Treno in transito - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Treno in transito

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TRENO IN TRANSITO



  Dunque Vittore, nella sua vita blindata tra lavoro e famiglia, escogitò una sorta di passatempo che lo rendeva euforico. Di più, lo faceva sentire vivo, anche se contemporaneamente pazzo, e gli procurava una gran dose di emozione.
  Un giorno alla settimana - in quanto le cose che piacciono davvero, e sono proibite, si riescono a fare al massimo una volta alla settimana, prima che si venga scoperti - un giorno alla settimana, dicevo, si recava nella stazioncina ferroviaria di un paesino della pianura per veder transitare i treni rapidi. Un treno al pomeriggio ed uno alla sera.
  Vittore non usava certo, per questa sua trovata, una giornata di festa, ma rubacchiava un po’ di tempo al tragitto che faceva per recarsi al lavoro, uscendo di casa un po' prima, dopo pranzo e rincasando un po' dopo il solito. Siccome raramente pranzava fuori non riusciva mai a dedicare magari un'intera ora a quel bizzarro svago, ma sempre poche manciate di minuti prima di correre al lavoro o prima di correre a casa.
  Aveva scoperto questa emozione nuova (o riscoperto un vecchio sistema per provarla) naturalmente per caso. Un giorno di inverno, trovandosi a passare in macchina per il paesino di pianura in questione per ragioni di lavoro, si era mezzo perso fra le strade del centro. Adorava perdersi con la macchina in un luogo poco conosciuto: poteva così iniziare a girare un po' alla cieca, imboccare strade e viottoli, esplorare parcheggi, azzardare l'ingresso in una strada chiusa, finire una breve corsetta davanti ad un garage, ad un palazzo, al cancello di una villetta... e poi fare candidamente marcia indietro, godendosi appieno le canzoni diffuse dalla sua autoradio e da lui attentamente selezionate prima di partire, per berle fino in fondo durante il tragitto, da solo, con una  meta – di lavoro, quindi a posto con la coscienza – ma con un po' di tempo davanti, e sentirsi come uno che gioca a far finta di scoprirsi vero e felice!
  Girando quindi, senza alcun tipo di ordine nelle traiettorie che molto spesso lasciava scegliere al caso, si era ritrovato a percorrere un viale alberato, quasi deserto nell'ora pomeridiana luminosa ma fredda. Rallentando l'andatura della macchina, di quando in quando si perdeva con gli occhi all’insù, verso gli alberi del viale che osservava uno ad uno, dalla base del tronco che emergeva da un'aiuola coperta da un letto di foglie secche, stretto tra l'asfalto, alla cima.
  Approfittando del fatto che nessuna macchina lo precedeva e nessuna - aveva controllato nello specchietto retrovisore - era dietro di lui, si fermò. Così, in mezzo alla strada. Spalancò il finestrino, cacciò fuori la testa e sorseggiò l'aria gelida accarezzando con gli occhi i platani più vicini.
  Avvertì un rumore, come un ronzio crescente. Spense l'autoradio. In un attimo il rumore gli fu addosso; come un'enorme freccia lunghissima e colorata, correva oltre una balaustra in pietra, pochi metri più in là degli alberi che stava osservando.
  Era l'"Inter City" per Milano che correva su quel tratto della Direttissima proveniente da Venezia e transitava nella stazioncina di quel paese con la stessa indifferenza con cui avrebbe potuto rasentare un campo aperto.
  Vittore ebbe un sussulto, sorrise, cercò di guardare meglio in direzione del treno ma quello era già passato. Lasciava dietro sé un forte vento e un rotolare di ferro, uno sbattere lontano nella terra. Chissà a quanto andava, pensò Vittore. Centoquaranta, centocinquanta all'ora. Forse di più. Si sentì strano. Felice ma un po' deluso per non aver visto bene tutta la scena del passaggio del rapido.
  Se se ne fosse accorto prima sarebbe stato ancora meglio, come un tuffo al cuore, una bevanda ghiacciata, una sincope, un rapido ricordo; la sua infanzia. Un nome di donna.
  Decise che, appena possibile, sarebbe tornato alla stessa ora per concentrarsi meglio e avere maggiore soddisfazione. Rovistò nel portaoggetti della macchina alla ricerca di un fogliaccio e di una penna. Non trovava nulla. Buttò tutto in aria e venne fuori una vecchia busta, ingiallita e sporca, impolverata, dell'assicurazione. Dal lato opposto a quello dell'intestazione c'era un po’ di spazio bianco, buono per annotare l'ora esatta del passaggio del treno in quella stazioncina ed essere puntuale per un'altra volta.
  Mancava la penna. Non trovò nulla. Ferirsi e scrivere col sangue non gli sembrava il caso.

  Ricordò una volta che voleva annotare il numero di telefono di una ragazza e né lui né la ragazza avevano una penna. Lo incise con un'unghia su un biglietto dell'autobus, promettendosi, appena a casa, di evidenziare il bassorilievo e portare alla luce i numeri passandoci sopra la matita. Entrambi trovarono la cosa straordinariamente romantica ma nell'incidere, Vittore, forse per un difetto della sua unghia o della sua vita, aveva sbagliato qualcosa e si trovò a telefonare, per una settimana di fila, al numero di un negozio di autoricambi, di tale Bepi Stafossi. Che dopo varie telefonate lo mandò affanculo. Vittore si convinse che Bepi Stafossi fosse il padre o il fratello o addirittura il marito della ragazza di quella volta e, preoccupato, non chiamò mai più.  Non seppe mai più nulla di lei e quando, un mese dopo, il giornale locale portava in prima pagina il suicidio per amore di Giustina Giustenice, fanciulla delusa, Vittore aveva talmente tanto da fare che non lesse il giornale, non vide la foto della ragazza e non fu colto nemmeno per un attimo dal sospetto che Giustina Giustenice potesse essere la ragazza che aspettava la telefonata. Per fortuna non lesse il giornale, perché tanto la suicida non era lei.

  Non trovava nulla che assomigliasse ad una penna. Non voleva correre il rischio di annotare, con l'unghia, l'orario sbagliato; passi una donna, ma un treno non si può perdere. Anche se è un treno che non si deve prendere perché nemmeno si ferma dove siamo noi ad aspettarlo. E una donna, persino una donna: vederla passare senza fermarsi è un conto (fa male? Fa bene? Chi può dirlo!), ma non esserci quando passa, per poi magari sentirsela raccontare da un amico, è insopportabile.
  Vittore era sempre fermo con la sua macchina in mezzo alla strada. In lontananza scorse un persona infagottata che procedeva a piedi verso il luogo dove lui era fermo. Mosse la macchina e le andò incontro.
  Se fosse stata una ragazza avrebbe senz'altro avuto nella borsetta una matita per gli occhi e lui le avrebbe chiesto quella, per annotare l'orario di passaggio del treno. Se fosse stata una donna avrebbe senz'altro avuto nella borsetta un rossetto e lui le avrebbe chiesto quello, per scrivere sul finestrino della sua macchina l'orario di passaggio del treno promettendo alla signora di ripagarle il rossetto, prima o poi e, se era il caso, di regalarle anche un paio di calze più attraenti di quelle che indossava; anche se, così infagottata, se fosse stata una donna Vittore non avrebbe mai saputo che tipo di calze indossava, e quando fa freddo, come faceva quel giorno, non si può pretendere che una donna vada in giro conciata in maniera arrapante.

  Per fortuna era invece un vecchio, un professore di greco del ginnasio e Vittore non lo riconobbe solo perché non aveva fatto il ginnasio. Certo, anche se avesse fatto il ginnasio non avrebbe avuto quel professore perché lui aveva studiato in un'altra città, lontanissima, ma quello era un vecchio professore conosciuto da tutti, in paese, e girava sempre con un sacco di penne nel taschino della giacca: quelle rosse per le correzioni, quelle nere per le firme ufficiali e quelle blu per prendere appunti. Aveva anche, lo sapevano tutti, tre matite perfettamente temperate che teneva avvolte in un involucro di carta stagnola da quando, un giorno, inciampando sulle scale del palazzo delle Poste, si era ferito molto seriamente conficcandosene una nel fianco.

  Vittore era sul punto di fermarlo e chiedergli se per caso avesse qualcosa con cui si potesse scrivere, ma all'ultimo momento si vergognò dell'idea di annotare il passaggio di un treno in transito. Non volle però uscire completamente sconfitto dalla scena e pensò di chiedere al vecchio qualcosa che potesse comunque avere un'attinenza logica con la sua esigenza del momento e non fare, quindi, con se stesso, la figura dell'impacciato.
  Chiese al vecchio l'ora, pensando che sentendosela ripetere da un altro l'avrebbe memorizzata più facilmente. Ma il vecchio, che nelle tasche aveva penne e matite, l'Atlante geografico della De Agostini aggiornato, brani sparsi di Eschilo - che Vittore non conosceva e non conobbe mai perché oltre a non essere di quei luoghi non aveva fatto il ginnasio - insomma, il vecchio che nelle tasche aveva un seghetto, un frammento di stuoia da mare, un modellino della Scala di Milano in pietra di fiume e il numero di telefono di una sua ex allieva, non aveva però alcun orologio.
  Così sorrise alla richiesta di Vittore e scosse il capo allargando le braccia sinceramente dispiaciuto; così dispiaciuto che volle comunque dare a Vittore qualcosa. Iniziò a rovistare nelle sue tasche, tutte: le due esterne e le due interne del soprabito, le tre esterne e le due interne della giacca, le due esterne del panciotto e quelle della camicia.

  Vittore aspettava col motore acceso, all'interno della macchina, con un gomito appoggiato al finestrino spalancato e una faccia da mezzogiorno in riviera d'estate. Di tanto in tanto controllava che non arrivasse nessuna macchina da dietro e gettava occhiate nervose allo specchietto retrovisore. Per fortuna nessuno turbava la quiete magica di quel viale di un pomeriggio freddo di inverno.
  Alla fine il vecchio professore optò per consegnare a Vittore il numero di telefono della sua ex allieva. «Ne abbia cura», disse, tradendo una certa commozione. Poi andò via, ricomponendosi negli abiti e suonando in sordina le nacchere che teneva sempre a portata di mano nella tasca destra del paltò.
  Vittore, preso il foglietto, ebbe un sussulto: i primi quattro numeri del telefono della ex allieva del professore erano: 1, 5, 3, 2, ovvero le quindici e trentadue, esattamente l'ora del passaggio del treno, alcuni minuti prima, che Vittore aveva controllato all'orologio del suo cruscotto ma che aveva temuto di non riuscire a mandare a mente.
  Ora poteva ricordare l'orario esatto: ce lo aveva scritto. Però sul foglietto erano segnati altri due numeri che, alla lunga, avrebbero potuto confonderlo e fargli sbagliare l'orario. Decise allora di strappare il pezzo di foglietto che non lo interessava, quella porzione con sopra gli ultimi due numeri che non gli erano utili. Prima però, colto da un sospetto, volle fare un tentativo: in fondo al viale, verso il fabbricato della stazione, c'era una cabina telefonica.

  Pensò che... non si sa mai. Posteggiò nel primo spazio bianco a disposizione e corse verso la cabina. Compose il numero non sapendo neppure bene chi sperava gli rispondesse e cosa avrebbe dovuto o potuto dire. La ex allieva del professore poteva essere chiunque: ancora una ragazza, già una donna, una signora ormai anziana, oppure quella ragazza della volta che aveva inciso il suo numero di telefono sbagliato con l'unghia sul biglietto dell'autobus.  D'accordo, quel fatto era accaduto in un'altra città e tanti tanti anni prima, ma Vittore pensò che i numeri di telefono non sono poi infiniti e, gira gira, molti si assomigliano tra loro, quando non sono addirittura gli stessi; un po' come tutte le storie che ci capitano.
  Compose il numero ma, per fortuna, a sottrarlo all'impaccio, rispose Bepi Stafossi. Vittore fu contento, come un bambino; aveva le lacrime agli occhi e stava già per raccontargli cosa aveva fatto in tutti quegli anni che non si erano più sentiti: perché, pensava Vittore, non si può cambiare città, cambiare vita, affrontare nuove situazioni, nuovi lavori, diventare diversi e grandi e poi vecchi, e soffrire, aver paura, fare l'amore, rincorrere una donna e scappare da un'altra, avere dei figli e non sapere cosa dire loro, veder cambiare il proprio volto e il modo di vestire... senza raccontarlo a qualcuno che apparteneva alla nostra vita di prima. Vittore stava già per raccontare tutti quei lunghi anni di vita, con il groppo in gola, a Bepi Stafossi quando Bepi Stafossi lo mandò affanculo e buttò giù il telefono. Vittore capì che certe cose della vita ci fanno capire che, nonostante gli avvenimenti e il mondo trasformato intorno, uno è quello che è sempre stato.

  La settimana dopo, alla stessa ora, anzi con qualche minuto di anticipo, era lì. Parcheggiò la macchina e si avviò, tutto allegro e fischiettante, verso la stazione. Varcò il cancelletto situato tra il fabbricato viaggiatori e il casotto delle latrine, si trovò piacevolmente di fronte ai binari e cominciò a risalire la linea in direzione Venezia, percorrendo il marciapiede, altrimenti detto banchina. Beh, per Vittore la "banchina" era prettamente quella portuale. Per le stazioni utilizzava il termine "pensilina" ma solo nel caso in cui il marciapiede fosse dotato di tettoia di copertura; quella stazione invece non aveva tettoia, nemmeno in corrispondenza del fabbricato, degli uffici del personale, dell'uscita del sottopassaggio che permetteva di raggiungere i binari numero 2 e 3 senza essere stirati da qualche convoglio e senza incorrere nelle ire giustificate di qualche ferroviere di guardia.
  Percorse dunque solo un semplice marciapiede che costeggiava la linea a pochi centimetri dal binario 1, quello su cui sfrecciavano i treni in transito provenienti da Venezia. In tutto la stazione aveva quattro binari, i primi due veloci, per così dire in linea diretta con la... linea, ed altri due in deviata, di cui solo uno usufruiva del secondo marciapiede di cui era dotato lo scalo; l'ultimo, quello verso la balaustra che chiudeva a nord l'area della stazione e che costeggiava una strada e alcune casette basse, era solo un binario di servizio e terminava, al di là di un vecchio scambio, contro i respingenti di un binario morto, prospiciente un orto prospiciente un casello, dipinto come la stazione, basso e divertente. Le traversine dei primi due binari erano già in cemento armato, quelle degli altri due ancora in legno, tutte macchiate ed irregolari.

  Quella linea, e presumibilmente quella stazione, erano state costruite quasi un secolo e mezzo prima. Vittore, camminando verso il segnale luminoso che chiudeva la stazione alla fine del marciapiede, si lasciava avvolgere dal peso della storia: la Seconda Rivoluzione Industriale, l'età del carbone e del ferro anche in Italia, le locomotive a vapore, i vecchi colori dei vecchi treni, il Risorgimento di Garibaldi in carrozza, le poesie di Carducci, le fotografie dell'età Giolittiana, la partenza dei fanti per la Prima Guerra Mondiale, l'Orient Express, Mussolini e la sua Marcia su Roma fatta in vagone letto, le littorine dei gerarchi, il treno speciale per il negus, i film di Pietro Germi, i treni dei tifosi di squadre di calcio, le vecchie carrozze centoporte con interni in legno - ex terze classi, da poco scomparse - il Pendolino.  Infine i suoi treni, tutti quelli presi per evadere da un posto all'altro. Vittore era più volte scappato in treno per raggiungere un altro posto e aveva vissuto, durante il viaggio, la soddisfazione dell'evasione e l'ansia dell'arrivo nel posto nuovo da dove, ben presto, avrebbe cercato di evadere ancora, a volte per tornare da dove era partito, a volte per andarsene ancora più lontano, sempre con la stessa gioia e con la stessa ansia.

  Comprese in un lampo che la sua felicità era costituita unicamente dai viaggi; che la partenza e l'arrivo erano fattori secondari, come il passato ed il futuro: ciò che speri non esista più e ciò che attendi con ansia di andare a trovare. La felicità era il viaggio, cioè il presente, che non esisterebbe senza la partenza e l'arrivo, senza il passato ed il futuro. E siccome in un viaggio le uniche cose che contano davvero sono il posto da cui siamo partiti (ed il suo perché) ed il posto in cui ci stiano recando (con il suo perché), Vittore ebbe per la prima volta la netta sensazione dell'inesistenza dei suoi viaggi, ovvero della sua felicità. Fermare un viaggio e farlo rimanere tale proiettandolo all'infinito è impossibile; fermare un viaggio significa arrivare.  Ricordare un viaggio, impresa già di per sé piuttosto difficile, soprattutto per chi viaggia molto, non ha senso. Di un viaggio in genere si ricordano la partenza e l'arrivo, mai i posti attraversati. Al massimo le persone incontrate nello scompartimento e con le quali si è anche scambiata qualche parola, ma le parole scambiate in viaggio non hanno valore. In viaggio si raccontano un sacco di balle. Inoltre quello che accade nel chiuso di uno scompartimento non è viaggio ma è stasi, luogo fermo – per la ben nota legge della relatività – che nega il concetto di spostamento e che non può essere mai scambiato con il transito.

  Vittore, se era stato felice, lo era stato unicamente durante i suoi viaggi, con gli occhi a rincorrere pali e pianure, campi e fiumi, trattori e contadini, cascinali e città. Lui che in ogni posto visitato aveva provato gioia solo al pensiero di quando avrebbe lasciato quel luogo per raggiungerne un altro, adesso attendeva l'arrivo del rapido in transito per riprovare, da una prospettiva diversa, opposta direi, un frammento della medesima gioia. Con la segreta speranza che fosse più vera, più chiara, più godibile.
  Da anni non viaggiava più. La sua vita si era fermata in un posto ed era ormai soltanto quella. Mentiva a se stesso dicendo che era stanco di viaggiare; in realtà non provava più quei sussulti del cuore che solo una partenza ed un arrivo, con ciò che sta in mezzo, sapevano comunicargli.
  Quindi ora cercava di riparare parzialmente a quella sua frattura del cuore aspettando il transito di un rapido Venezia-Milano del pomeriggio. Si avviò la campanella che annunciava l'arrivo del treno e Vittore cominciò a sentirsi montare dentro, in trepida attesa, una voglia di tutto, irrazionale ed infantile. Quante campanelle aveva sentito, nella sua vita! Le campanelle delle stazioni di provincia o di campagna, dei suoi luoghi, dei suoi paesi. Un suono persistente e a suo modo angosciante, che fa desiderare soltanto la sua fine, che talvolta ci sembra troppo breve e talvolta interminabile.

  Mentre la campanella suonava ancora, Vittore gettò un occhio sul segnale luminoso posto fuori dalla spazio della stazione, in direzione di Milano: era giallo e lampeggiava, vivo, palpitante, come avvertisse dell'avvento imminente di qualcosa di importante.  Quando la campanella smise il suo suono, di botto, senza eco, lasciando tutto intorno uno stupore di silenzio, il segnale si fece verde. Allora Vittore volse lo sguardo dalla parte opposta, sporgendosi con la testa più che poteva verso la linea ma facendo attenzione a rimanere bene al di qua della striscia gialla di protezione, situata a venti o trenta centimetri dal ciglio del marciapiede, a ridosso del binario. Più per non essere sgridato da qualche ferroviere di guardia che per reale senso del pericolo.  L'altoparlante avvisò di allontanarsi dal primo binario per treno in transito. Vittore volse lo sguardo dalla parte opposta al segnale ormai persistentemente verde e il treno già si vedeva, anche se ancora distante oltre un chilometro, sul rettilineo della gran pianura. I fanali sfavillavano appuntiti e si avvicinavano sensibilmente. Il treno fischiò da lontano due o tre volte e si ingrandiva. Non appena Vittore riuscì a scorgere intera la sagoma del muso, percepì con emozione l'andamento dolcemente sobbalzante del locomotore che in due punti oscillò anche, uno scarto rapido prima a destra e poi a sinistra. Si avvicinava con un sibilo, il pantografo sbadigliò un lampo, la linea aerea sfrigolava ed oscillava e fu un attimo che Vittore notava tutte queste cose, roteando rapidamente gli occhi in direzione di ciò che voleva osservare e su cui non si poteva soffermare che frazioni impercettibili di secondo. Trattenne il fiato, strinse i pugni nelle tasche, avvertì un sussulto nel suo cuore di bambino, che in quell'istante era tornato a trovarlo, ed erano tantissimi anni che non si sentivano neppure per telefono.

  Il treno gli soffiò accanto come un vento fortissimo. In un momento vide i fanali vicini, i numeri sulla facciata del locomotore, l'ombra del macchinista dietro i vetri, lassù in alto, in alto come un padre per un bambino o come un dio. Il ronzio del locomotore fu qualcosa che arriva e se ne va come l'amore, o come la vita. Seguì una fila di finestrini senza tempo e senza storia e subito il ronzio, il sibilo, il soffio ed il vento erano già passati, si affievolivano oltre il segnale luminoso ormai tornato ad essere rosso; a ricordarne il passaggio rimase ancora, per alcuni secondi, soltanto l'esile cinguettio dei fili della linea aerea che oscillarono ancora un poco prima di essere restituiti all'immobilità.
  Ecco cosa erano i suoi viaggi; ecco cosa era la sua felicità.  Tutta lì, se estrapolata dai concetti di partenza e di arrivo, se ripulita dal significato di uno scompartimento e di chi ci viaggia dentro insieme a noi. Quello era tutto il nucleo della felicità di un viaggio. Vittore comprese finalmente perché le persone normali, quando viaggiano in treno, solitamente o leggono, o dormono, o pensano a quello che devono fare una volta arrivati a destinazione. Lui che voleva esistere solo nel viaggio doveva accontentarsi di quel lampo di velocità che ti sfiora e ti scuote l'anima, ti fa tremare i peli della barba o i capelli, ti fa tremare ed urlare dentro di gioia e poi se ne va lasciando solo il silenzio, più forte di prima.

  Tornò ancora molte volte a veder passare i rapidi in quella stazioncina, sia di pomeriggio che di sera, con le luci nel buio, ed era ancora un altro modo di provare la stessa emozione. Rubava qualche minuto al suo tempo senza dirlo a nessuno. Sembrava davvero un pazzo. Aspettare un treno che non si prende perché non si ferma, che non si può perdere perché non ci serve e che se ne andrà senza di noi è qualcosa di ben strano. Eppure Vittore in quella stranezza sentiva tutto il senso della propria esistenza e ci sguazzava, lanciando a volte gridolini acuti dentro sé, come di gioia o di paura emozionante.
  Tornò per tutto l'inverno, una volta a settimana, a ripetere quel rito e vi dedicò gran parte delle aspettative della sua primavera. Poi, un giorno di giugno, mentre aspettava nell'aria finalmente diventata calda l'arrivo del solito rapido del pomeriggio, sperando che transitasse veloce, cosa che non sempre accadeva, vide crollare i suoi sogni e si sentì sconfitto per sempre.
  Il treno era in ritardo ma lui lo aspettava fiducioso, anche perché aveva visto cambiare intorno a sé, in tutti quei mesi, il paesaggio della stazioncina; aveva visto fiorire gli alberelli piantati tra la balaustra in pietra ed il marciapiede, aveva assaporato il profumo della siepe che delimitava un vialetto dietro il casotto delle latrine, aveva visto arrivare le rondini nel cielo e girare chiassose, a sera, intorno alla torre-faro.
   Quella volta non si accorse che per lui si stava facendo tardi, che doveva andare a lavorare, che non poteva più rimanere lì. Tuttavia ci stava, convinto di poterselo permettere, di avere il diritto, dopo tanto lavoro e tanta infelicità, di regalarsi quella gioia a dispetto di tutto e di tutti. Promise a se stesso che non se ne sarebbe andato senza aver visto transitare quel treno.
  Passò un'ora. Ne passarono due. Vittore aspettava sempre, passeggiando sul marciapiede con sguardo sicuro, come se controllasse la linea. Poi gli si avvicinò un tizio, straniero, mal vestito. Gli chiese, in un italiano incerto:
  «Scusi, a che ora finisce lo sciopero?»


Bergamo,  15/03/1998



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