e di pelle misteriosa e appetitosa, così golosamente bicolore, come certe mie giornate di entusiasmi improvvisi e noie mortali, fatiche impervie e tormente, poi bonacce, riposi, dormite pomeridiane d'estate e qualche donna sbagliata mandata al diavolo per poi sentirne un'acuta nostalgia, come da copione, come avevo sognato e letto chissà quante volte.
  L'incavo delle ascelle della vita, che quasi sempre nelle donne compare solo a tratti e lascia immaginare, quella volta in lei era ostentazione ripetuta e ossessionante ma incredibilmente dolce per il suo generoso prolungarsi.
  Avrei scoperto di lì a poco che non si trattava di generosità ma di malizia atroce, inconscia, tanto più dannosa quanto più era grande la calma di godermela tutta, in silenzio e senza schiamazzi, quasi avessi in quel momento toccato davvero tutti i termini della mia beatitudine solare e anelata da una vita.
  La vita, quella stessa vita che offriva ai miei occhi un ventre chiaro, un ombelico roteante, una rotondità tutta normale e per nulla statuaria, era fatta di notti di festa a passeggio per le strade di un paese che solo in quei giorni riuscivo a godere come veramente mio, con la libertà di chi va sicuro per non aver più nulla da chiedere con ansia e con la paura di sentirselo negare.
  I fianchi della dea erano le storie che in tanti giorni della mia adolescenza avevo inventato con piacere irripetibile; storie di uomini soli, liberi e felici, anche se malinconici e taciturni, che abitavano tutti in stanzette a ridosso dei tetti, in mansardine squallide ma con una bella vista alle finestre. Tutte cose, quelle, che vivevo in quei giorni esattamente come le avevo immaginate. Dire "esattamente" non mi faceva esultare dalla gioia, questo no, perché di guai ce ne sono sempre, ma mi faceva star bene e mi faceva sentire di essere davvero io, di avere ottenuto quello che in fondo avevo programmato con la mia cronica abitudine a non strafare neppure nei sogni.

  I peli delle sue gambe, non sempre chiari e impercettibili ma delicatissimi, erano le tante soddisfazioni provate a ripensare a ciò che in certe buie giornate della mia fanciullezza ero stato; erano il segno del pericolo passato, magari non scampato ma lontano; erano il ricordo della prigionia di chi la prigionia la ricorda in uno splendido pomeriggio di luglio in riva al mare, con la macchina posteggiata bene e vicina alla spiaggia, con il costume sotto i jeans più frusti e più adorati, tolti qualche attimo prima insieme al sudore che si portano addosso e arrotolati su un asciugamano con stampata la faccia di un leone, e la catenina d'oro riposta insieme all'orologio nella custodia degli occhiali da sole, vicino al portafoglio da tenere costantemente d'occhio, più per la patente che per le tremila lire di carta e qualche moneta buone forse per un bicchiere di minerale ed un ghiacciolo da prendere al bar dei bagni, in quella baracca a spalto sulla spiaggia, dove un tempo correva la ferrovia litoranea tra Genova e Varazze (le gallerie sono ancora lì, belle e lugubri da impazzire), dove tutto sa di legno, di calore e di olio abbronzante della schiena della donna che ti sta davanti, nella coda che fai per lo scontrino presso il bancone. E quella donna è scalza, non giovane ma attraente, profumata, potresti anche amarla in quel minuto, snidandola dalla sua riservatezza un po' ridicola di donna vestita di pochi angoli di stoffa acrilica, con quel tanto di pelo giusto che, quando si volta per andarsene con i suoi due panini comprati, le riesci a scrutare in basso ai bordi del costume di sotto; quel tanto che ti fa sentire vivo e ridere dentro ed essere contento che se ne vada senza degnarti di uno sguardo. Perché non si può far tutto ed è bene che qualcosa rimanga pura possibilità e non ci si debba stancare, o sporcarsi le emozioni.

La dea offrì ai miei occhi, come lo sapesse (e forse lo sapeva, maledetta!) la frastagliata e rossiccia feritoia del sesso, lasciandomi gongolare e sussultare come ancora e sempre un uomo è costretto a fare anche contro la sua volontà, anche quando non ci pensa, anche se ha ben altro per la testa e si dimostra sinceramente persino annoiato per la visione. Quel capovolgimento di bocca insultante e delicato era il punto quasi fermo che mi illudevo di aver raggiunto nel mio mestiere, nella professione che svolgo tuttora con un piacere che è stato sconfitto dalla fatica e dalla dannazione a cui quella giornata infausta mi ha costretto. E forse non poteva durare davvero quella gioia incendiata per un lavoro da amare come tanto lo avevo amato fino ad allora. La vita non sopporta chi prende con gusto la fatica. La vita non sopporta la gioia di chi la vive davvero e non si limita ad accettarla con rassegnazione. La vita non sopporta chi si accontenta, chi non si lamenta, chi non si sacrifica, chi non lo fa pesare.
  La vita non sopporta chi è felice.

  Ed io, che le guardavo voluttuosamente ma tranquillo quel gran culo che solo certe donne hanno la bestiale fortuna di esibire, fui travolto dalla legge del destino ed affossato, finito per sempre. Quello spacco sontuoso, tra due rotondità che avevo spesso ammirato e scoperto e sondato con grazia, mi stava trascinando nell'abisso della vita normale che avevo sempre rifiutato; mi stava buttando in tutte le cose che non avevo mai sopportato, in ogni miseria del mondo che cercavo ogni giorno di fuggire, riuscendoci per giunta e neppure poche volte.
  La dea, che tutti erano abituati a vedere con l'elmo, la lancia e lo scudo, in perfetta tenuta da guerriera, la Pallade Atena che ci distrugge l'esistenza, la guerra, le liti, gli scontri, le piccole miserie di ogni giorno, le nostre incomprensioni, era da me scoperta nella sua essenza più nascosta e più bella, più vera, più gentile, più sublime.

  Era finita, per me. Non lo avevo fatto apposta ma, certo, avevo osato troppo, e solo in quell'istante compresi quanta felicità fosse passata attraverso la mia mano senza che io riuscissi a fermarla mai più del lecito e mai tutta intera, ma almeno con l'illusione di conservarne comunque qualche frammento tra le dita, sotto le unghie, nelle pieghe del palmo, del polso. Quei frammenti scomparvero definitivamente perché erano anche troppo per quello che lei, la troia, poteva accettare in un essere umano.
  Mi vide e pensai che gridasse, che chiedesse irrazionalmente aiuto, che mi insultasse chiamando a gran voce il suo uomo che forse era lì nei pressi.
  Niente di tutto questo. A passo di corsa, impedita un po' dalla resistenza che l'acqua opponeva ai movimenti delle sue gambe immerse fino al ginocchio, mi corse incontro con le mani protese così nuda com'era e la vidi ancora meglio, scorgevo e valutavo come inebetito ogni più piccolo particolare del suo corpo che si faceva sempre più vicino a me e sempre più grande, sempre più vero e palpabile. Ma non pensai nemmeno per un attimo di palparla e potrei dimostrarlo, oltre che giurarlo. Non è nelle mie abitudini. Non afferro ciò che non conosco, ma ne sazio la vista che è il carburante migliore per qualunque sognatore felice di esserlo e appagato dalla vita.

Ero appagato dalla vita e non chiedevo cosa avesse intenzione di fare la dea correndomi incontro a quel modo; comunque non mi illusi nemmeno per un attimo che lei, come nei peggiori ed irreali romanzi pornografici, mi si buttasse tra le braccia. Rimasi fermo a godermela tutta, qualunque cosa dovesse e potesse accadere, e probabilmente non potevo muovermi, anche volendolo, perché il Fato aveva già stabilito il suo piano ed io lo stavo rispettando.
  Uscì dall'acqua e le vidi anche i piedi, belli, delicati, sottili, lisci. Ora la conoscevo tutta.
  Gli ultimi istanti li consumai fissandole da vicino la vulva, che già conoscevo ma che ora, essendo proprio all'altezza dei miei occhi, rappresentava qualcosa di assoluto e non riuscivo a staccarmene. Fu su quell'immagine, elaborata e scomposta, protesa e socchiusa per i movimenti delle gambe sul terreno irregolare della riva della fonte presso la quale sedevo tra i cespugli, che tutto si spense.
  La dea, senza un grido e senza una parola, mi mise una mano sugli occhi. Ne avvertii la delicatezza che mi bagnava un po' il viso; istintivamente chiusi gli occhi e da quel momento non vidi più.
  Ora l'unica immagine che porto con me non è il buio che ho davanti ma è un misto di passato fermo sulla stessa immagine di allora e di futuro che inutilmente sono in grado di conoscere, per una sorta di dono non richiesto che il destino mi ha voluto fare, a parziale rimborso di una punizione troppo severa o forse ad estremo dileggio della mia felicità di allora, insopportabile per tutti. Un uomo appagato e felice di quelle povere, piccole cose che si è sempre scelto con cura senza dare fastidio a nessuno, dà un fastidio incredibile.
  Dunque l'ultima immagine che porto stampata e luminosissima davanti ai miei occhi è proprio quella della mia felicità minuscola e perduta.
  Tutti dicono che io ormai veda solo, e per sempre, il corpo nudo della dea con tutti i suoi annessi e forse qualcuno mi invidia perché ho fermato ed eternato qualcosa di sublime. Io lo lascio credere a chiunque lo voglia, ma non è così. Il corpo della dea è solo un simbolo, oppure un pretesto. Sono tante e ben più ampie le cose che ho perduto e che ripasso in ogni sguardo vuoto della mia vista ferma: qualcuna di queste si può spiegare, volendo, ma la maggior parte no. Sono sensazioni, ricordi, passaggi, mercati di paese, mattine di sole, volti di donna e magari anche corpi di donna; ma niente di tutto questo ha valore se non è supportato dallo spirito con cui uno vive ogni cosa. Io quello spirito lo avevo e il capriccio di una dea, interprete del destino, me ne ha privato.
  Adesso sono come tutti gli altri, come tutti voi, infelice; ma ho in più il morso sfacciato della nostalgia, quello che sa rendere atroce il fermo-immagine che inquadra ciò che è stato dentro di me.
  Sono Tiresia l'indovino, il punito dal destino. Vivo nel mio passato che è fermo e bello come il corpo della dea, e per questo insopportabile. Conosco il futuro nella misura in cui so già come andrà a finire ogni cosa e pertanto non mi faccio più illusioni e non riesco più a sognare. Come tutti voi, finalmente.




BERGAMO,  18/03/1997       ore 2:37


Torna ai contenuti | Torna al menu