Ultimo spettacolo al teatro del Basilisco - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Ultimo spettacolo al teatro del Basilisco

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ULTIMO SPETTACOLO AL TEATRO DEL BASILISCO



La farmacia era sicuramente quella indicata, anche se Ubaldo non ne ricordava il nome. E non se lo era appuntato.
«C'è il signor Girolamo?»
«Potrebbe essere qui a momenti. Ma potrebbe anche non passare e andare direttamente a casa. Io sono la moglie. Chi lo desidera?»
«Sono Grisafi, sono quello che deve fare lo spettacolo questa sera... al teatro del Basilisco.»
    La farmacista accennò allora un sorriso quasi dolce e, dal bancone, porse la mano ad Ubaldo che gliela strinse distrattamente. Disse poi che era possibile trovare suo marito in tre posti: al bar Moderno, quello all'angolo della piazza, o alle bocce, oppure addirittura in teatro.
«Ma non credo che l'aspetti per quest'ora. Mi pare di aver sentito che lei era atteso per questo pomeriggio, o che questo pomeriggio sono fissate le prove con il tecnico delle luci... non so bene.»
Infatti Ubaldo, secondo gli accordi, doveva arrivare a San Graziano solo nel pomeriggio, senza un orario più preciso. Ma all'alba non riusciva più a dormire; ad occhi spalancati ripassava le parti dei suoi monologhi che più gli risultavano ostiche e sulle quali spesso inciampava, durante le serate. Riascoltava mentalmente le canzoni che doveva cantare nello spettacolo sforzandosi di ricordare, silenziosamente nella sua testa, i passaggi dell'arrangiamento, le pause, le entrate tra ritornello e strofa.  Più di tutto sperava gli tornasse il sonno per dormire ancora un paio d'ore, ma senza successo. Siccome non voleva correre il rischio di addormentarsi troppo tardi per poi dormire sodo fino all'ora di pranzo, e rischiare di raggiungere la cittadina dello spettacolo in pericoloso ritardo, si alzò e prese a vestirsi.  Inserì nello stereo la cassetta con la registrazione dello spettacolo per continuare il ripasso.
Scaldava il latte ed il buongiorno gli veniva dato dalla sua stessa voce registrata; percorreva il cammino del suo racconto per recitativo e canzonette che portava in giro quell'anno nei teatri e in alcuni locali che si occupavano del suo genere di spettacolo.  Non amava molto sentirsi cantare, ma riascoltava sempre con piacere le scelte armoniche che rivestivano le sue melodie. Erano di Mattia, arrangiatore e partner musicista di Ubaldo sulla scena, già da un po' di anni.
Il primo sole chiaro, ma freddo, di una bella giornata di Marzo, sorprese le pareti della cucina e l'uomo stesso, appollaiato sull'alto sgabello del suo tavolo all'americana. Accanto alla tazza già vuotata e alle briciole dei biscotti sulla tovaglietta da colazione, canterellava seguendo la registrazione. Alle sette non aveva più niente da dirsi o da fare, in casa e nella sua città, e decise di mettersi in viaggio. La borsa con il cambio di abiti, e tutto ciò che si portava dietro per le sue serate, era già pronta dalla sera prima. La chitarra, chiusa nella custodia, attendeva nell'ingresso, a sbarrare la strada davanti alla porta.  Ubaldo viveva nel continuo ed assurdo terrore di dimenticarla e di essere costretto a comprarne una al volo, per poi fare uno spettacolo con il quale avrebbe guadagnato molto meno del costo di una chitarra nuova.
Spense lo stereo ed estrasse dalla piastra la cassetta con la registrazione, che avrebbe continuato ad ascoltare in macchina. Si affrettò ad uscire per essere in autostrada prima dell'inizio del traffico del mattino.
San Graziano era una cittadina di pianura, a tre ore di macchina. Ubaldo in autostrada andava piano, godeva il viaggio vedendo crescere progressivamente il numero delle macchine man mano che il sole saliva. Gli andava incontro, al sole, e indossò gli occhiali scuri che teneva sempre nella tasca della portiera. Li metteva per la prima volta dopo l'inverno ed erano freddi. L'autoradio diffondeva la sua voce: ora cantava ed ora parlava. Ubaldo cercava di seguire la registrazione facendo coro e notava con gioia di ricordare ogni minima sfumatura del copione. Solo di tanto in tanto metteva in pausa, perché gli sembrava che alcune cose potevano essere tolte, non le riteneva essenziali nè troppo belle. Certe battute non lo convincevano e si riprometteva di fare alcune modifiche al testo. Talvolta non era contento di come appoggiava la voce su questa o quella parola, di un'esitazione, di una frase pronunciata troppo in fretta. Ma a questo si rimedia anche con l'improvvisazione, pensava. Vedrò stasera, quando arrivo a questo punto, come posso fare. Magari cambio qualcosa già in prova.
Lasciata l'autostrada mancavano ancora diciotto chilometri per San Graziano. Ubaldo non c'era mai stato e non conosceva la strada. Seguiva le indicazioni, quando non c'erano andava a naso e si smarrì per ben due volte in tortuose stradine secondarie, tra campi e pioppi, canali di irrigazione e cascinali. I nomi dei paesi, delle frazioni e delle località si facevano sempre più oscuri, mai sentiti, buffi persino. La campagna era bruna e spoglia, Ubaldo la osservava con piacere, senza fretta.
Capitò davanti al cartello bianco di San Graziano praticamente per caso. Era un grosso centro poco distante da un affluente di un affluente del Po, ma nè dell'uno nè dell'altro Ubaldo ricordava il nome, pur avendo attraversato alcuni ponti che scavalcavano i loro letti ricchi di acqua. Passò vicino ad un mercato in pieno fermento e seguì le indicazioni per la stazione dove Girolamo, il direttore del teatro, gli aveva consigliato di lasciare la macchina e addentrarsi nel centro a piedi. A poca distanza avrebbe trovato la farmacia dove lavorava la moglie.
Addossato ad una pensilina dei pullman, davanti al fabbricato della stazione ferroviaria, Ubaldo scorse un pannello per le affissioni pubblicitarie. C'era la locandina del suo spettacolo con una sua foto, un primo piano di tre quarti con un cappello in testa, in bianco e nero. E la scritta recital. Parcheggiò lasciando borsa e chitarra in macchina e andò a piedi verso il centro, alla ricerca della farmacia.
Il borgo antico era delimitato da un ampio canale circolare e da una fila di alberi che seguivano una passeggiata di ghiaia.  Tratti di vecchie mura, torrioni e porte medioevali si alternavano ad abitazioni antiche e recenti. Le strade erano piastrellate con cura, così come curati erano i bassi portici continui che le accompagnavano.

*   *   *


Ubaldo non sapeva dove si trovavano le bocce e non aveva alcuna intenzione di infilarsi nel bar della piazza per chiedere di Girolamo. Si disse che era lì per uno spettacolo e che il suo punto di riferimento in quella cittadina doveva per forza essere il teatro. Chiese informazioni ad un passante, che non sapeva nulla perché non era di lì; chiese ad un altro, che era di lì ma non sapeva ci fosse un teatro chiamato del Basilisco. Ubaldo non si stupiva, era tutto nella norma. Ricordò che quel teatro funzionava anche come sala cinematografica ed entrò in un panificio a chiedere.
«Buongiorno. C'è un cinema da queste parti?»
La commessa che serviva, con le mani infarinate, si bloccò stupita.
«C'è quello parrocchiale», disse, «ma ora è chiuso. Funziona nel fine settimana.»
Da una porticina interna un omone in canottiera celeste e calzoncini fissava Ubaldo; si avvicinò al bancone e disse piano:
«Ce n'era uno a luci rosse, non molto distante da qui. Ma credo che l'abbiano chiuso. Cerca quello?»
«Non credo», ridacchiò Ubaldo, «cerco un cinema dove si fa anche teatro... o dove almeno lo facevano una volta. E' il teatro del Basilisco, sono quasi certo si chiami così. Lo dirige un certo Girolamo.»
L'omone e la commessa si interrogarono con lo sguardo. Dopo un po':
«Ah, deve essere il marito della farmacista.»
«Esatto!» replicò Ubaldo sollevato. E l'omone:
«Allora è proprio il cinema a luci rosse che le dicevo» e uscendo sul marciapiede con Ubaldo gli indicò la strada da percorrere. Non era distante. Camminando lentamente sotto i portici Ubaldo si sentiva sconsolato. Chissà in che razza di buco mi tocca recitare, stasera. Un ex cinema a luci rosse! Purché non mi chiedano di spogliarmi…
Transitò davanti al teatro senza accorgersene, ma alcuni passi dopo ricordò di aver appena visto due bacheche con grossa cornice in legno. Tornò indietro e notò che in ciascuna delle due bacheche vi era una locandina del suo spettacolo. La fila di portici bassi in quel punto si interrompeva per aprirsi in un portico un po' più alto ed ampio che da un arco immetteva in un cortiletto in leggera salita. In fondo al cortiletto, venti metri più avanti dell'arco, una serie di grandi porte a vetri, bordate di legno come le bacheche sulla strada, presentavano lunghi maniglioni verticali. L'insegna era vecchia, recava ancora la dismessa dicitura di cine-teatro, ma l'insieme del complesso, visto così da fuori, aveva un'aria comunque imponente. Intorno al cortiletto i muri e le finestre riprendevano lo stile del teatro, ristrutturato per l'ultima volta forse alla metà del secolo, e facevano pensare ad un grande centro di spettacolo, in altri tempi, capace di uffici propri.
Ubaldo provò alcune delle porte a vetri ed una cedette sotto la spinta. L'atrio era grande, con un pavimento lasciato andare da troppo tempo ma che rivelava ancora un grazioso ed esteso mosaico, al centro, raffigurante una maschera tragica greca. Il bancone della biglietteria era ancora quello degli anni Cinquanta, o forse prima, mentre il vano del guardaroba era chiuso da vecchie sedie accatastate. Una fioca luce al neon spezzava la penombra causata dalla chiusura del cortiletto su cui davano le porte e dai tendaggi spessi delle altre aperture.
L'odore era inconfondibile, un odore in prevalenza di legno ma con dei respiri sfumati verso la cera ed il granito, l'umidità e i luoghi chiusi, benché ampi. Ubaldo pensò che solo i vecchi teatri hanno quell'odore. Sono costruzioni con una loro personalità ed un loro sudore, come non fossero muratura ma carne e pelle. Ne aveva conosciuti tanti di teatri così, in vent'anni di attività artistica; aveva poi lavorato anche in teatri moderni, nuovissimi, sale da ballo, discoteche, locali notturni, piano-bar, palestre, ma questi avevano tutti il medesimo odore: gradevole, fresco eppure un po' sordo, anonimo; un odore che finisce come comincia e non ci si bada più.
Si diresse verso una fila continua di tende rosse e pesanti che immettevano, con un po' di fatica e di smanacciamenti alla cieca, nella sala. Era poco illuminata e Ubaldo la trovò bellissima. Le poltroncine ribaltabili della platea erano in legno ma con una risicata imbottitura e un po' di panno rosso per i culi e per le schiene; guardando in alto vide tre file sovrapposte di palchetti disposti ad alveare intorno all'area della sala. Il legno che le rifiniva non era in buono stato ma riempiva del suo forte odore tutta l'aria circostante. Il soffitto aveva un grande rosone maltenuto e alcuni fregi di pregevole fattura provinciale che scendevano ad incorniciare l'apertura del palcoscenico. Tutto dentro era scuro ed opaco, ad eccezione delle insegne luminose rosse delle uscite di emergenza e delle toilettes.
Da dietro il palcoscenico provenivano dei rumori, come di piccoli mobili spostati, e carta di giornale spiegazzata. L'acustica era eccellente, Ubaldo la provò facendo schioccare le dita e sussurrando qualcosa per sentirsi tornare la voce.
«Chi c'é?» chiese qualcuno da dietro il palco.
«Ubaldo Grisafi. Devo fare lo spettacolo di questa sera.»
Silenzio. Le assi scricchiolavano. Qualcuno camminava nel retro del palcoscenico. Poi ancora silenzio e infine si aprì una porticina sulla sinistra della sala, lungo lo spazio di camminamento sotto la prima fila di palchetti.
«Dottore, l'aspettavo per questo pomeriggio!»
Girolamo gli veniva incontro tendendogli la mano. Si sorrisero e Ubaldo indicava senza parlare, con ammirazione, tutto quello che aveva intorno.
«Ha visto che gioiello? Finché dura, dottore, finché dura. A poterci mettere le mani ci sarebbe da farne un tempio, una bomboniera!»
«Chissà i costi, però!»
«Non è questione. I problemi veri sono altri. Venga che le faccio fare un giro.»
«Girolamo lo condusse a visitare il retro del palco, i passaggi aerei e quelli sotterranei, i camerini, il corridoio semicircolare di accesso ai palchetti, quasi tutti chiusi ed inagibili tranne i due più prossimi al palco, da dove venivano manovrati alla bisogna due potenti riflettori. Girolamo camminando parlava e spiegava tutto, in modo un po' confuso. Faceva un po' da guida e un po' da storico del teatro. Disse che ci avevano recitato Totò e Macario, che ai tempi della rivista quello era uno dei tre teatri più importanti di tutta la provincia, e snocciolò una serie infinita di nomi di artisti. Ma lui non era di quel paese, veniva dal sud e non aveva visto un solo spettacolo di quelli che citava. Si era informato, questo sì, e sapeva molte cose. Viveva in quel paese da una decina d'anni e lui poteva averne cinquanta, o poco più. Tre anni prima aveva ottenuto la gestione del teatro e la direzione artistica, iniziando una programmazione stagionale di spettacoli di prosa e di musica leggera senza ottenere però quello che aveva sperato.
«Ho giù l'articolo di presentazione del suo spettacolo di questa sera. Due colonnine esili esili sul quotidiano della provincia. Dopo glielo mostro. E' già tanto che l'abbiano messo. Io non ho la tessera del partito che guida le giunte, quella comunale, quella provinciale e quella regionale.»
«Perché non se la fa, questa tessera!?» disse sorridendo Ubaldo.
«Dottore, proprio lei mi dice queste cose?»

*   *   *


Ubaldo lo aveva conosciuto circa nel periodo che rilevava il teatro, con tutti i suoi bravi progetti speranzosi. Si erano incontrati ad una serata estiva che Ubaldo faceva in un locale all'aperto di un paesino del basso Piemonte, in riva alla Bormida.  In quell'occasione Ubaldo cantava in una festosa nuvola di zanzare, combattute malamente dalla macchina per l'effetto fumo che si prodigava per proteggerlo e al contrario esaltava le bestie, rendendo il suo spettacolo simile ad un concerto dei Pooh. Era accompagnato da un complesso pop in piena regola; presentava una ventina di canzoni nel suo stile, ma ben rivestite da una musica accattivante. Tra un brano e l'altro parlottava, per lo più a braccio, ed era riuscito ad instaurare un buon rapporto con il pubblico, scarsino ma ben disposto, che lo aveva ascoltato con entusiasmo per quasi tre ore, fino a notte alta.
Al termine dello spettacolo – Ubaldo fumava e beveva seduto da solo ad un tavolino –  Girolamo lo aveva avvicinato per fargli i suoi complimenti e per parlargli del teatro che aveva rilevato da poco e di quel che ne voleva fare. Alla fine del colloquio chiese con chi doveva parlare per fissare un appuntamento. Ubaldo, sudato fradicio e sfinito, gli aveva detto, serio:
«Guardi, deve parlarne con il mio impresario. Lo può trovare andando là in fondo, dove c'è quel lampioncino, girando attorno al lampioncino stesso e tornando sui suoi passi fino a questo tavolino. Lì troverà l'impresario, l'unico che non se ne scappa con l'incasso, che non ha costantemente la segreteria sul telefono portatile e che può reperire quando crede.»
Invece Girolamo non si era più fatto sentire, per tutti quei tre anni. Ubaldo non pensò mai di chiedergli il perché. Poi era arrivata una telefonata, una lunga telefonata amichevole e si erano messi d'accordo. Ubaldo aveva spedito un po' di materiale sul suo spettacolo di quell'anno e la data al teatro del Basilisco di San Graziano era stata fissata, per quella sera di marzo che adesso entrambi attendevano con serenità, al di là di tutto.

*   *   *


Quel Girolamo gli piaceva. Era così solo nei suoi sogni, Ubaldo se ne rendeva pienamente conto soprattutto adesso che rovistavano tra la vecchia polvere di quel teatro. E gli faceva tenerezza.
«Girolamo», gli disse mentre camminavano tra l'intonaco scrostato di un corridoio verso i camerini, «questa sera le faccio uno spettacolo eccezionale, tutto giocato con il cuore. Chi ci sarà, a vederlo, lo ricorderà a lungo. E poi vada come deve andare.»
«Non dubito», disse bonariamente Girolamo. Poi chiese qualcosa sulle canzoni. «Farà le stesse di quella sera?»
«Qualcuna sì. Le altre saranno canzoni più teatrali, più narrative. Ma ce n'è che si fanno ascoltare. In teatro è sufficiente non cantare puttanate, o almeno cantare le puttanate giuste.»
«Si ride?»
«Chi vuole. Chi sa ridere delle angosce se la farà sotto. Gli altri reciteranno la parte del pubblico “molto attento”, cioè mi osserveranno severi e compiti, con gli occhi strabuzzati. Ma nessuno andrà via prima della fine. Non mi è mai successo.»
«Dottore, non si aspetti molto dal pubblico di questo paese.  Non sono abituati.»
«E quale pubblico lo è, oggigiorno? Siamo noi che dobbiamo abituarli, un poco alla volta. È come una sorta di rieducazione che quelli che fanno il mio mestiere, ciascuno nel suo piccolo, tentano di attuare. A volte riesce.»
«Le ripeto, non si aspetti molto.»
«Per me è sufficiente che trovino la strada del teatro. Non è che sia molto conosciuto, a quanto ho potuto constatare.»
«Non me ne parli. Quasi tutti credono ci sia ancora il cinema porno. “Che film danno?” mi chiedono all'ingresso. Ed io: “C'è uno spettacolo”. Uno una volta mi fa: “Uno spettacolo dal vivo? Si spogliano dal vivo?” Gli ho detto che si spogliano sì, ma nei camerini, per cambiare gli abiti di scena. “Allora non entro”, mi ha detto. E se n'è andato.»
E se la rideva, Girolamo. Poi bestemmiava tra i denti.

*   *   *


Parlarono per tutto il resto della mattinata. Ubaldo lesse l'articolo che lo riguardava, sul quotidiano del giorno, e notò sorridendo che avevano sbagliato ben due lettere del suo cognome.
«Sono Crisani, Girolamo. Sono diventato Crisani. Vede com'è facile cambiare identità? Questa sera sarò un altro. E domani chi avrà visto lo spettacolo dira: “Ieri sera sono andato a vedere Crisani” – “Crisani? E chi è?”. Ma la stessa cosa la direbbero anche per Grisafi, per il mio vero cognome.»
«Non ha mai pensato ad un nome d'arte?» chiese così per dire Girolamo.
«E perché? Io, le cose che faccio sulla scena, le penso con il mio nome e cognome. Ci sono già i titoli da dare alle canzoni, ai monologhi, agli spettacoli interi. Posso sbizzarrirmi come voglio con la fantasia, non è il caso di andare a toccare l'anagrafe.  Tanto un nome vale l'altro.»
Visto il teatro per intero c'era da fare più ben poco. Ubaldo disse di aver lasciato la macchina alla stazione e il direttore propose di andarla a prendere e posteggiarla in un vicolo su cui si affacciava una porticina che portava diritta al palco.
«Così può scaricare agevolmente la sua roba.»
«Ho comunque poco», avvertì Ubaldo, «la chitarra e una borsa con i vestiti. Ah, poi i libretti di sala e qualche manifestino da distribuire all'entrata con il biglietto.»
Girolamo lo accompagnò a prendere la macchina per poi guidarlo nelle viuzze del centro, affollate per il mezzogiorno imminente.  Un vigile li fermò all'ingresso dell'area pedonale e dovettero spiegargli.
«Che spettacolo fa?» chiese il vigile, con aria da furbo.
«Prosa e canzoni per chitarra e pianoforte.»
«Se mi garantisce che non è noioso la vengo a vedere.»
«È noiosissimo, mi addormento io stesso mentre canto!» tagliò corto Ubaldo. Quello fece un ghigno da divisa e li lasciò passare.
Portarono la roba nel camerino e, mentre Girolamo si soffermava ancora un po', Ubaldo accordava la chitarra. Nel pomeriggio sarebbe arrivato il tecnico delle luci e dell'audio, poi ci sarebbe stata la prova generale fino alle otto. Un'ora dopo, l'inizio dello spettacolo.
«Viene a mangiare, dottore? A casa mia?»
Ma Ubaldo rifiutò spiegando la verità. Aveva bisogno di stare un po' solo e si fece indicare una trattoria dove mangiare qualcosa di caldo e spendere poco.
«È una vecchia abitudine, non se la prenda. Faccia come se avessi accettato. Voglio entrare in sintonia con i rumori e l'aria di questo paese. Fare spettacoli in posti del genere non è niente se poi non si ricorda con precisione un suono ascoltato o un profumo annusato.»
Girolamo capiva al volo le cose e lasciò ad Ubaldo le chiavi dell'ingresso del teatro.
«Ci si aggiri pure quante vuole», disse, «lo conosca a fondo. Merita. Io ne ho piacere.»
Era proprio quello che aveva intenzione di fare Ubaldo. Mangiare tranquillo qualcosa e poi passeggiare in platea, osservare angoli sconosciuti, fissare il palco spoglio e vuoto, spento.  Entrare nelle sensazioni di un luogo dove tutto è già accaduto o dove tutto deve ancora accadere. Un teatro tra uno spettacolo e l'altro è proprio questo e si avvicina al sentimento religioso.
Girolamo spiegò come chiudere l'ingresso principale e disse di lasciare pure accese le poche luci che lo erano. Condusse Ubaldo presso una trattoria non distante e disse qualcosa al tizio che serviva ai tavoli. Quindi si diedero appuntamento per il pomeriggio in teatro, quando sarebbero arrivati Mattia, il musicista di Ubaldo, e il tecnico. Poi Ubaldo rimase solo, si sedette ad un tavolino con tovaglia a quadri bianchi e rossi e attese di mangiare.

*   *   *


Cercò di pagare il conto senza riuscirci.
«Auguri per questa sera, piuttosto!» diceva sorridendo il tale con cui aveva parlato Girolamo, e gli faceva segno di lasciare stare il portafoglio perché era già tutto a posto. Ubaldo, confuso, ringraziò più che altro per il sorriso. E non gli disse neppure che gli auguri, in questi casi, portano sfiga. In similari occasioni la vecchia frase di rito è quella che insegna all'incauto profano che, nell'ambiente artistico, usa dire “tanta merda”, ma c'era gente che mangiava ancora e non era il caso. Andavano bene anche gli auguri, e del resto Ubaldo se ne fregava.
Salutando buttò lì:
«Venga a sentirmi, stasera. Per lei ingresso gratis.»
«E col locale come faccio?»
«Una sera di festa. Oppure porti anche i clienti, tutti.»
    Il tipo della trattoria scosse la testa allo scherzo e si salutarono. Ubaldo chiuse dietro di sè la vecchia porta di legno e vetro traballante della trattoria, riattraversò la strada e passeggiò qualche minuto sotto i bassi portici deserti. L'aria era frizzante, la giornata continuava ad essere bella; c'era da piantare tutto e andarsene a passeggiare in campagna, lungo un fiume.  
Doveva essere, pensava, una di quelle giornate che dalla pianura si vede limpida la cornice delle Alpi in lontananza, e magari le prime bluastre colline appenniniche. Erano ancora spogli gli alberi dei giardini e delle corti interne ai palazzi, che Ubaldo sbirciava di passaggio. A tratti si soffermava a guardare gli ampi portoni con passo carrabile che avevano tutti, in terra, due strisce continue di pietra per le ruote dei carri, tra ciottoli antichi oppure risistemati di recente. Quelle che un tempo erano stalle in mezzo alle case, ora erano posti macchina e magazzini, botteghe di parrucchiere e sedi di sindacati, di officine, di assicurazioni, di studi dentistici e veterinari.
Ubaldo passò di nuovo davanti al teatro senza accorgersene e tirò dritto per una cinquantina di metri. Certo, pensava, non è un teatro che dia nell'occhio, per quanto bello. Ma a teatro va ormai solo chi sa che ci deve andare, non è che uno ci capiti per caso, attratto da un'insegna o da una locandina.
Tornato sui suoi passi entrò per esplorare da solo, in silenzio, lo spazio del teatro e i suoi labirinti. Il senso di vuoto del pomeriggio lo avvolse ovattato, attutito nelle sensazioni dall'acustica della sala e dalla lunga fila di pareti spoglie dei passaggi. Salì sul palco sfruttando i cinque gradini di una ripida ma solida scaletta in legno che immetteva direttamente davanti alla buca del suggeritore, ne sollevò la copertura e scoprì la nicchia polverosa che forse da decenni non serviva più a niente ed a nessuno. Sedette sulle sporche tavole, evitò di guardare troppo a lungo le ampie fessure che separavano una tavola dall'altra e saggiò, dal basso, la lieve ma sensibile pendenza che il pavimento offriva dal fondo della scena fino al proscenio, con la sua fila di lampadinette nascoste dal bordo, ad altezza di piedi.
La scenografia del suo spettacolo era quella naturale del palco disadorno: sul fondo tiranti e leve, carrucole e corde reggevano da chissà quanto i supporti di una fila di supporti paralleli per fondali intercambiabili. Dietro, poi, l'intonaco del muro.
Fu colto ben presto da una piacevole sonnolenza, combattuta dal gran freddo fermo che gli aggrediva le estremità. Si alzò per esplorare i camerini e ne trovò uno, al piano sopra rispetto al palco, con una brandina e una finestrella, parzialmente murata. Aprì uno scuro: gli apparve un cortiletto vuoto, illuminato dal sole: ghiaia, erba e piante erano insospettabilmente curate. Un bambino giocava con un grosso camion di plastica, ne imitava piano il rumore ma, benché fosse un po' lontano oltre una serie di muri in pietra, grazie al silenzio dell'ora Ubaldo credeva di averlo accanto, solo come lui, tranquillo come lui. Gli sorrise non visto, da quella specie di feritoia e, lasciando aperto, ché tanto dentro era più freddo che fuori, si sdraiò sulla brandina, avvolto nel suo giaccone, addormentandosi quieto al suono di quella voce che giocava.

*   *   *


Dormiva il sonno allarmato del pomeriggio e sognò di fare tardi da qualche parte, di arrivare quando tutto era finito e di non volersi arrendere all'evidenza che tutto fosse finito. Sognò anche di iniziare uno spettacolo, in un locale dove aveva lavorato tanti anni prima, e di non riuscire a coprire con la sua voce il fragore di una lite che era scoppiata in sala, tra gli spettatori. Lui cercava di cantare più forte che poteva, alzava la voce nel microfono per attirare l'attenzione su di sè e sulle storie che aveva da raccontare e quelli, sotto, nel buio, litigavano come se lui non ci fosse, come se le bianche e brucianti quarzine non fossero accese sul suo volto sudato. Allora gridava qualcosa, minacciava di scendere dal palco, tentato di informarsi su quanto stava accadendo ma nessuno gli dava retta. Solo uno, un signore anziano, gli ripeteva in continuazione e senza guardarlo: “Non si preoccupi, non è per lei, lei non c'entra”. Questo lo sollevava notevolmente, gli leniva il senso di colpa che provava nei confronti di quanti avevano cominciato a spintonarsi e menavano le mani; aveva temuto fortemente di essere lui la causa del litigio, e non si sarebbe dato pace se così fosse stato. Poi cercò di calmare gli animi imponendosi mediante un urlo ma si svegliò con il medesimo urlo strozzato nella gola.
Sveglio ma ancora con gli occhi chiusi, per automatica associazione di idee con il sogno appena attraversato, ricordò una volta che, da ragazzo, faceva uno spettacolino con un gruppo di amici nel chiostro di una vecchia chiesa del centro storico della sua città. Non avevano impianto di amplificazione e, per diffondere le musiche della colonna sonora della rappresentazione, utilizzavano uno stereo portatile manovrato da uno della compagnia che non era impegnato nella recitazione. Per far sì che la gente sentisse la musica senza che questa coprisse le voci nude degli attori sul palcoscenico –  poche tavole di legno rialzate di alcuni centimetri dal suolo a lastroni del chiostro – lo stereo e il suo manovratore erano stati posizionati in fondo, dietro le sedie, alle spalle degli spettatori. All'avvio della musica un vecchio seduto in prima fila si era voltato di scatto facendo “sssstttt” in direzione del ragazzo che azionava lo stereo. Quello lo aveva guardato impallidendo; scuoteva la testa e allargava le braccia, nel tentativo di spiegare, con mimica approssimativa, all'indignato signore che stava equivocando terribilmente. Gli attori sul palco, tra cui Ubaldo, avevano trattenuto a stento le risa. La musica continuava e il vecchio si voltava ogni cinque secondi a minacciare il disturbatore. Nessuno era in grado di avvertirlo. Finì che quello si alzò gridando, in dialetto: “Spegni quella radio, cretino, non vedi che c'è uno spettacolo?” Gli attori sul palco esplosero nelle gote e nei petti di una risata mai più dimenticata e Ubaldo si rotolò sulle tavole a lungo, non riusciva più a smettere, si teneva la pancia.  Ripresero lo spettacolo solo perché avevano vent'anni, perché lo spettacolo era il loro e perché sapevano che la vergogna di non continuare a recitare li avrebbe tormentati per molto tempo. Ma ogni tanto, anche verso la fine della rappresentazione, qualcuno di loro lasciava una battuta a metà per scappare dietro la scenografia a ridere soffocato.
E Ubaldo rise ancora, in quel dormiveglia di un pomeriggio di marzo, riscaldandosi al dolce e trapassato ricordo. Rise su quella brandina come non faceva da anni, perché da anni non vi aveva più ripensato. E dal riso passò ancora al sonno, un sonno diverso, senza più sogni, profondo e duro come il giaciglio dov'era rannicchiato. Il bambino col rumore del camion nella voce, giù nel cortiletto oltre lo spiraglio della finestra, era andato chissà dove  e non si sentiva più. Il sole tagliava i muri con immobili rasoiate oblique e organizzava le idee su come presentare il tramonto.

*   *   *


La base musicale della canzone che apriva lo spettacolo invase gli spazi del teatro, raggiungendo anche gli angoli più nascosti con una certa prepotenza. Era il suono di un pianoforte che marciava a swing, sul tappeto preregistrato al computer e diffuso da una tastiere di quelle che fanno un po' di tutto, compresa la spesa per la settimana. Echeggiavano alcune voci secche, decise. Qualcuno parlottava continuo, non riuscendo però a sovrastare la musica.  Poi si aprì la porta del camerino.
«E' qui!» gridò Girolamo, indicando il fagotto raggomitolato sulla brandina che era Ubaldo. Il quale saltò su con una certa decisione, e non è che fosse proprio fresco come una rosa. Imbalordito e bolso biascicava senza riuscire a parlare, sorrideva e scuoteva la testa. Davanti agli occhi ebbe per qualche secondo i lumini di una levataccia improvvisa e il batticuore di chi è sorpreso in fallo.  Ma lo sguardo del direttore del teatro non era di rimprovero.
«Pensavo fosse uscito, fosse a passeggio, dottore.».
«È molto tardi?» si informò Ubaldo con un certo tremore nella voce, mentre cercava a tentoni coi piedi le scarpe e faceva finta di ricomporsi.
    «Appena le cinque. E' l'ora giusta. Siamo in tempo per tutto e il suo socio ha già sistemato la strumentazione.»
«Vale tanto oro quanto pesa, quel socio. Il tecnico c'é?»
«In mezz'ora ha fatto tutto, il mio tecnico. Manca solo il suo giudizio per sistemare le luci.»
    «Vado in bagno un momento e sono subito da voi.»
    «Faccia con comodo.»
    Girolamo era tutto allegro e paterno. Sinceramente ad Ubaldo non era mai capitato di imbattersi in un direttore di teatro così entusiasta. Sembrava che il primo grosso piacere di fare uno spettacolo in quel teatro fosse il suo. Caso più unico che raro.  Di solito le attenzioni dei direttori di teatro, anche quelli tuttofare come Girolamo, si fermano agli avvertimenti del tipo: “Non mi toccate l'interruttore generale altrimenti salta tutto” e “Cercate di non sporcare”. Dopo uno può fare o non fare quello che vuole.
    Ubaldo, nel bagno più prossimo al palcoscenico, un vano angusto e saporito di umido e calce, ficcò la testa sotto il rubinetto, lasciando che l'acqua gelata lo rimettesse al mondo. Guardandosi intorno scorse, nel semibuio, le mattonelle alle pareti, bianche di un bianco antico, e quelle del pavimento, verdino chiaro. La tazza del cesso aveva una forma improponibile e rivelava la vetustà del luogo. Quarant'anni minimo, dall'ultima ristrutturazione. Anche il piccolo specchio rivelava gli acciacchi dell'età, tutto pervaso com'era dai puntini neri e dalle macchie e dalle ombre che rendono vecchi i vecchi specchi. Poi la catenella dello sciacquone con la manopola di plastica nera, zigrinata all'impugnatura; poi un lavandino dalla forma arrotondata e distante dall'idea dei bagni che fanno bella mostra di sè nelle vetrine di chi li vende ora, che sembrano boutique, o uffici; poi insetti immobili e scarsamente definibili negli angoli.
    Di colpo Ubaldo avvertì il senso di familiarità che quel luogo gli comunicava, ma una familiarità dimenticata, che giungeva da lontano, pescando dal fondo dei ricordi che non si ripetono a parole e rimangono pertanto latenti. Fu colpito dalla piacevole sorpresa del suo pensiero, che lo spingeva a ripetersi mentalmente che quel cesso era già così forse prima che lui nascesse: nessun cambiamento sostanziale era avvenuto in tutti quegli anni in quel bugigattolo fetido, a parte qualche mano di bianco alle pareti oltre l'ultima di fila di mattonelle, a mezza altezza. Questo significava che quelle mattonelle erano già lì, così come Ubaldo le vedeva adesso, in tutti i momenti particolari della sua vita ed anche nei più insignificanti. Era soprattutto attratto da questi ultimi: ripensava a pomeriggi della sua infanzia, soleggiati e melensi, languidi, quando nulla accadeva ed era bello così; ritornava alle tante immagini, simili ed accavallate, di momenti tutti uguali della sua adolescenza; e la voce di persone un tempo a lui vicine in ogni parte del giorno ed ora dimenticate persino nei volti e nei nomi stessi; e tutti gli stanchi pensieri dei minuti di quegli anni in cui non aveva saputo a cosa pensare sul serio, in cui aveva sperato che qualcosa cambiasse, in cui aveva pregato che, mercé qualche sortilegio, nulla cambiasse veramente per lasciargli la vita così intatta come aveva imparato a conoscerla momento dopo momento. Quanto erano lontani tutti quegli attrezzi dei ricordi! Illimitatamente perduti, non più parte dei suoi respiri al punto da sembrare il bagaglio di un altro. Eppure, Ubaldo pensava, quel cesso era già così come lo vedeva ora mentre, perduto e frastornato come sempre si è quando si vive il presente, si guardava intorno. Niente di fondamentale lì era mutato rispetto a quella volta che ora gli tornava in mente, e a quell'altra, e a quell'altra ancora. Gente che allora gli parlava tranquillamente e adesso non era più, per svariate ragioni, presente al suo presente, e per di più ormai da tanto tempo che non ci aveva pensato nemmeno più, ed era una cosa che accadeva già da anni. Perché il tempo ha un solo verso, un'unica direzione che distanzia all'infinito, lentamente, ogni distanza. E non ha scarti, il tempo: procede indietro (o in avanti?) e sempre alla stessa velocità. Non è vero che si ricordano di più le cose vicine; dipende da come uno le pensa e da quanto le pensa, ma sono solo pensiero e non saranno mai più cose.
Una tale energia del pensiero, si disse Ubaldo, era da cantarla quella sera stessa. Ma a chi poteva importare mai? Che senso ha dire che si è visto un cesso che in un giovedì di luglio di trent'anni prima, in un punto geograficamente e dimensionalmente così scollato dalla sua vita del momento, era già come lo si vede adesso? E non varrebbe forse fare lo stesso ragionamento per le guglie del Duomo di Milano o per uno scoglio della Costiera Amalfitana? Che senso ha provare un'emozione che non si può trasmettere e che nessuno è in grado di raccogliere? Ma, tant'è, questa era la sua chiave di lettura della vita e se la portava addosso fin da bambino. Lo aggrediva prepotente soprattutto nei risvegli e rimaneva, decisa e fremente, solo fino a quando le ultime nebbie di un sonno confuso gli avvolgevano gli occhi e la nuca.
Subito dopo era opportuno tornare tra gli uomini, a parlare di ciò che si può trasmettere, unicamente di quello che anche gli altri possono penetrare agevolmente. E questo era il suo destino di raccontatore di storie che rivelano, messe tutte assieme, anche le più diverse, solo una piccola parte della spinta emotiva che le ha cucite. E che dopo, magari, non le riconosce nemmeno più, tanto sono differenti dal sogno personale del tempo che ciascuno possiede. Tuttavia si stupì di essere sereno com'era.

*   *   *


Comparendo dal retro del palco applaudì rumoroso e sorridente all'indirizzo di Mattia che alla tastiera provava le musiche e sistemava i livelli del suono. Si abbracciarono.
«Hai faticato a trovare il posto?» Chiese. Mattia scosse il capo e grugnì qualcosa. Parlava poco e non commentava quasi mai nulla, tanto le cose importanti quanto quelle leggere. Suonava, Mattia. Suonava e basta. Conosceva tutte le canzoni di Ubaldo e non ne parlava mai; aveva in mente i passaggi, gli accordi, le soluzioni armoniche che per lo più inventava lui stesso e non era neppure assodato che quelle cose gli piacessero. Seguiva l'amico, si accontentava delle paghe magre e saltuarie di quegli spettacoli. Viveva da solo in un monolocale e insegnava musica in una scuola media.
Provarono in fretta alcuni brani e Ubaldo, mentre dava direttive al tecnico delle luci, dopo avergli consegnato una copia del testo, forzava la memoria in un ripasso velocissimo ed inespressivo dei monologhi.
Girolamo si fece consegnare i libretti di sala e tutta una serie di volantini informativi dello spettacolo che Ubaldo era solito portarsi dietro per farli distribuire al pubblico. Dopo aver visionato attentamente il materiale, il direttore si avvicinò al palco dove attore e suonatore provavano.
«Qui non c'è solo lo spettacolo. Vedo altre cose... fotocopie che non c'entrano niente. E' un errore?»
Ubaldo spiegò che si trattava di fotocopie di testi narrativi che non avevano un diretto collegamento con la sua performance di quella sera ma che voleva fossero messi a disposizione degli spettatori.
«Sono racconti, pagine di prosa, cosucce che amo regalare in occasione delle mie serate. Non so neppure io perché. Mi piace che la gente vada via con un ricordo, che capisca che al di là delle canzoni esiste una ricerca espressiva, testuale. Forse è una stronzata ma sono fotocopie e a me costano poco. Alla gente niente del tutto. L'amico che mi prepara i volantini, i libretti e le locandine mi fa un buon prezzo. A volte non vuole neppure che lo paghi. Tanto sa che non ci guadagno niente.
«E la gente le legge, queste cose?» Chiese il direttore.
«Nessuno è mai venuto a dirmelo. Se devo essere sincero non mi importa neppure molto. Io getto la bottiglia in mare. Ho la certezza di aver dato quello che potevo. Inoltre non so neanche se la gente ascolta per davvero le cose che canto e che dico. Oppure se si distrae e chissà a cosa pensa. Se mi ponessi queste domande non farei più nulla, come quel millepiedi che, interrogato su come facesse a coordinare così bene i movimenti di tutte le sue zampe, tentò di rifletterci sopra e finì per non muoversi più.»
«Per questa sera abbiamo già otto prenotazioni.» Disse Girolamo.
«Si prospetta il pienone», biascicò ruvido il tecnico, «andiamo di bene in meglio.»
Girolamo spiego: «Non ho neanche aperto gli abbonamenti, quest'anno. Tanto ad abbonarsi ci vengono solo coppie di vecchi, puntualmente scontenti di quello che faccio. Mi chiedono sempre quando potranno vedere le commedie in dialettale nel mio teatro. Io dico che tutti gli altri teatri della zona fanno quelle cose là e che non mi pare il caso di doverle fare anche io, ma loro la prendono come un'offesa personale. Mi dicono che parlo così perché non sono di qua, che non ho attaccamento per questi luoghi e che non rispetto i vecchi. Per quel che so io l'unico rispetto che esiste da queste parti, dal punto di vista del tempo libero, è quello per i vecchi. Le sale da ballo più vicine fanno solo liscio e i teatri fanno solo commedie dialettali. I giovani, se proprio vogliono far qualcosa e rimanere nei dintorni, devono adeguarsi. So di giovani che ballano il liscio. Oppure lavorano. Lavorano e di tanto in tanto si ubriacano o si drogano. Nei fine settimana ne muore qualcuno, dilaniato in un fosso, spalmato contro un muro, avvoltolato ben bene intorno ad un albero o a qualche palo segnaletico. Nel mio teatro non ci vengono, i giovani. Ci vengono i vecchi ma sono scontenti. Mi dicono: 'Ma a cosa serve tenere aperto un teatro se non ci si fa il dialettale?' Insomma, il teatro come luogo delle idee e dei sogni per loro non è concepibile.  Vorrebbero sentire sempre le stesse cose, le stesse battute, gli stessi accenti, perché lì si riconoscono. No, non riconoscono quello che sono... riconoscono quello che hanno sempre sentito dire e che li tranquillizza. Altro non vogliono. Sono sclerotizzati e mi fanno incazzare. Dicono: 'Quando veniamo a teatro vogliamo stare allegri' e non capiscono che è proprio quell'allegria che li fa scendere sotto terra, che consuma loro le ossa come l'osteoporosi più feroce. Mi fanno incazzare. Mi piacerebbe incazzarmi anche con i giovani ma non li vedo mai. Vedo i bambini, ogni tanto, quelli che vengono agli spettacoli organizzati per le scuole. Bella anche quella, dottore!  Facciamo gli spettacoli per le scuole come per obbligare i bambini ad andare a teatro. Così vengono su con l'idea che il teatro sia un dovere e, quando si accorgono che, in quanto dovere, il teatro è inutile ed eludibilissimo, lo fuggono come la peste e scompaiono.  Aspettano di diventare insegnanti per portare a loro volta altri bambini e ragazzi delle scuole a vedere spettacoli che non piaceranno perché sono obbligatori. Aspettano di diventare vecchi per venirmi a chiedere quand'è che metterò il dialettale nel mio teatro.»
Era calato il gelo. Mattia non suonava più e, seduto in terra sul palco, si rollava una canna, tranquillo come un gatto. Ubaldo ascoltava in piedi le parole di Girolamo e si accorgeva di conoscerle a memoria, di averle già dette tante volte e di non volerle più sentire, nè pronunciare. Erano parole vere quanto inutili e davano un senso di nausea.
La prova riprese con il tecnico delle luci accanto ad Ubaldo che, ripassando i brani cantati e parlati, si interrompeva di quando in quando per continuare ad indicare gli effetti luce che, grossomodo, avrebbe desiderato su questo o quel pezzo. Non era troppo esigente; ormai da molto tempo riteneva superfluo tutto quello che circondava il suo discorso teatrale e musicale. Avrebbe volentieri recitato e cantato su un palcoscenico buio e con le luci normali della sala accese. Non gliene fregava più niente dell'impatto, della magia fittizia, della scenografia, di tutto ciò che non era parole e musica. Aveva lavorato molto tempo in compagnie ricche di attori ed organizzatissime, dal punto di vista tecnico e strutturale. Tutto ciò che ricordava di quegli anni erano le chiacchierate dietro le quinte sulle vacanze al mare, le partite a carte, le battute salaci sui capezzoli di quella o quell'altra attrice, l'ipocrisia di chi sale sul palcoscenico con la spocchia di rivelarti finalmente la verità e dieci secondi prima ha ripetuto “Che palle, andiamocene via!” Oppure: “Speriamo che nevichi così non viene nessuno e si va tutti a casa”.
Ubaldo da giovane aveva un concetto altissimo della propria arte, teorizzava in continuazione una poetica della scena da rispettare ad ogni costo, come bisogno fisico, impellenza morale. Ed era grandemente retorico ed appassionato. Ma era giovane, lo era stato anche lui e forse per davvero. Poi si era fatto furbo: non aveva cambiato di una virgola la propria interiorità ma non la rivelava più.  Lasciava che trasparisse dall'ironia delle sue canzoni e aveva smesso di farsi illusioni. Contento di essere cresciuto, invecchiato, disilluso, perché non si può piangere tutta la vita. Con il teatro, soprattutto da quando aveva iniziato a proporsi da solo, guadagnava quanto un lavorante di un'impresa di pulizie. È che lui le pulizie non sapeva farle: sapeva un po' cantare e un po' recitare ed era fermamente convinto di avere il diritto a guadagnarsi da vivere con le cose in cui si sentiva più sincero, almeno davanti a se stesso. A volte ripeteva, tra sè, ridendo: “Se queste cose non le faccio io, chi le fa?” E non era presunzione, per quanto fosse impossibile dimostrarlo.

*   *   *


Un'ora prima dell'inizio dello spettacolo, al termine delle prove, il tecnico chiuse il sipario. Si ritirarono tutti dietro le quinte, a mangiare tartine, salatini ed altra roba che Girolamo gentilmente ed allegramente offriva. Avvertì inoltre, come un buon capotreno, che dietro il bancone cadente e scrostato della hall aveva già preso posto la ragazzotta grassottella e sveglia che era addetta ai biglietti. Piluccarono tutti in silenzio, nell'attesa di sentire arrivare, da dietro il panno pesante del sipario, i primi spettatori. Era molto presto, però.
Ubaldo passeggiava nervoso ma leggero, come sempre prima di uno spettacolo. Cercava di non parlare. Rispondeva laconicamente alle domande di Girolamo che si facevano più rade per questo. Ubaldo si sforzò di rispondere sempre cortesemente, perché Girolamo gli era simpatico ed era un buon diavolo, ma gli pesava essere distratto adesso da discorsi che per lui non avevano più valore.  Nessun discorso, in quei momenti, aveva valore, e sentir parlare e dover stare attento gli pesava come una pietra sui polmoni, lo faceva respirare a fatica.
Chiese di potersi assentare per un po', di stare da solo in qualche camerino buio.
«Non si addormenti di nuovo, dottore!» Scherzò Girolamo. Ubaldo era già nel silenzio  e ascoltava i propri passi. Poi avvertì un odore, o la sensazione dello stesso, ed era ancora qualcosa che proveniva da lontano nel tempo e nello spazio. Era l'odore di carne al burro che annusava nel cortile davanti a casa sua intorno all'ora di pranzo, in piena estate, in un giorno feriale qualunque della sua infanzia. In casa sua c'era l'abitudine di pranzare molto tardi e Ubaldo, da bambino, passeggiava a lungo nel cortile tra il mezzogiorno e le due del pomeriggio, magari in assolate giornate, quando tutto intorno, odori, rumori e luci delle cose, si amplificano e sembrano sovrastare gli stessi pensieri. Le finestre delle case erano spalancate e dal loro rettangolo nero lasciavano piovere il familiare e metallico tintinnio sordo delle posate sui piatti, e un parlare invisibile comune, piano, regolare, intervallato da risate più acute o da scoppi di voci improvvise. Quel tutto che gli balzava adesso alle orecchie ed al naso, più che ai pensieri ed ai ricordi, era uno spirito di vita prepotente, grande come una montagna; gli dava la forza di sorridere e affrontare di tutto, purché nessuno lo disturbasse. Era il metro di misurazione della sua esistenza e delle sue emozioni, la garanzia di un equilibrio costante che gli permetteva di riconoscersi, di ripetersi: “Questo, sì... almeno questo sono io”.
Poi si riscuoteva spaventato, come se quel viaggio improvviso gli avesse azzerato la memoria e non fosse più in grado di ricordare neppure un verso delle sue canzoni. Allora ne ripassava in fretta, mentalmente, qualche parte, canticchiandosela senza voce, muovendo le labbra, per tranquillizzarsi. Un po' le trovava belle e un po', come sempre, pensava: “Ma che razza di stronzate sto per andare a dire a questa gente? Vale proprio la pena?”.
Era quello il momento di tornare dagli altri, di risentirsi parte di un tutto che, bene o male, possedeva una motivazione solida, una possibilità di decodificare razionalmente e in serenità il senso dello spettacolo che si stava per fare.

*   *   *


Ricomparve sul palcoscenico davanti al tecnico, a Mattia, a Girolamo, come pentito, scusandosi con gli occhi e chiedendo di potersi sedere. In faccia al sipario chiuso il suo microfono era già posizionato sull'asta a tre piedi, di acciaio nero, al centro del palco ma verso il proscenio. Poco più indietro, sempre al centro, una seggiola di legno, di quelle vecchie, con il pianale scricchiolante. Di fianco, per traverso, un'altra seggiola compagna della prima, le tastiere di Mattia e tutti i suoi marchingegni computerizzati sistemati su cavalletti di varie forme e altezze; un mixer luccicante di puntini verdi, rossi e gialli, un altro microfono per i controcanti, una lampadinetta accesa per illuminare gli spartiti.
Girolamo misurava a passi spediti il palcoscenico e di tanto in tanto spiava da un'apertura laterale del sipario la platea, sussurrando a scatti e pause:
«Sono ventidue. No, ventitre. Arriva una coppia. Porco Giuda, ci hanno anche un bambino, speriamo non rompa il cazzo. Gente mai vista. Non sono di San Graziano, chissà da dove vengono. Il figlio della farmacista dove lavora mia moglie aveva detto che veniva ma non lo vedo. Ne entra un altro... è un ragazzo... da solo. C'è anche il mezzo tonto delle pompe funebri... quello non paga. Viene sempre qui perché dalle altre parti non lo vogliono.  Eccone altri: è un gruppo nutrito... cinque, sei, sette. Buono! Niente sconti per le comitive. Leggono... leggono il libretto di sala, seri, compiti. Hanno paura che poi lei li interroghi, dottore...»
  Ubaldo lo interruppe piuttosto bruscamente, anche se con il sorriso:
«Potrebbe smettere? Mi mette un po' di ansia.»
«Di che si preoccupa, dottore? Andrà tutto benissimo. Lei è un vero artista.»
Avvicinandosi l'ora di inizio, Mattia si era eclissato. In un camerino lontano fumava una canna.
    «È il suo carburante.» Commentò ghignando Ubaldo all'indirizzo di Girolamo che dimostrava una finalmente silente preoccupazione. Il tecnico delle luci, Ubaldo ne era certo, moriva dalla voglia di seguire il musicista ma non osava farlo.
Raggiunta la cinquantina scarsa di presenze in sala, si cominciò ad avvertire un sommesso rumoreggiare. Il pubblico c'era e dava il suo segnale. Era un pubblico composto e un po' spaurito, sistemato alla rinfusa ma in maggioranza nelle poltroncine centrali; le prime file e le ultime erano vuote. Girolamo andò dalla ragazzotta nella hall per controllare che tutto fosse a posto, per raccogliere personalmente l'incasso e per iniziare a disporre, insieme al tecnico, lo spegnimento delle luci.
Ubaldo era di nuovo solo, questa volta sul palcoscenico, dietro il sipario chiuso. Avvertiva il piacevole senso di trovarsi in una scatola che gli rimandava da ogni sua parete anche il più piccolo rumore. Adesso aveva una voglia prepotente di fare lo spettacolo, di cantare le sue canzoni, di sentirsele nella voce e nel sangue come le cose più importanti della vita, come la sua vita stessa.  Sapeva che tra un po', a spettacolo iniziato, avrebbe avvertito il bisogno di allargare ogni discorso, di portarsi fuori dal tracciato del copione, di dire quello che sentiva dentro e come lo sentiva. Tutto il resto non aveva importanza, e la sua esistenza di prima aveva valore esclusivamente in funzione di quell'andare a raccontarla parlando e cantando di altro, di tutto, ché nascosto in quel tutto c'era il viaggio in treno delle sue vibrazioni e del suo orgoglio di individuo nato per raccontare e per interpretare.
Tornò Mattia e aveva gli occhi rossi. Non disse nulla. Si sedette alle tastiere senza guardare in faccia Ubaldo e, piegato in avanti e con le braccia penzolanti tra le gambe aperte, rileggeva lo spartito della prima canzone.
Tornò Girolamo, elettrizzato.
«C'è un giornalista, l'ho visto e ci ho parlato. È qui per fare l'articolo. È un tipo un po' stronzo ma a suo modo corretto. Dottore, è l'ora. Si tenga pronto, vado a dare i cinque minuti al tecnico. Quando lui accende le luci sul palco, sfuma quelle della sala. Il signor Mattia fa partire la base ed apriamo il sipario.»
«Apriamo?» Obiettò allarmato e confuso Ubaldo. «Dobbiamo farlo anche noi? No, chiedo, perché mi è capitato anche questo, alcune volte…»
Girolamo rise e rassicurò Ubaldo indicandogli le corde tiranti del sipario e se stesso, che le avrebbe manovrate.
«Dico per dire. Questo è un sipario antico ma leggerissimo. Con poca forza ed un leggero fruscio si apre sui sogni e li consegna intatti.»
Sparì di nuovo. Qualcuno tra il pubblico accennò un battimani di incitamento, di impazienza, ma nessun altro raccolse. Qualche istante dopo si avvertì un “Dai, su!” che non piacque ad Ubaldo.

*   *   *


Ricomparve Girolamo e quasi contemporaneamente il palco fu inondato di luce. Mattia fece partire il tappeto musicale, sul quale nel frattempo iniziava ad aprirsi il sipario azionato dal direttore del teatro. Poi prese il via il fraseggio di introduzione della prima canzone, ripetitivo ed accattivante, a buon volume, come voleva Ubaldo per iniziare con grinta. L'emozione di quell'attimo, conosciuta fino alle sue pieghe più remote, ormai da molti anni non era più paura. Il sipario si apriva sul buio e sul freddo della platea, reso ancora più buio e più freddo dai potenti riflettori che lo abbagliavano e gli impedivano di guardare davanti a sè. Vedeva solo bagliori scomposti, anche se socchiudeva gli occhi, ed era come una corrente che gli scivolava sul viso, gialla e densa. Non riconobbe alcun accenno di applauso, e non solo perché la musica era alta e poteva coprirne il suono, o perché, così abbagliato come era, non riusciva a scorgere le mani degli spettatori in movimento ritmico. No, era proprio che non applaudiva nessuno, come sempre all'inizio dei suoi spettacoli. Perché Ubaldo non aveva mai usufruito di passaggi televisivi, non aveva vinto rassegne o premi, non aveva mai scritto sigle di programmi. Aveva fatto un po' di radio, questo sì, e molti anni prima aveva raggiunto un discreto successo come autore di una canzone piuttosto conosciuta ma cantata da un altro. Con i proventi dei diritti di quella canzone, di quando in quando, andava a mangiare la tinca al forno sul Lago d'Iseo.
In quegli istanti brevissimi che precedevano l'inizio del canto, si abbandonò a quella che ormai da tempo era una consuetudine del suo pensiero, sollecitato dal momento tanto intenso: Ubaldo ricordava un'episodio della sua tarda adolescenza, quando era andato, da solo, a vedere uno spettacolino porno in uno sconfinato e ghiacciato teatro cadente di periferia. Tremante di angoscia e di curiosità, più che di desiderio, se ne stava seduto in mezzo ad altri sette o otto tizi, piuttosto anziani, separati l'uno dall'altro da almeno cinque poltroncine e quindi sparpagliati alla rinfusa. Allo spegnersi delle lampade in sala, era partita una musica gracchiante ed insopportabile, diffusa da un impianto mal calibrato, mentre tre riflettori colorati armeggiavano i loro raggi violenti sul rosso del sipario ancora chiuso, vorticando festosi e frenetici con la simulata impazienza delle luci di un circo. Una voce assurda, preregistrata e imponente, aveva pronunciato alcune improbabili parole esotiche presentando il nome, anch'esso improbabile, dell'artista che via via compariva sul fondo della scena, di spalle, ancheggiante, e con indosso un lungo abito di seta. Ubaldo ricorda, ad ogni inizio dei suoi spettacoli, il terrore che gli aveva provocato il silenzio che c'era in sala all'apertura del sipario. La maliarda che, muovendosi sinuosamente, si sarebbe dovuta spogliare, fece un cenno vivace con le mani per incitare il pubblico ad un maggior calore e allora partirono alcuni scomposti e rauchi “Brava!” e “Facci vedere quanto sei porca!” Ma quello che più di tutto sconvolse Ubaldo ragazzino fu l'applauso che era scaturito dall'incitamento della bambolona: era l'applauso più guasto che mai gli fosse capitato di sentire, sparpagliato come coloro che lo producevano, pietoso, patetico. Lui stesso aveva tentato di applaudire ma non sentiva il suono delle sue palme che si percotevano. Aveva su i guanti di lana perché era un pomeriggio di inverno freddissimo. Si vergognò fino a provarne dolore. Si vergognò per sè, per i suoi improvvisati compagni di avventura, per il teatro in cui si trovava e per la ragazza. Immaginò come si sarebbe sentito lui in una simile situazione: spogliarsi in quell'atmosfera? Meglio l'estrazione di un dente, meglio un compito in classe di fisica, meglio la retrocessione in C2 della sua squadra del cuore.  Meglio tutto di quel guazzabuglio di oscenità intirizzita.
All'inizio di ogni suo spettacolo in teatro, quando parte la musica e le luci giocano i primi stupori dell'incanto, Ubaldo automaticamente ripensa a quell'esperienza e si sente come allora immaginava dovesse sentirsi la ragazza pronta per spogliarsi: vergogna e freddo, sensazione di patetico disagio, voglia di dire: “Sentite, signori, facciamo un discorso chiaro. Accendiamo le luci, piantiamola con la finzione. Io vi voglio raccontare la storia di un bisogno, il mio, nella frastagliata speranza che risponda ad altri bisogni, i vostri. Il primo di noi che si stanca, in questo viaggio, è autorizzato ad andarsene”.
Ma poi queste cose non le diceva mai. Stava alle regole, Ubaldo. Lo aveva imparato molto bene e a sue spese. Prima di dare fiato si limitava ad un cenno cordiale della mano e ad un principio di inchino per salutare e ringraziare i presenti, se non per il loro calore, almeno per aver voluto buttar via una serata della loro vita venendo a vederlo e a sentirlo. Qualche volta quel saluto suscitava un minimo di reazione positiva e poteva anche partire un cauto battimani che aveva il valore di un acconto, o di un prestito.
Quella sera, sulle note iniziali della canzone, svanito dalla sua mente il flash dello spettacolino porno visto in gioventù, decise lì per lì di mettersi a saltellare, salutando, per rompere con il dinamismo buffo di alcuni balzelloni scoordinati sul palco, l'atmosfera rigida e fredda di un pubblico limitato nel numero ed impaurito. La trovata non sortì alcun effetto. Allora Ubaldo cancellò per qualche momento l'idea di avere di fronte delle persone, le escluse dal suo pensiero e si buttò nella musica e in tutti i versi che aveva da ricordare e con i quali inseguire la musica stessa. Il ritorno che aveva dell'accompagnamento musicale lo galvanizzava e lo spingeva a cantare con grinta felice: mise in moto la bocca, la gola, la memoria ed i pensieri. La prima canzone era iniziata.
Raccontava di molte cose. Diceva di distanze ed elencava oggetti, goffaggini in rima secondo la tecnica dell'accumulo poetico. Vibrava per quanto poteva sui toni delle parole legate da assonanze e raggiungeva in breve tempo un arioso e quasi urlato ritornello che Mattia sottolineava con le ritmiche elaborate al computer e con sapienti svolazzi del pianoforte. Ubaldo sentiva quelle parole rimbalzare su tutti gli spigoli della bellissima sala, ed erano battute da tennis, da pallavolo. Con il microfono in mano, nelle pause, andava avanti e indietro col corpo, chinandosi verso la platea o smanacciando lo spazio con il braccio libero per sottolineare un passaggio; descriveva cerchi nell'aria e raccontava in mimica una storia diversa, slegata dal brano. Il ritornello entrava in testa a poco a poco e aveva il potere di inchiodare, o almeno così pensava Ubaldo, gli spettatori alle poltroncine. Faceva loro capire di che pasta era fatto il trovatore che avevano davanti: sensibile e colto, vigoroso ed essenziale.
La fine della prima canzone giungeva di botto; terminate le parole da cantare la musica si interrompeva negando il compromesso accondiscendente della conclusione sfumata. Il teatro piombava nel silenzio e nel buio, che però il tecnico delle luci fece scendere con un leggero ritardo rispetto al dovuto pattuito; o forse era solo un'impressione di Ubaldo. Nel buio e nel silenzio l'applauso partì. Non era niente di speciale ma era un applauso, anche se forse obbligato, strappato dalla logica innegabile della fine del pezzo.
“Non avevate proprio nient'altro da fare che venire qui a sentirmi, questa sera, merde! Applaudite convinti e rispettate il ruolo, rispettate il gioco. Cosa vi costa?”
Questo pensava Ubaldo trattenendo il respiro sui clap-clap che si disperdevano nel buio e nel troppo ampio spazio del grande teatro. Qualcuno gridò “Bravo!” ma Ubaldo riconobbe la voce di Girolamo e ne fu contrariato. La luce successiva era ferma e bianca, a differenza di quella mossa e colorata che lo aveva accompagnato nel primo canto. Adesso bisognava parlare. Rotto il ghiaccio c'era da prendere i cuori di tutti gli spettatori e guidarli, ad uno ad uno, verso un viaggio di intuizioni e di racconti, di guittate e di brevi riflessioni.
«Grazie per essere qui», disse con voce ferma, lentamente, confidenziale e sorridente il più che gli riusciva. «Grazie per aver scelto, questa sera, di non fare l'amore, chi ne avesse avuto almeno una remota intenzione. Grazie anche a quelli che, tra voi, hanno solo rimandato il momento di fare qualcosa di più bello o di più importante. Grazie per avermi preferito alla televisione, e so che dura fatica e dolore rinunciare al nulla. In alternativa io vi offro il nessuno che sono. Certo. Io sono nessuno, come già avrete capito. E vi voglio raccontare come ho iniziato, e come ho imparato, ad esserlo.»
Un leggero accompagnamento musicale di Mattia e un cambio di atmosfera suggerito dall'abbassamento e dalla trasformazione del gioco di luci sul palco. Poi Ubaldo cominciò a recitare, un po' interpretando e un po' raccontando in prima persona le vicissitudini di un tizio che vive, da solo, in un monolocale ammobiliato, senza telefono, senza indirizzo, senza targhetta sul portone o sulla porta, sconosciuto a tutto e a tutti. Ritira la posta di chi lo ha preceduto nell'occupare quell'appartamento e ne fa scempio, fingendosi lui, godendo del fatto di non avere storia nè legami, di non essere nulla più che un volto e dei passi silenziosi di notte, quando rientra a casa molto tardi, non visto e non impelagato in rapporti sociali di alcun tipo.
Il monologo era brillante. Conteneva riflessioni ironiche e slanci comici che di quando in quando ottenevano anche risatine furbe dagli spettatori. Qualche colpo di scena, qualche frase inaspettata, qualche battuta salace e molta atmosfera.
Ubaldo si sentiva bene e a suo agio. Mentre recitava, tra una pausa e un sospiro di alleggerimento, o di riempitivo, si rilassava nella frescura che il vuoto spazio del palcoscenico alternava al calore dei riflettori puntati su di lui. Provava il senso di liberazione che conosceva da quando, all'inizio della sua carriera, terminava le sue giornate in un teatrino, che per lui aveva il sapore di una saletta interna di bar, dove si può stare tra amici e parlare bene, studiarsi, ascoltarsi serenamente, tra un biliardo e un progetto dell'indomani. Si sentiva come quando si entra in una stanza fresca, dopo aver fatto la doccia, per sdraiarsi su un divano e ascoltare dischi, riandando con le idee alle rotture di palle quotidiane e appena chiuse fuori dalla porta. Lo disse, anzi. Lo disse quella sera, interrompendo la recitazione e parlando direttamente a quel pubblico.
«Guardate che la grande bellezza di essere qui, se non ci avete ancora pensato, è quella di essere chiusi e tranquilli, difesi da queste mura, reali o solo ideali. Le schifezze le abbiamo lasciate in strada. Qui non entrano, perché le sbatto io fuori a calci, se ci provano. Ci attendono fuori, lo so. Ma noi qui, senza saperlo e senza accorgercene, stiamo preparando un piano per distruggerle un poco, pezzettino dopo pezzettino. Ecco cosa fa l'omino che non è nessuno e di cui vi sto parlando.»
Poi ricominciava a recitare secondo copione. Era una sua abitudine, quella di abbandonare improvvisamente la memoria della narrazione preparata e andare avanti a braccio secondo un'intuizione che gli saltava in testa al momento. Perché Ubaldo, recitando, pensava alla sua vita e a un mare di cose; soprattutto quando conosceva bene a memoria il testo e non faceva fatica a lasciarlo e riprenderlo senza perdere il filo del discorso. I suoi spettacoli, semplici ma particolari, non si potevano mai considerare finiti; ogni sera era un'intuizione diversa a caratterizzarli, e faceva assumere direzioni impreviste al racconto, e non tollerava limitazioni.
La seconda canzone iniziava lenta per poi crescere nel ritmo e nel tono, gradatamente, seguendo un arrangiamento cadenzato e d'atmosfera, in linea con il progressivo aumento del volume di luci sul palco fino all'esplosione finale, quella degli ultimi versi, urlati disperatamente e disperatamente comici. Ma per i primi due minuti era un treno lungo e pesante che si mette in marcia da una stazione di montagna.
Ubaldo prestava grande attenzione a rispettare le battute musicali, le numerose pause, la correttezza delle entrate.  Soprattutto si sforzava di non entrare in anticipo, di non avere fretta, come gli accadeva di frequente. Piuttosto, aveva stabilito, in quel pezzo sarebbe entrato con qualche idea temporale di ritardo, per consentire a Mattia di procedere lento quanto voleva e godersi le sue elaborazioni strumentali.
Le prime frasi avanzavano verso il proscenio a fari spenti, come lo stesso attore-cantante che, pronunciandole, si approssimava lentamente agli spettatori. I riflettori sul palcoscenico, tenuti bassi, gli consentivano di osservare per la prima volta il pubblico: oramai poteva farlo tranquillamente perché il ghiaccio era rotto.
Riconobbe le facce che erano quelle di sempre. A teatro la gente è tutta uguale. Ma Ubaldo ogni volta se ne commuoveva, ed anche quella sera finì per avvertire un nodo alla gola nel fissare i volti delle persone che erano venute a sentirlo. Li amava e li amava tutti. Avrebbe voluto gridarlo, dirglielo, baciarli uno ad uno in fronte e dire loro: “Si sta scherzando. Si interpreta e si canticchia un po'. Per non morire. Accettate il gioco ed il ruolo.  Dura così poco!”
Ubaldo, ora che li guardava in faccia, provava una gratitudine probabilmente eccessiva ma genuina. Oltre le prime quattro file vuote c'erano tre giovani, che accorgendosi che Ubaldo guardava proprio loro gli sorrisero, come a confermare un'intesa ormai iniziata, piccola piccola e transitoria ma dolcissima. C'erano ancora signore e signori attempati, il bambino a cui aveva accennato Girolamo ed altre teste, altre macchie scure di capelli, altri occhi brillanti, e barbe e baffi. Li amava e li sentiva vicini. Avrebbe voluto fare qualcosa per loro, portarseli tutti via con sè. Perché, pensava, se erano venuti a sentirlo dovevano essere molto buoni. E se ora stavano ascoltando così attentamente e in silenzio dovevano essere buonissimi. Evitò di ammiccare, cantando, per non lasciarsi trascinare dall'euforia e si adoperò per mantenere il timbro della voce fermo ed asciutto, rifiutando l'esaltazione che poteva toccargli le corde vocali. Ma lanciò alcuni sorrisi lieti, con precisione, verso gli occhi di tutti quelli che erano seduti più vicino. Era come se li salutasse amichevolmente e rimandasse a dopo una conoscenza più diretta, cordiale, priva di qualunque forma di distacco.
Accadeva, purtroppo solo in rare occasioni, che qualcuno degli spettatori si fermasse, alla fine dello spettacolo, per attenderlo e fargli i complimenti di persona. Ubaldo difficilmente li lasciava andare via troppo presto. Si fermava con loro, completava la conoscenza, che fino a quel momento, cioè durante lo spettacolo, era stata solo a senso unico, e si illudeva quindi di sparpagliare sempre, qua e là in ogni paese, amicizie importanti. Sì, negli anni era anche capitato che qualcuno tornasse a sentirlo e rinnovasse il saluto, dando il via a quella che poteva anche diventare una piacevole consuetudine stagionale; ma più frequentemente quegli incontri rappresentavano un unicum irripetibile che entrava a far parte del sogno del suo modo di intendere l'attività teatrale.

*   *   *


Ubaldo sapeva però che l'attenzione che quel pubblico ora gli stava rivolgendo, era condizionata dal fatto di essere in un teatro. Ricordava infatti, come un orrore sempre presente, le serate che teneva in alcuni lunghi periodi della sua carriera all'interno di piano-bar, di locali notturni e di posti dove la gente mangia, beve e soprattutto ordina ai camerieri quello che vuole consumare. Non è stimolante cantare canzoni dai testi particolarmente costruiti e magari sottilmente comici, come quelle di Ubaldo, mentre un gruppo di giovinastri seduti ad un tavolo sotto la minuscola pedana, ordinano tre, quattro, cinque birre scure medie, alla spina, oppure parlano tutti insieme e a voce altissima nell'intento, non cattivo ma ugualmente disastroso, di sovrastare la voce del cantante e la musica degli strumenti che l'accompagnano. E Ubaldo di serate e di nottate così ne aveva passata molte, sudando e incazzandosi come un bufalo nel tentativo vano di fare arrivare le proprie parole ad una platea tanto indisciplinata. Si irritava talmente che finiva per dimenticare intere parti dei suoi testi; le voci, il chiasso, il via-vai dei camerieri e il disinteresse generale lo ferivano oltremodo. Avrebbe sinceramente preferito essere criticato e insultato per le cose che cantava e per come le cantava; gli risultava insopportabile quella chiusura ermetica degli astanti rispetto all'ascolto e avvertiva come crudele violenza di tipo infantile ed irrazionale, ma ineluttabile, la comunicazione negata. Contro tali sentimenti limpidi e radicati, nulla poteva la sostanziale educazione della gente seduta ai tavolini che, non appena si accorgeva che una canzone stava per finire, si zittiva ed applaudiva fragorosamente, ritenendo così di aver fatto in pieno il proprio dovere, prima di tornare alle discussioni di sempre.
«La gente viene qui per stare in compagnia», gli aveva detto una volta il gestore di uno di quei locali non appena Ubaldo aveva provato a lamentarsi per la cosa, «viene qui per chiacchierare di sciocchezze. Giustamente, dopo una giornata di lavoro. Non può pretendere che ascoltino lei. Certo apprezzano che in pedana ci sia qualcuno che suona e che canta qualcosa, meglio se accompagnato da una tastiera, da un pianoforte, ma a volte anche una chitarra può andare bene. Lei ha una bella voce e loro sono contenti di ascoltarla in sottofondo, come fosse una colonna sonora lontana dei loro pensieri di questa sera. D'altronde è sufficiente che consumino e che paghino la consumazione. Per il resto ricordi che io la pago ugualmente, anche se non l'ascoltano. E questo le deve bastare.»
E Ubaldo per un certo numero di anni si era adattato. Ogni sera finiva di cantare più avvilito che mai, chiedendosi che senso avesse scrivere le canzoni che scriveva se poi l'unica soddisfazione che ne ricavava era quella, a notte fonda, di ricevere dalle mani dei gestori dei locali un assegno, o centocinquantamila lire in contanti, firmare qualche carta ed uscire dicendo a se stesso: “Vabbè, dai, anche domani mangiamo”.
Una sera decise estemporaneamente di apportare una modifica alla scaletta dei brani che doveva eseguire. Insieme a lui suonava un tastierista che lo aveva seguito per alcuni mesi. Dopo quattro canzoni, nel bordello generale tipico del sabato sera, smise di cantare ma proseguì a tormentare la chitarra a casaccio, voltandosi di quando in quando verso il tastierista che sogghignava ed improvvisava a sua volta, stava al gioco con divertimento rassegnato. Ubaldo attaccò a cantare frasi senza senso, parole inventate, turpiloqui e bestemmie gratuite; il tastierista lo seguiva, rosso dal ridere. Poi accennò una strofa del “Ballo del qua-qua”, l'unica che conosceva, e proseguì sulla falsariga melodica di quella canzone inventandoci sopra di tutto, senza alcun controllo, spalleggiato dal tastierista che si adattava sia agli accordi che ai tempi musicali, ora dilatati ed ora strettissimi, così come Ubaldo li andava inventando lì per lì. Non solo nessuno se ne accorse ma, anzi, alcune persone appartenenti ad un gruppetto seduto ad un tavolino vicino alla pedana, senza smettere di parlare a voce altissima, iniziarono a tenere il tempo con il battimano, e uno di loro, un finto giovane di mezza età, dai capelli rasati e vestito di scuro, cercò lo sguardo di Ubaldo per lanciargli una strizzatina d'occhio, di approvazione, come per dirgli: “Finalmente! Questa sì che è musica!”
Il tastierista cercò di dirgli qualcosa ma Ubaldo non riusciva a sentirlo, nonostante non fossero poi così lontani.
«Eh?» Gridò. Niente. Il tastierista sembrava un pesce; sbatteva le labbra ed il suono non arrivava. Allora Ubaldo impugnò il microfono e vi gridò dentro:
«Silenzio, perdio! Non riesco a sentire quello che mi dice!»
Il frastuono del locale cessò di botto. La gente rimase con i bicchieri sollevati, con le bocche spalancate, con ai lati del mento, immobile, l'unto della maionese, del checiap, delle patatine fritte nell'antigelo per la macchina. E Ubaldo, soddisfatto:
«Dimmi.»
Il tastierista, colto di sorpresa, bofonchiò timidamente:
«No, niente... ti volevo dire che non vengo più. Non vale la pena.»
«D'accordo. Piero la prossima volta non viene più. Ve ne fotte qualcosa?»
I “no” si sprecarono, trascinati nel trambusto che riprendeva tranquillo, e Ubaldo attaccò una ballata di finto amore, in cui la donna di cui il poeta è innamorato si chiede, sul muso di lui, cosa diavolo rimanga a fare con un tipo così, che non sa fare altro che portarla a vedere il mare da Sestri Ponente (bassa) che, com'è universalmente noto, si vede quanto dal Brennero.

*   *   *


Cantava proprio questa canzone, nella sera di teatro a San Graziano, quando in platea si avvertì un tonfo sordo provenire da un lato della sala. Non era un gran rumore e nessuno si allarmò eccessivamente. Sembrava una porta sbattuta con eccessiva violenza. Ubaldo non smise di cantare ma approfittò di una pausa del canto, tra una strofa e l'altra, per dare un'occhiata; le mani a riparare la vista dai riflettori, cercò nel buio il punto da cui presumeva fosse arrivato il colpo. Siccome il pezzo che stava eseguendo lo suonava da solo con la chitarra, in piedi, una gamba appoggiata alla seggiola, decise di non lasciarsi sfuggire l'occasione per una battuta fuori scena; staccò le mani dalle corde e portandosele al viso esclamò:
«Abbiamo fatto la prima vittima. Propongo un minuto di raccoglimento per i caduti del teatro!»
La gente rise convinta e ci fu un applauso vero, spontaneo. Da dietro le quinte Girolamo si sbracciava, faceva dei segni incomprensibili. Anche questa ad Ubaldo non doveva sfuggire.
    «Il nostro direttore!» Urlò indicandolo con il braccio, ma Girolamo rimaneva rintanato dietro il sipario raccolto all'angolo del palco. «Venga, direttore», proseguì Ubaldo facendo cenno con la mano,  «venga a tranquillizzare il nostro pubblico circa l'accaduto… inventi una balla qualunque!»
Girolamo non sapeva che fare. Sorrideva un sorriso forzato e faceva segno di no con la testa, supplicando Ubaldo di non insistere, dal momento che lo vedeva convinto a chiamarlo davvero sulla scena. Poi Ubaldo sancì, imperioso:
«Colgo l'occasione fornitami da questa pausa forzata della rappresentazione per presentare ufficialmente, a quanti ancora non lo conoscessero, l'unico esemplare rimasto di impresario dal volto umano, ovvero il direttore generale del glorioso politeama nel quale possiamo vantare la nostra attuale presenza...»
    «No! No! No…!» Supplicava vanamente il direttore, nascosto, cercando di far capire qualcosa che ad Ubaldo era incomprensibile. Quello, intanto, alzava il tono e, noncurante, annunciava con comico sussiego e prosopopea ingiustificata:
«... il commendator Girolamo Abate! Un grande applauso!»
    L'applauso partì dirompente, trainato da cotanta verve fuori programma che aveva sortito l'effetto di divertire la gente. Girolamo, suo malgrado, fu costretto a fare una brevissima comparsa sul palco, salutando vergognoso mentre Mattia attaccava alla tastiera una musica trionfale che prolungò ulteriormente l'applauso. Ubaldo, ormai incontenibile, pretendeva di passare il microfono al direttore e dare vita ad un'improvvisazione senza rete, tanto l'atmosfera era ormai creata e problemi non ce n'erano più. Ma Girolamo aveva il viso tirato. Si avvicinò all'orecchio di Ubaldo e disse piano ma con triste, sconsolata fermezza:
«Non ci si metta anche lei, dottore! Non ci si metta anche lei.  Almeno lei mi dia una mano!»
    Ubaldo non capì. Provò a chiedere, mentre Girolamo cercava di scappare ancora dietro le quinte: «Cosa è successo? Cosa devo fare?»
«Vada avanti, la prego. Dia il meglio che può.»
In scaletta seguivano altre due canzoni stupide, canterellate sui semplici accordi della chitarra e condite dalla mimica semplice e buffonesca che dava modo ad Ubaldo di fortificare l'intesa già instaurata col pubblico.
    Lo spettacolo scivolò verso la conclusione del primo tempo, con altri due monologhi sostanziosi e una canzone apocalittica che parlava della fine del mondo vista attraverso gli occhi di una bambina. Una bambina che dopo aver giocato tranquilla e sola in un parco, d'estate, ritorna a casa e scopre che il respiro del mondo degli uomini, intorno a sè, si è spento nell'euforia di una televendita che ha coinvolto tutti. Il mondo intero si è fermato sulla pubblicità di una televisione privata, che propaganda in continuazione un vibromassaggiatore. Siccome tutti hanno finalmente telefonato per farsi recapitare comodamente a casa l'oggetto in questione, il mondo si è dissolto in una nube di stupidità. Una canzone manichea e violenta che Ubaldo cantava ogni volta con le lacrime agli occhi, sudando e imitando con foga satirica e terribile il movimento della fascia elastica sulle natiche per sciogliere i grassi nei punti più ostinati: i fianchi, l'interno coscia e quant'altro.
    La musica nel finale cresceva ancora, fino a diventare tormentone inquietante, ma Ubaldo era già uscito di scena; aveva dato indicazione a Girolamo di chiudere il sipario e si era proiettato in camerino per cambiarsi la camicia ed asciugarsi. Nella frenesia dei movimenti clowneschi che accompagnavano il ritornello, si era stirato un nervo della schiena. Ora si massaggiava con cadenzati lamenti la parte dolorante e respirava a fondo. Non sentiva più il freddo.

*   *   *


Girolamo gli arrivò dietro le spalle e Ubaldo, scorgendolo con la coda dell'occhio, disse tutto allegro:
«Come stiamo andando, direttore?»
Aveva bisogno di sentirsi coccolare, come aveva dimostrato di saper fare Girolamo; voleva i complimenti, ne avvertiva un'esigenza fisica, oltretutto riteneva di meritarli sinceramente. Lo spettacolo stava venendo bene. Ma Girolamo non rispose. Rimaneva dietro Ubaldo e non diceva niente. “Adesso mi dice che lo spettacolo fa schifo ed io mi butto dalla finestra”, pensò Ubaldo accendendo un mezzo toscano e voltandosi verso il direttore.
    Girolamo piangeva.
    «Smetta di fumare, dottore, la scongiuro!» Disse con voce disperata. Ubaldo spense il sigaro e aveva la faccia più interrogativa di questo mondo. Il direttore spiegò.
«Ha sentito il tonfo? Era il supporto in legno di un palchetto. Secoli di storia dello spettacolo. È  venuto giù!»
«Siamo a questi punti?» Osservò preoccupato Ubaldo. «Una ristrutturazione ci vorrebbe ma non mi pareva che il teatro cadesse a pezzi.»
    Girolamo, invasato, con gli occhi vitrei ed il volto vermiglio, sferrò un pugno contro la porta del camerino e bestemmiò tanto forte che lo sentirono anche in strada.
«Sono loro! Sono quei vasi di merda! Sono stati loro a manomettere qualcosa. Scommetto che hanno tolto dei chiodi, hanno sradicato gli infissi di legno! Ho visto il pompiere, un sacco di merda che da molti giorni mi ronza intorno. Era all'ingresso del teatro prima che incominciassimo; poi è entrato, si è guardato intorno... nasconda il sigaro, dottore, non aspettano altro, questi bastardi, che trovare la minima cosa che non va... non dobbiamo farci scoprire in difetto su niente. E poi... quell'altro, dottore, il maestro, che fuma la droga... vada a dire di piantarla. Se ci becca quel cazzo di pompiere... Vogliono farmi chiudere! È da quando ho iniziato a fare questo mestiere in un covo di stronzi come questo paese, che ci provano. In tutti i modi! Dottore, me ne hanno fatte di tutti i colori. Sapesse... Ho resistito solo grazie a mio cognato che è in Provincia. È lui che mi ha dato questa possibilità, mettendosi contro un sacco di persone. Ma lui è un uomo buono, ingenuo, non so neanche come ha fatto ad arrivare dove è arrivato. Ora, siccome non sono riusciti a metterlo sotto con mezzi legali, ci provano col sabotaggio!»
    «Girolamo!» Ubaldo tentava di calmarlo, gli accarezzava un braccio. «Lei è in uno stato pietoso. Sieda. Non gridi, ché si sente male. Perché dovrebbero fare una cosa simile? È sicuro di non esagerare? Lei si sta facendo suggestionare. E il sabotaggio... e il pompiere…! Andiamo, sembra un bambino, vede mostri dappertutto! Non la riconosco più. Lei è pacioso, accomodante, tranquillo, reso tranquillo dalla coscienza che ha di essere nel giusto. A chi vuole che interessi quello che facciamo qui in teatro? Tra tutti, noi compresi, questa sera non raggiungiamo la cinquantina. Cosa cazzo vuole che importi alla gente di un teatro e di chi si muove dentro? Tanto gli spettacoli non vengono a vederli e il cinema a luci rosse lo possono fare da molte altre parti.»
    «Non è così», proseguì più calmo il direttore, «non la faccia troppo facile. Ha visto lei dove si trova questo teatro? Siamo in pieno centro del paese. C'è un tizio, si chiama Pesenti, uno dei notabili più potenti della provincia, uno squalo da affrontare con il mitra, che ci vuole fare un supermercato. Se sono andato avanti fino a questo momento è stato anche perché potevo contare sull'opposizione dei commercianti di tutto il paese. Loro, a dire il vero, non sono dalla mia parte, del teatro non si occupano e non mi salutano nemmeno quando passo per strada, ma hanno interesse che Pesenti non raggiunga il suo obiettivo. E così ci siamo trascinati avanti per tre anni in questo modo. Pesenti offrendomi quattro soldi e poi minacciandomi in qualunque maniera, i commercianti manifestando la loro opposizione ma non muovendo un dito in mio favore ed io continuando a portare avanti una stagione teatrale senza futuro, così, per passione, per follia. Con mia moglie, pensi, non ci parliamo più da mesi. Lei vorrebbe che me ne stessi in casa tutto il giorno, a godermi una pensione di invalidità tanto infamante quanto immeritata... altri quattro soldi con i quali hanno comprato la mia voglia di vivere facendo leva sulla mia incapacità a vivere. Solo mio cognato ci ha creduto un po' nel mio fiuto artistico. È che io lo faccio per non morire. Ancora questa mattina...»
    Mattia entrò nel camerino e comprese che l'aria era elettrica.  Cercò di dire:
    «Baldo, dovremmo...»
    «Mattia, niente canne! Dopo ti spiego.»
    «Non sto fumando…» si difese quello pronto, levando le mani vuote in aria e cercando di interpretare l'insolito quadretto che aveva davanti: Girolamo abbandonato sulla sedia, con le mani sulle guance, e Ubaldo scuro in volto, in piedi davanti al direttore.
    «Cos'è, ci sono i caramba?»
    «Ancora no», brontolò Girolamo senza muoversi, «ma presto arriveranno, stia a vedere, maestro!»
    «Si sente poco bene?» Chiese Mattia ad Ubaldo, indicando Girolamo che sembrava invecchiato di vent'anni.
    «Gli fanno secco il teatro.» Informò Ubaldo.
    «Il colpo che abbiamo sentito?» Disse Mattia. «Dobbiamo continuare lo spettacolo o cosa?»
    Girolamo, sempre immobile, riprese quanto stava dicendo ad Ubaldo prima dell'arrivo di Mattia: «Questa mattina, nella cassetta della posta, ho trovato un biglietto e c'era scritto che qualunque cosa fosse successa stasera, durante lo spettacolo, mi conveniva stare zitto ed evitare grane peggiori. Io lo so che questo è l'ultimo spettacolo che si fa nel mio teatro. È da un mese che lo so, me lo hanno fatto capire in mille modi. Il fatto è che mi andava di fare un grande spettacolo, sognavo un pubblico immenso, sterminato... sono un romantico.»
«Che pubblico immenso pretendeva?» Commentò caustico Ubaldo. «Io non sono mica Vasco Rossi. A malapena mi conosce mia madre...  e, come vede, neppure lei è venuta a sentirmi, questa sera!»
    «Cosa vuole che le dica? Io vivo sempre nell'illusione che il pubblico abbia intuito, che riesca a fiutare un evento anche contro ogni logica razionale. Per me lei è un grande artista e chi è venuto questa sera se ne sta accorgendo.»
    Mattia, prosaico, commentò con un sospiro scettico ed un'alzata di sopracciglia.
    «Lei non crede?» Lo aggredì Girolamo, fuori di sè. «Sono le cartuccelle drogate che fuma che le impediscono di riconoscere l'artista nel dottor Ubaldo?»
    Mattia rispose prontamente ma in modo gentile, conservando una grande lucidità:
    «Secondo lei perché avrei fatto decine di chilometri per venire a suonare qui questa sera? Per le centomila lire che mi verranno date, sempre che qui non salti tutto? Il problema è che non credo che la gente capisca, neanche quella di questa sera. Purtroppo li conosco bene, li vedo come si comportano durante gli spettacoli, le facce che hanno, gli occhi spenti. Chi c'è non capisce e chi potrebbe capire va da altre parti. Tutto qui. Ma a me va bene così. E lo so bene che il Baldo, qui, è un artista, non creda. Ma è un artista che non serve a nessuno.»

*   *   *


Tornarono sul palco ed era tutto tranquillo, nonostante la lunga sosta nella quale era stato prolungato l'intervallo. La gente si attardava nella hall e la si sentiva chiacchierare animatamente anche da dentro il sipario chiuso. Girolamo suonò il campanello tre volte, i quasi cinquanta spettatori rientrarono in sala mentre si abbassavano lente le luci e, partita la musica, anche il sipario tornò ad aprirsi; sulla medesima scena del primo tempo ma senza la presenza del cantante-attore-narratore.
    Ubaldo infatti entrò in un secondo momento, quando già Mattia aveva impostato alcuni fraseggi di pianoforte trascinanti e li ripeteva creando il senso dell'attesa per l'ingresso dell'attore.  Comparve in scena con indosso un buffo pigiama color vinaccia, a strisce. Aveva i capelli spettinatissimi e sbadigliava orrendamente. Ai piedi due improponibili ciabatte di stoffa con la faccia di Pluto e le lunghe e strette orecchie nere pendenti, a spazzare le assi di legno del pavimento. Era uno che si alza al mattino presto e deve andare a lavorare. E non ne ha voglia. Ed ha sonno. E detesta i professionisti che si alzano quando lo ritengono assolutamente indispensabile.
    Recitando comicamente e soffermandosi con cura su ogni più piccolo gesto comico, Ubaldo si godeva i risolini sparpagliati che suscitava qua e là. Fissava gli spettatori con occhio assonnato ma severo e questo li metteva in soggezione divertita; si aspettavano di tutto, specialmente perché l'attore continuava ad avanzare in direzione del proscenio e puntava diritto verso di loro, tenendoli sotto tiro, come volesse scendere in mezzo alle poltroncine della platea per fare chissà cosa.
    Ubaldo in quel momento era più doppio che mai; da una parte l'attore, che ripete a memoria qualcosa che sa e di cui, grossomodo, conosce ogni effetto. Dall'altra l'artista preoccupato e deluso, che va incontro all'ignoto, che aspetta qualcosa e non ha molta fiducia.
    “Ridete, per favore, ridete. Fatelo davvero. Solo così possiamo ancora salvarci”, si ripeteva mentalmente, per frenare la sua voglia di interrompere tutto e scendere davvero in platea, fare accendere le luci, verificare se quello che Girolamo gli aveva detto in camerino fosse vero. Intimamente sperava fossero vaneggiamenti di un vecchio pazzo, suggestionato dal suo stesso vivere in un mondo di ombre e di sogni irrealizzabili, ricercati nei meandri di tutti gli spettacoli che proponeva in quel teatro.
    Nulla sembrava fuori posto. La gente seduta si dimostrava soddisfatta e intenzionata a seguire con piacere la seconda frazione di spettacolo, ascoltare altre canzoni strane come quelle che proponeva Ubaldo.
    Vennero quindi altre storie ed altre canzoni. Girolamo friggeva accanto al sipario tirato e guardava in terra, non seguiva più l'attore, nè la sua musica.
    Ubaldo interpretò un monologo tratto da una novella di Pirandello, la storia di un allevatore di porci che, coinvolto in un giro di sponsorizzazioni selvagge di salumi e prosciutti, finisce per essere sgozzato come maiale virtuale al posto del suino di turno. Cantò una canzone che parlava di un maiale perfettamente cosciente della propria fine, ed era un rock indiavolato, e fece molto ridere la gente, dimenticando tutto ciò che aveva ascoltato nell'intervallo dello spettacolo.

*   *   *


Ma stava cantando la storia struggente e maramalda di un guardone miope che spia, come può, le coppiette che si appartano in macchina ai bordi di una strada di collina, quando avvertì movimento in sala. Dal buio gli giungevano segnali come di qualcuno che camminasse in fretta. La gente voltò la testa, iniziò ad interrogarsi su quanto stava succedendo; Girolamo si affacciò da dietro il sipario per cercare di intuire quel movimento nell'oscurità. Qualcuno disse qualcosa di deciso a voce alta ma la musica e la voce amplificata e ricca di effetto di Ubaldo ne coprivano le parole; o almeno dal palco non si riuscivano a capire. I volti della gente erano tutti girati verso la loro sinistra. Si avvertì un ordine secco ma ancora non perfettamente percettibile fino a quando Ubaldo vide comparire sotto il palcoscenico una grossa testa rasata e una faccia spigolosa conficcate su una divisa grigio-verde. Chi la indossava stava urlando qualcosa e smanacciava facendo segno di fermare la musica.
    «Stop, cazzo! Lo spettacolo è sospeso! Avete capito? È tre ore che ve lo sto gridando, oh!»
    C'era in quell'indignazione inappuntabile qualcosa di spaventevole e fastidioso insieme. Mattia interruppe di botto la musica ad un cenno di Ubaldo che, senza voltarsi, cercava di scorgere meglio cosa diamine volesse il tale in divisa. Ne subì la violenza con l'istinto di buttarglisi addosso dal palco e colpirlo con il microfono. Qualunque cosa volesse, e per qualunque motivo, trovava irritante il modo in cui si era fatto sotto il palcoscenico. Ubaldo pensò che se fosse stato più giovane, più forte e più deciso avrebbe volentieri iniziato a prenderlo per il culo a morte, sfruttando il microfono ed il palco, che ancora gli conferivano un certo qual potere. Ma questo si può fare solo di fronte ai pubblici immensi di cui vaneggiava Girolamo, non certo di fronte a quarantasei o quarantasette persone silenziose ed allarmate. Ubaldo invece si sentiva piccolo ed inutile, in faccia alla mole di quell'uomo corpulento che per motivi importanti interrompeva la magia dello spettacolo; si sentiva come il fanciullo sorpreso dal padre severo a perdere il proprio tempo in cazzate che solo lui ritiene importanti; si sentiva quindi in colpa, come molte altre volte gli era capitato nella vita, dinanzi a persone più forti di lui, anche se non aveva fatto niente di male e niente di così assolutamente inutile da giustificare un simile trattamento nei suoi confronti.
    Il tecnico accese le luci in sala e si affacciò dalla finestrella della sua postazione per vedere quel che stava succedendo. Girolamo uscì da dietro il sipario raccolto e fulminò con gli occhi il tecnico, facendogli dei cenni come dire: “Ho capito tutto. Sei stato tu. Eri d'accordo con loro. Fai schifo”.
    Il vigile del fuoco che aveva interrotto lo spettacolo, con il tono di chi non concede repliche, parlò all'indirizzo di Girolamo con severità professionale e indignazione accusatoria.
    «Direttore, non sa che c'è stato un crollo questa sera nel suo teatro?»
    «Ma solo alcuni pezzi di legno caduti da...» balbettò Girolamo.
    «Ripeto, e non voglio sentire altre parole: direttore, sa che c'è stato un crollo e che questo locale rischia di cadere in pezzi facendo una strage, oppure non lo sa? Perché se non lo sa… glielo sto dicendo io adesso! E se lo sa dovrà rendere conto alle autorità competenti. E adesso fatemi il piacere di sbaraccare al più presto perché qui rischia di franarci tutto sulla testa!»
    Il pompiere aveva scandito le sue parole con esclamazioni stomachevoli e rimarcando beffardo, con i quasi ruggiti di chi sa il fatto suo e non sente ragioni, cose che davano brividi di paura e di rabbia insieme. La paura del potere che non conosce esitazioni e la rabbia contro il potere che non ammette opposizioni.
    La gente del pubblico, raccolta la propria roba, venti secondi dopo aver ascoltato quello che diceva il pompiere si era già dileguata, portando con sè il brusio ed il fruscio che la caratterizzano.
    Girolamo fiammeggiava. Ubaldo e Mattia rimanevano fermi al loro posto. Il pompiere aggiunse, con lo stesso tono di prima:
    «Avete dieci minuti per portare via tutto e andarvene.»
    «Io di qua non mi muovo.» Disse Girolamo con voce tremante.
    «No, lei di qua va via tra dieci minuti o con le sue gambe o portato a braccia dai carabinieri che stanno arrivando!»
    «Avete pensato proprio a tutto, sacchi di merda!» Gracchiò disperato Girolamo.
    «Attento alle parole, vecchio stronzo! Attento alle parole!  Misura le parole! Misura le parole!!»
    Aveva ripetuto quell'ordine troppe volte e con un accento troppo intollerabile. Mattia non riuscì più a trattenersi e gli gridò, canterellando:
    «Fascio del cazzo! Fascio del caaaaazzzzooo!»
    E ci mise anche uno stacchetto musicale sparato a tutto volume che rimbalzò nel teatro vuoto.
    «Stai zitto tu, tossico di merda!» Gridò il pompiere, ma la musica era più forte e Mattia non accennava a farla smettere. Ubaldo disse a Girolamo che tremava:
    «Ha ragione, direttore. E' stato proprio il tecnico delle luci.  Che vigliacco!»
    Il pompiere voleva salire sul palco per costringere Mattia ad interrompere la musica ma non sapeva da dove passare. Il dislivello era troppo alto e non riusciva a tirarsi su. Allora Ubaldo indicò a Mattia di spegnere la musica, facendo segno che adesso ci pensava lui. Disse:
    «Se fossi entrato almeno una volta in un teatro, prima di questa sera, oltre ad imparare qualcosa che ti poteva essere utile nella vita ora sapresti come fare a salire sul palco!»
    «Ma a chi cazzo parli, vagabondo? Attore! Ma che attore delle mie balle sei?»
    Ubaldo, tranquillo, afferrò la sedia sulla quale aveva fatto gran parte del suo spettacolo e la scaraventò giù dal palco, verso il pompiere, insultandolo orrendamente. Poi piovve l'asta del microfono e stava anche per piovere la chitarra ma il pompiere, vista la malparata, indietreggiò continuando a minacciare l'attore-cantante, il direttore ed il musicista asserragliati sul fortino del palcoscenico. Ubaldo adesso non aveva più paura e non si sentiva più piccolo. Avvertiva un grande bisogno di scontro fisico e si proiettò nel vuoto scavalcando con un balzo l'orlo della ribalta, subito seguito da Mattia. Il gigantesco pompiere gridava spavaldo ma i due gli erano già addosso. Si rotolarono in terra e si malmenarono per qualche secondo fino a quando in sala fecero irruzione due carabinieri accompagnati dal tecnico delle luci.

*   *   *


Ubaldo in una stazione dei carabinieri ci aveva messo piede, prima di quella notte, solo due volte: una per denunciare il furto del portafoglio e un'altra perché avevano tentato di rubargli la macchina rompendo il vetro dalla parte del passeggero. Quella notte veniva invece denunciato a piede libero per resistenza alla forza pubblica e maltrattamenti. Si sentiva un vero energumeno e ne provava piacere. Girolamo aveva avuto un collasso ed era stato portato in ospedale. A Mattia avevano trovato un pezzetto di fumo in tasca e gli avevano fatto altre storie.
«Dottore, lei è una persona di cultura, mi meraviglio del suo comportamento di questa sera. Era proprio il caso?» Aveva osservato ad un certo punto il maresciallo, e scuoteva la testa. Ad Ubaldo ricordava un preside di quando andava a scuola, inopportuno e ovvio come tutti coloro che si sentono in dovere di spiegarti che certe cose non si fanno, quali che siano i motivi per cui vengono fatte. Ma il peggio era passato. Sulle prime avevano minacciato di portarli in carcere, sia lui che Mattia, e in sostanza li tennero sulle spine fino all'alba, facendoli accomodare ora in un ufficio ora in un corridoio, sempre ben sorvegliati da qualche carabiniere.
Ubaldo ammise, sereno:
«E' vero. Un comportamento inqualificabile. Ma sa... secondo me quando ci vuole ci vuole. Poi mi assumo tutte le mie responsabilità e non chiedo altro ma... insomma...»
Il maresciallo era distratto. Teneva in mano alcuni documenti e li scorreva annoiato, come soprappensiero, senza guardare Ubaldo, il quale infatti arrestò la sua frase. Non ne poteva più di comunicazioni rifiutate.
«Dica, dica, dottore!» Incitò l'altro, al di là di una vecchia scrivania, sempre senza guardare ma fingendosi attento.
«Eh, cosa dico?! Tanto lei non mi ascolta!»
«Ascolto, ascolto… perbacco se ascolto…!»
    «Vorrei dire», riprese Ubaldo, «che non è giusto quello che è stato fatto al direttore del teatro.»
«Ma cosa è stato fatto?» Si spazientì il maresciallo, alzando la voce. «Ancora con la storia del sabotaggio?! Andiamo, chi può avere interesse a mettere mano in un teatro che cade a pezzi da solo?»
«Mi permetto di dire che il teatro non cade affatto a pezzi. Qualcuno aveva già minacciato il direttore in passato, giurando che avrebbe fatto chiudere il teatro. È molto facile trovare cavilli per negare l'agibilità ad un locale pubblico, soprattutto se antico come quello.»
Il maresciallo fu pronto:
«Certo, non c'è una sola cosa in regola in quel troiaio di teatro. Ma non c'è bisogno di sabotaggi per accorgersene. Quanto alle minacce… l'Abate doveva denunciarle. Ora sono solo parole, le sue. Potrebbe dire tutto ed il contrario di tutto ma senza riuscire a provare assolutamente niente.»
«Mi dispiace», osservò sconsolato Ubaldo, «che lei chiami troiaio un luogo importante come un teatro, antico per giunta. È la mancanza di cultura che permette...»
«Cultura, cultura!» Interuppe ruvido e beffardo il maresciallo. «Ma con chi crede di parlare? Io sono uscito con il quarantasei sessantesimi dalla maturità elettrotecnica, quindici anni fa, e a scuola mi sono sempre fatto il mazzo. Non sono mai stato rimandato. E allora erano tempi che la scuola era scuola, altro che oggi…!»
«Non mi riferivo a lei, dicevo in generale. Parlavo dell'atteggiamento della società nei confronti dell'arte…»
Il maresciallo si fece una risatona, con l’aria di compatire Ubaldo come avrebbe potuto fare nei confronti di un venditore ambulante abusivo un po’ rioncoglionito che cerca, in modo velleitario, di farsi le sue ragioni.   
«Dai, dottore, non raccontiamo balle. Quelli come lei fanno cose… cazzatine, su! Spettacoli, che non piacciono alla gente. Mica arte! Quante persone c'erano ieri sera a vedere il suo spettacolo?  Cento? Centocinquanta?»
«Magari. Non erano neanche cinquanta.» Ammise con un sorriso mesto il guitto, facendo la gioia del maresciallo. Che lo aveva comunque preso in simpatia, dal momento che lo trovava innocuo.
«E allora! Vede bene che il tipo di teatro che fa lei non ha senso? Già non ha senso ormai il teatro in genere. Trent'anni fa, magari, prima del cinema, prima della televisione... ma oggi!»
«Guardi che trent'anni fa esisteva già la televisione e il cinema c'era da un pezzo.»
«Faccio per dire... quaranta, cinquant'anni, cento, duecento!  Ma cosa conta? Io non ho visto il suo spettacolo e le porto il massimo rispetto per quello che fa, ma so in genere che cosa l'Abate proponeva nel suo locale. Erano puttanate inguardabili che neanche i vecchietti potevano apprezzare. Ma perché non usate le vostre capacità… per organizzare spettacoli per le scuole o per le comunità terapeutiche? Per gli anziani, per i tossicodipendenti, per le donne... anche per gli extracomunitari... noi, qui a San Graziano, abbiamo ad esempio una comunità di cingalesi, saranno un centinaio, che non sanno mai che cazzo fare perché non hanno la televisione e vanno in giro a combinare pasticci. Organizzate del teatro per questi elementi! Facendo cose diverse, s’intende… oppure, no, magari per quelli vanno bene anche le cose che fate voi, che importa? Così li tenete chiusi un po' da qualche parte ed evitiamo tutti dei fastidi. Io potrei anche fare arrivare degli stanziamenti dai fondi regionali, così vi aggiustate le ossa. Ascolti il mio consiglio. Nei casi che le ho detto il teatro può avere ancora un valore, può essere davvero utile. La gente normale, invece, non ci pensa neppure ad uscire di casa la sera, in una sera fredda come quella di ieri, cercare il parcheggio per la macchina e poi chiudersi in un pulciaio polveroso e cadente a sentire qualcuno che dice chissà cosa! Che canta! Le canzoni si sentono in televisione, comodamente seduti al caldo. Se ne sentono di tutti i tipi...»
«Se ne sentono di un tipo solo, maresciallo... e sono proprio tutte uguali!»
«Ebbene? Perché, lei si illude ancora di fare la rivoluzione con le canzoni? Dopo tutto quello che è successo? Abbiamo ben visto a cosa hanno portato le canzoni che volevano fare la rivoluzione. Dopo il primo momento di sorpresa non le ha ascoltate più nessuno. Mi dia retta, dottore, lasci perdere la rivoluzione, tanto non interessa più a nessuno. Ieri sera, mi ha detto, c'erano meno di cinquanta persone a sentirla... e nessuno ha pianto quando lo spettacolo è stato interrotto! Lasci perdere la rivoluzione!»
«Ma io non voglio fare la rivoluzione.» Protestò Ubaldo. «E poi cinquanta o duemila, tre milioni, un miliardo... cosa conta? L'arte è arte e non si misura a spanne!»
«Dottore!» Urlò ridendo strafottente il maresciallo. «Tra cinquantamila lire ed un miliardo c'è una bella differenza, non meni il can per l'aia!»
«Intanto io, con quello che è successo ieri sera, e grazie a chi lo ha fatto succedere, non vedrò nemmeno le cinquantamila lire. Ho lavorato gratis per poi sentirmi anche prendere in giro.»
«Perché gratis? C'è stato un incasso e lei ne avrà la sua quota.»
«Ah sì? Secondo lei con che coraggio posso presentarmi dal povero Girolamo a dire che voglio la mia percentuale sull'incasso dell'ultimo spettacolo che si è tenuto nel suo teatro prima che glielo facessero chiudere con la forza?»
«Dottore», replicò ancora il maresciallo, compiacendosi della comprensione paternalistica che riusciva ad esibire all’indirizzo di Ubaldo, «mi stia a sentire: non so che idea abbia lei dell'Abate ma noi lo conosciamo bene, bene, bene. È un vecchio pazzo con idee malsane. Da quando è in questo paese ha raffazzonato solo dei gran casini. Può ringraziare di avere dei santi in paradiso che gli hanno permesso di reggere fino a quando ha retto. Ma dopo basta, i nodi vengono al pettine. Il teatro del Basilisco aveva i giorni contati già anni fa. L'Abate lo ha rilevato grazie alle sue conoscenze ma non ne ha saputo fare niente di buono. Non ha mentalità imprenditoriale, non è competitivo. E allora ben venga il supermercato, che è sempre più utile di un teatro che non funziona. Io in un supermercato ci vado a comprare da mangiare… in un teatro, al contrario, non so cosa fare!»
«Ma anche l'arte è un cibo.»
«E ridalle con l'arte! Come fate tutto facile voialtri rivoluzionari! Due più due fa quattro, qui è il buono e qui è il cattivo. Un teatro cade a pezzi ed è colpa di qualcuno che lo vuole fare chiudere. Vi dicono di uscire da un luogo pericolante per il vostro bene, per la vostra incolumità, e voi cosa fate? Ma naturalmente picchiate, con sacrosanta ragione, chi ha cercato di salvarvi la vita. Altro che l'arte! Non sia ridicolo! L'arte è quella dei musei. L'arte è una tela di Michelangelo, una scultura di Galileo Galilei, un tempio greco...»
Ubaldo sorrise immaginando Galileo, genio indubbiamente poliedrico, piuttosto interdetto davanti ad un blocco di marmo, con il cannocchiale in mano. Capì perché, a differenza del maresciallo, lui alla maturità avesse preso solo trentasei sessantesimi.
Il maresciallo era un fiume in piena e continuava:
«... l'arte, dottore, è una cosa troppo grande anche per lei.  La lasci perdere, o almeno ne abbia rispetto. Guardi, mia moglie è architetto e cosa sia l'arte lo sa molto meglio di me e di lei messi insieme. La bellezza di una chiesa, di un monumento, al massimo anche di un palazzo ben costruito... questa è l'unica arte che si possa considerare tale!»
«Ubaldo ringraziò e confessò di avere adesso le idee molto più chiare. Non aveva più voglia di parlare, gli occhi gli si chiudevano per il sonno e voleva soltanto andarsene di là. Il maresciallo lo rassicurò dicendo che, nonostante la denuncia, tutto si sarebbe risolto per il meglio, anche per l'amico Mattia contro il quale nessuno aveva intenzione di infierire. C'era una gran fretta di mettere una pietra sull'accaduto e archiviare la storia, ingloriosa a detta di molti, del teatro del Basilisco nella gestione di Girolamo Abate. Ora bisognava andar via da quel luogo scusandosi tanto e ringraziando ancora; ringraziando per i preziosi consigli e scusandosi all'infinito per aver capito male le cose, per essere stati troppo impulsivi ed avventati e per aver voluto dar retta a chimere personali e incomprensibili. Una ragazzata, insomma, di un trio di persone che ragazzi non erano più da tempo. Stop. Fine dello spettacolo.

*   *   *


Uscendo dalla stazione dei carabinieri, Mattia ed Ubaldo trovarono la luce del giorno appena iniziato livida e crescente.
«Abbiamo fatto un grande affare con questo spettacolo.» Commentò acido Ubaldo mentre camminavano sotto i portici deserti. Mattia non rispondeva. Pensava che aveva buttato via diverse decine di migliaia di lire, tra benzina ed autostrada, che non aveva guadagnato niente, che non aveva più fumo in tasca perché glielo avevano requisito e che si portava dietro una grana giudiziaria che, per quanto non gravissima, avrebbe creato dei problemi. Ma era soddisfatto se ripensava a quando aveva stretto tra le sue mani il collo poderoso di quel pompiere insopportabile. La vita è fatta anche di sterili soddisfazioni.
Ubaldo lo accompagnò alla macchina, che Mattia aveva lasciato nel piazzale della stazione. Si salutarono sorridendo e dandosi appuntamento per la settimana successiva, quando sarebbero tornati a riprendere la strumentazione attualmente sotto sequestro con tutto il teatro. Altri soldi da buttare via, in nome della loro arte.
La mattina si annunciava fresca ed invitante e ad Ubaldo il sonno era momentaneamente passato. Non aveva voglia di volare via subito da San Graziano e si mise a girare a caso, bighellonando per le strade che si riempivano delle macchine di quelli che andavano a lavorare in città. Vide furgoncini giunti da chissà dove a scaricare merci, vide i pulmini delle scuole, vide donne piccole piccole al volante di interminabili stescionvegon o di imponenti fuoristrada o di tondeggianti espeis da nove posti, che si fermavano qua e là, accendendo le quattro frecce di emergenza, ed estraendo dagli abitacoli piccoli fagottini addormentati da portare ai nonni, da consegnare alle bebisitter, da parcheggiare in qualche luogo, male come solitamente parcheggiavano le loro ingombranti autovetture.
Ubaldo fu aggredito da una voglia incredibile di suonare e di cantare, come fosse il modo migliore per piangere quella sua lontananza dal mondo; come fosse il modo migliore per ridere di un mondo che non gli era mai riuscito di capire.
Raggiunse lo sportello automatico di un bancomat e prelevò quattrocentomila lire. Camminò a lungo alla ricerca di un negozio di strumenti musicali. Lo trovò, accanto ad un bar, ma era ancora chiuso. Apriva alle nove, venti minuti più tardi. Un cappuccino nel bar accanto ci stava proprio, con brioche ed allegria. Poi un mezzo toscano, il primo della giornata, regalato col suo fumo acre all'aria di specchio del mattino.
Si piazzò ad aspettare davanti al negozio di dischi e strumenti musicali e attraverso le sbarre della saracinesca osservò alcune chitarre appese al muro di fondo, ma non le distingueva bene, erano troppo lontane. Arrivò un giovane, inserì una chiave nella serratura che apriva automaticamente la saracinesca e spalancò la porta di vetro del negozio.
«Buongiorno», salutò Ubaldo entrando. Il giovane lo guardò e, togliendosi la giacca e sistemando alcune cose sul bancone, chiese, quasi il discorso tra loro fosse già stato iniziato:
«Ma in definitiva cos'è poi successo ieri sera?»
«Prego?» Domandò a sua volta, sorpreso, Ubaldo.
«Ero in teatro, a vedere il suo spettacolo.» Spiegò quello.
Ubaldo non potè fare a meno di chiedere:
«Le è piaciuto?»
«Gradevole.» Rispose l’altro.
«Significa che le ha fatto pena.» Informò con voce spigolosa Ubaldo, che non aveva testa di parlare.
«No», ribatté l'altro, e sembrava sincero, «la musica leggera mi piace un po' tutta e le sue proposte le ho trovate interessanti. Anzi, temevo di peggio. Certo, ci vorrebbe più… dovrebbe essere meno…» E iniziò a buttarsi in una serie di consigli non richiesti su come, a suo avviso, lo spettacolo poteva essere reso più incisivo, soprattutto dal punto di vista tecnico. Gli appunti negativi che faceva sulla rappresentazione erano rivolti proprio alle cose che prediligeva maggiormente Ubaldo. Il quale tagliò corto e disse che voleva acquistare una chitarra.
«Che tipo?»
«Del tipo che non superi le quattrocentomila lire perché ho solo quelle da spendere.»
Ubaldo uscì con una chitarrina da studio, uno strumento che emetteva un suono molto dolce, simile ad una mandola, e che aveva il grande pregio di essere maneggevole. Tornò nei pressi del teatro per recuperare la macchina e notò che le porte di accesso avevano già i sigilli, con carte e timbri incollati su ogni apertura.
Uscì dal paese e si diresse verso la campagna. Cercava un posto tranquillo e isolato, qualche stradina in mezzo ai campi, dove fermarsi, suonare un po' e vedere di dormire alcune ore. Trovò un tratturo sterrato che rasentava la ferrovia e non portava ad alcuna cascina ma collegava i quadrati sterminati di una serie di campi che nel giro di alcune settimane sarebbero stati allagati per le risaie. Fermò la macchina, scese a pisciare notando con gioia che non vedeva nessuno e non sentiva nulla, poi si chiuse nell'abitacolo, con la chitarrina appoggiata sul petto ed iniziò a lasciarsi cullare dal suono delle corde. Suonava piano piano, un arpeggio morbido, uno dei suoi soliti: pochi accordi, a volte lenti, altre volte più ritmati, tre quarti o quattro quarti, non sapeva bene. Gli servivano per ridere tra sè quando riconosceva il suono di un ritornello comico, magari di Gaber, di Jannacci, di Svampa. Poi tornava a suonarsi una ninna nanna leggera e chiudeva gli occhi e respirava forte e dondolava con il busto, avvolto su se stesso.

*   *   *


Dormì fino a mezzogiorno, sul sedile del posto di guida della sua macchina. Lo aveva lievemente reclinato e aveva messo i piedi sul cruscotto, puntandoli contro il cristallo anteriore. Si svegliò rotto e confuso; prima ancora di riprendere del tutto coscienza fu avvolto dal peso del ricordo di tutti gli avvenimenti della giornata precedente, per lui terminata solo all'alba della giornata successiva. Adesso desiderava che fosse stato tutto un brutto sogno, o una delle sue storie. La campagna lo accoglieva fredda, al suo risveglio, avvolta in uno scialle di nubi bianche ed uniformi che sfumavano i contrasti dell'orizzonte, fossero quelli dati da un capannone in lontananza, o da una fila di pioppi più vicina, o ancora da un campanile, un cascinale, un complesso di palazzine basse.
Tornò come d'istinto nel piazzale della stazione di San Graziano e chiese informazioni per raggiungere l'ospedale. Voleva approfittare dell'orario di visita per vedere cosa ne era stato di Girolamo.
Si trovava ancora in uno stanzone del pronto soccorso, probabilmente lo stesso dove lo avevano portato d'urgenza su richiesta dei carabinieri quando aveva iniziato ad accusare il malore al termine della rissa con il pompiere, alla quale Girolamo aveva partecipato tifando come un disperato per Ubaldo e Mattia.
Aveva una flebo attaccata al braccio ed appariva piuttosto abbandonato, accanto ad una parete. Ubaldo, prima di avvicinarsi a lui, voleva avere informazioni da qualcuno, un'infermiera, un medico. Ma non passava nessuno, così si fece avanti, preparato a sentirsi dire di tutto per aver violato le leggi sacrosante di quel luogo. Girolamo aveva lo sguardo fisso e piuttosto spento, appariva stanchissimo e tanto pallido in volto, e scavato, da dimostrare vent'anni di più.
«Non doveva disturbarsi, dottore.» Disse con un filo di voce, la bocca impastata.
«Scherza, direttore? Dopo il po' po' di casino che abbiamo combinato tutti insieme val la pena ritrovarsi per riderci su, una buona volta!»
«Cosa vi hanno detto?» Chiese debolmente Girolamo, manifestando una preoccupazione approssimativa, perché appariva insolitamente distante dalla vicenda.
«Ci hanno detto di tutto. Hanno detto le loro solite cose e la colpa, naturalmente, è tutta nostra. Abbiamo fatto i cattivi ma, ci hanno fatto intendere generosamente, verremo perdonati.»
Girolamo disse di avere avuto per tutta la notte un carabiniere di guardia alla porta dello stanzone. Questo gli era servito, sulle prime, per ottenere una notevole ed insperata assistenza.  Dopo però il carabiniere era scomparso e piano piano il personale e gli altri ammalati ed infortunati avevano smesso di trattarlo con riguardo. Era ancora vestito come la sera prima. La moglie era passata appena a vederlo, all'alba, gli aveva brontolato qualcosa dietro e se n'era andata. Parlavano tutti di collasso ma doveva rimanere in osservazione e attendere di fare tutta una serie di accertamenti. Chiese del teatro ma Ubaldo non volle sbilanciarsi e rimase sul vago, dicendo che in pratica non si sapeva ancora niente.
«Appena fuori», disse Girolamo mentre Ubaldo si preparava ad andarsene, «le spedisco un vaglia per il compenso pattuito.»
«Non ci pensi. Ho già comprato una chitarrina deliziosa e sono felice così. È stato comunque piacevole e di come è venuto lo spettacolo sono soddisfatto. Spero anche lei.»
Ma Girolamo si guardava intorno, roteando piano gli occhi e tenendo immobili il collo e la testa. Ubaldo mise una mano nella sua, dopo averla cercata, abbandonata come era tra le pieghe del lenzuolo, lungo un fianco.

*   *   *


Il vaglia promesso da Girolamo non arrivò mai. Ubaldo scrisse altre canzoni, Mattia le arrangiò ed insieme fecero molti spettacoli. Non erano però passati troppi anni quando Ubaldo, trovandosi in un paese poco distante da San Graziano per alcune faccende da sbrigare, decise di farci un salto.
Era un pomeriggio caldissimo di giugno e Ubaldo aveva guidato praticamente tutto il giorno. Bruciato dalla sete, gli venne in mente di sfruttare l'idea dell'utilità di un supermercato, datagli quella notte lontana dal maresciallo dei carabinieri. In fondo l'unico posto che conosceva bene e che sapeva raggiungere agevolmente in quei luoghi era il teatro, a quel punto sicuramente trasformato già in supermercato. Parcheggiò davanti alla stazione e si avviò a piedi verso il centro del paese, nell'isola pedonale, seguendo i portici fino all'ex teatro. Avvertiva già l'angoscia che gli avrebbe procurato vedere il teatro del Basilisco trasformato in un unico grande salone dalle pareti bianche e attraversato da lunghe file di bancali con prodotti bene ordinati per tipo e prezzi esposti su cartoncini plastificati colorati.
Niente di tutto questo. Il teatro era ancora lì, integro e con le stesse pareti scrostate di allora. Le bacheche in legno, poste sotto l'arco all'ingresso del cortiletto in salita, sulla via dei portici, contenevano dei manifesti colorati e lunghe file di persone entravano ed uscivano. Un enorme striscione blu appeso sopra le vetrate dell'ingresso recitava così: “MOSTRA FOTOGRAFICA DI GAE PALLOTTINI - DAL GLAMOUR SUBLIMINALE ALL'EVENTO DI UN SILENZIO POSSIBILE NELL'IMMAGINE RAVVICINATA ALLO SPASIMO - DAL 3 GIUGNO AL 21 LUGLIO - INGRESSO LIBERO - CON IL PATROCINIO DELL'ASSESS. ecc., DELLA FONDAZ. ecc., DELL'ISTIT. ecc., DELL'ASSOCIAZ.  ecc. ecc.”
Ubaldo attraversò la hall affollata come mai avrebbe saputo immaginarla. Sul bancone della biglietteria cinque ragazze in divisa promuovevano la vendita di libri ed opuscoli con riproduzioni delle opere dell'artista che esponeva. C'erano gli ingrandimenti, a cinquantamila lire l'uno, le preziosissimi stampe a tiratura limitata, i portfolio con raccolte di opere monografiche, trecentomila lire, i poster, ventimila lire, le magliette con autografo elaborato al computer, quindicimila, oggetti e gaggett vari, molte gigantografie dell'autore visto di spalle. Un ragazzo, anche lui in divisa, consegnò ad Ubaldo, smarrito, un depliant e gli disse qualcosa. Chissà cosa.
Al di là dei tendoni che immettevano in platea, la scena si presentava raccapricciante. Le poltroncine erano state sradicate dalla loro sede naturale e giacevano accatastate ai lati della sala come un inutile cumulo di traversine ferroviarie dismesse.  Davano l'impressione di essere lì da molto tempo. Il palcoscenico era stato divelto e la sala si allungava anche in quello spazio senza incontrare alcun dislivello. Non esistevano più né quinte né sipario; il fondo della scena aveva subito una mano di pittura nera e vi erano appesi ingrandimenti di fotografie. Lo spazio al centro era occupato da una miriade di pannelli neri che creavano un labirinto spaventoso ed ospitavano fotografie, o almeno così sembrava da lontano.
  Ubaldo notò che i palchetti erano ancora nell'identico stato in cui li aveva lasciati la sera dello spettacolo interrotto, malridotti e trasandati ma tutti interi. Solo uno si dimostrava offeso, privo di una parte di supporto e di decorazioni in legno, che peraltro si trovavano in terra, contro una parete, più o meno nella medesima posizione in cui li aveva visti per l'ultima volta la stessa sera che erano misteriosamente caduti, minacciando un crollo generale dell'intero stabile.
La sala era ancora più affollata della hall: la gente, pur numerosa, si aggirava tra un pannello e l'altro in religioso silenzio, commentando piano, osservando con attenzione, annuendo soddisfatta. Il capannello più folto si formava intorno ad un palchetto situato in una zona centrale, più o meno nello stesso punto in cui Ubaldo era saltato per primo addosso al pompiere la sera del fattaccio. Sul palchetto, non c'erano dubbi, si trovava l'autore della mostra, quel Gae Pallottini che firmava autografi e intratteneva amabilmente i visitatori della mostra. Era un uomo piuttosto giovane, vestito di scuro, completo di giacca e cravatta ma con sandali bianchi su calzini rossi ai piedi. Calvo, ostentava però una lunga cresta verde fosforescente riportata dalla nuca in avanti, simile al pantografo di un tram da baracconi di capodanno; sul naso aveva occhiali dalla montatura multicolore e impreziosita da leggiadre e raffinate lucette intermittenti.
Ubaldo scappò come un bambino. Corse fuori dal teatro, o da ciò che ne rimaneva; troppo, comunque. Ne rimaneva sempre troppo per i suoi gusti e per quanto poteva notare. Aveva ancora più sete e gli veniva da vomitare. Un improvviso regresso all'infanzia gli ingolfò la testa di pensieri strani, di propositi assurdi che cercava disperatamente di scacciare. Sentiva prorompergli dentro il bisogno di appoggiarsi ad un complice, di non essere solo in quella immane ed infantile sofferenza, una specie di male al ventre, un viscerale desiderio di irrazionale ribellione.
Entrò nella farmacia cianotico, in stato di confusione. A servire c'erano due uomini ed una donna. Scelse la donna ma senza guardarla in faccia e quasi gridò:
«C'è il signor Girolamo?»
Quella era spaventata. Si avvicinò uno degli uomini, che doveva essere il farmacista.
    «Desidera?»
    «No, non desidero. Avrei bisogno di parlare con il signor Girolamo, è urgente!»
La donna guardò Ubaldo con una certa pietosa tenerezza; si era accorta che non scherzava e si affrettò a dire, dolcemente:
«Io sono la moglie. Non so chi è lei e da quanto non vede mio marito ma... lui è in casa però non può parlare con nessuno. Tre anni fa una trombosi cerebrale lo ha ridotto come lo ha ridotto e adesso non parla, non cammina e non conosce…»
Ubaldo sbiancava progressivamente. Balbettò:
    «Addirittura? Un uomo così giovane e in gamba…»
    «Non conduceva una vita regolata. Beveva tanto, troppo per non essere più giovane come lui si credeva. Si è rovinato con le sue mani, non ha mai ascoltato i consigli di nessuno, tantomeno i miei.»
    «Allora... anche se chiedo al bar Moderno... alle bocce... in teatro... nessuno sa dirmi dove lo posso trovare?» E barcollò.
    Il dottore, preoccupato, uscì da dietro il bancone per sorreggere Ubaldo, il quale però si riebbe immediatamente, sorrise e indietreggiò verso la porta cercando di rassicurare i presenti.
    «Niente, niente. È che ho sete… cercavo un supermercato… sarà un po' il caldo, è arrivato presto quest'anno! Ho capito, ho capito in che stato si trova il signor Girolamo. È che non mi aspettavo di sentire... mi dispiace. Si faccia forza, signora... mi dispiace…»
Galoppò verso il teatro. Si fermò ad osservare lo spazio dove quel giorno aveva visto l'insegna “Cineteatro del Basilisco”, che ancora si leggeva ma solo per il contrasto del colore dell'intonaco, che conservava i lineamenti in chiaroscuro delle lettere in corsivo dell'insegna al neon ormai scomparsa.
    Rientrato nella sala della mostra guardò a lungo, recuperando tranquillità, le fotografie che erano esposte. Man mano si avvicinava all'autore, che pontificava con falso distacco facendosi bello ad ogni intervento. Ubaldo attese un momento in cui il capannello intorno al Pallottini si era diradato e lo avvicinò.  Disse due o tre cose a caso, tanto andava bene tutto. Quello, pavoneggiandosi, rispose a tono e chiese ad Ubaldo se era un critico. Lo era, disse. Lo era stato, e improvvisò tutta una serie di interventi fatti sproloquiando a ruota libera su una sua inesistente attività di critico d'arte, nella fattispecie della fotografia. Siccome il Pallottini aveva una vocetta chioccia ed una loquela inconcludente e spesso interrotta dall'intercalare di chi non possiede la fluidità sintattica e costante del discorso, Ubaldo non ebbe problemi a metterlo sotto e sovrastarlo, con la sua voce impostata, nel tono e negli argomenti. Disse all'incirca quanto segue:
«Noto con soddisfazione che la tirannide del colore non ha intaccato la sua opera, maestro Pallottini. Le sovrastrutture della comunicazione visiva lasciano via via il campo alla metacomunicazione dei segnali icastici a cui il suo punto di osservazione, che è negazione e affermazione del tutto, si abbandona con fecondità intuitiva. Sarebbe come dire che uno, incazzato non poco, attraverso gli anni si fa pure una ragione della logica del supermercato. Sì, perché anche un maresciallo una volta mi ha detto che un supermercato è più utile di un teatro ed io oggi stavo quasi per dargli ragione, considerato che ho molta sete e cercavo appunto un supermercato per comprare a buon prezzo un cestello di acqua minerale, magari da lasciare in macchina, che fa sempre comodo… con questo caldo improvviso, poi…!. Il problema è che successivamente, abituato all'idea del supermercato, qualcuno potrebbe incazzarsi il triplo a vedere che gli enti locali e le varie associazioni stanziano fondi per la masturbazione, la quale, in sè, è pratica gradevole per quanto attiene l'attività individuale, ma quando diventa masturbazione di massa è solo la paradossale e degenere negazione dell'orgia, dell'ammucchiata che non giunge a compimento. Allora dobbiamo scegliere, maestro: o l'ammucchiata vera, il bordello più totale, in cui tutti mangiano e bevono come porci e ne fanno di ogni genere, oppure, se masturbazione deve essere, dobbiamo assumercene le responsabilità fino in fondo e riconoscere che esistono differenti modi per masturbarsi e che tutti sono degni di eguale considerazione. Non possiamo, ad esempio, discriminare chi usa un guanto di corda a vantaggio di chi opera una modifica al buco della serratura. Perché uno sì e l'altro no? E quello che è sì, cosa ha in più di quello che è no per richiamare così tanta gente e così tanto denaro buttato nel cesso? Dov'è che ho sbagliato nella mia vita? Quale potrà mai essere l'errore, il vizio di fondo, il peccato originale di uno come Girolamo, noto asceta e compilatore di testi apologetici in mediolatino, che adesso non comunica più con il mondo perché il mondo ha rifiutato di comunicare con lui? Non so, maestro, se ha capito il riferimento; d'altronde noto con piacere che in molti suoi pezzi emerge la provocazione rivolta al tracotante degenerare della logica consumistica, o consumista, come ad esempio nell'immagine che sovrappone un codice a barre al culo di Tommy, uno dei tre porcellini, nella quale opera ho inteso vedere un eccellente richiamo al mito suburbano della rilettura biblica di alcuni passi di Ezechiele, nei quali la parabola del lupo che soffia e che tutto divora, mette con efficacia in relazione il mondo della deiezione con la dimensione fagocitativa. In ultimo non vorrei dimenticare la macchia multiforme della fotografia siglata VF 3567, in cui la citazione di un celebre codice Vaticano Latino si sposa in maniera eccellente con l'accenno al paternalismo di un vigile del fuoco prezzolato e corrotto. Ed è qui che la violenza si fa sovrana, diventa non solo simbolo del potere ma anche spinta ad una violenza che giunge dal basso, o meglio, dall'alto di un palcoscenico, di due che si sono rotti i coglioni e si buttano di sotto pronti alla pugna e di un terzo che, poveretto, muore la sua morte civile più solo e più povero di come tutti si muore soli e poveri, soprattutto senza morire del tutto. Concludo, e non la tedio più lasciandola ai suoi meritatissimi allori, con la precisazione di un parallelo che può essere facilmente istituito tra la luminosità della sua arte e la sonorità dell'acustica di questo luogo che, le ricordo, è nato per essere un teatro e con tutti gli accorgimenti tipici del mondo adatto alla scena. Lei si chiederà: cosa c'entra adesso l'acustica di questo ex teatro con la mia fotografia? Giusta domanda, è proprio uguale uguale a quella che mi ponevo io fino a qualche istante fa. Ma or ora sperimento su me stesso, e sulle mie viscere, il tratto d'unione che potrà molto facilmente appalesarci la soluzione dell'arcano; è qualcosa che non avrebbe senso senza l'acustica perfetta di questo luogo adatto alle scene e senza lo stimolo fornito gioiosamente dalle sollecitazioni della sua arte fotografica. Un'arte, mi creda, che ben lungi dal raggiungere la compiutezza delle rinomate sculture galileiane, getta le sue radici più nella pancia che nella logica. Deve sapere, maestro, che la vita randagia che io conduco, votato ad un sacrificio che nessuno mi ha chiesto e che indubbiamente non serve a nessuno ma anche non infastidisce nessuno, mi porta a trascinare i miei giorni all'insegna di un'alimentazione gravemente scorretta. Si aggiunga a questo la fermentazione gassosa eccessiva provocata dalla calura eccezionale di una giornata come la presente e le troppe emozioni negative che un uomo può subire nel giro di poche ore... ed il gioco è fatto! Ecco quindi, in esclusiva per lei, una sintesi critica di quanto ho detto, che lei vorrà considerare a guisa di chiosa e di compendio insieme dell'elaborazione analitica del mio genio interpretativo sul suo genio creativo. Attenzione!  Silenzio! Questa è l'acustica... e questo è il commento...!»
Ubaldo alzò una gamba nell'eloquente atteggiamento di chi stia per premere con il piede sul predellino dell'accensione di una vecchia moto Guzzi degli anni Sessanta. Sollevò entrambe le braccia con gli indici delle mani ben puntati contro la volta del teatro, come ad indicare la risposta che avrebbe ottenuto alla sua sonorità dalle precise architetture di quel tempio. E cavò fuori dalla sua pancia, sottoposta ad eccessivo stress, una scorreggia micidiale. Dodici secondi e quattro decimi, accordata in sol e modulata su due ottave differenti, alternate secondo le spinte del diaframma.
Poi scappò via applaudendo. Fece un giro d'onore tutto intorno alla sala, si tolse la maglietta sventolandola all'indirizzo di inesistenti spettatori che immaginava affacciati dai palchetti, e, a torso nudo, si inginocchiò sotto quel palco che non esisteva più e che aveva ascoltato una manciata delle sue canzoni e delle sue storie, in un tempo ormai lontano.
Allora tutti i presenti alla mostra iniziarono ad applaudire verso di lui, entrarono in sala anche quelli che stazionavano nella hall e fischiavano, battevano piedi e mani, gli gridavano bravo. Applaudiva perfino Gae Pallottini, forse commosso. Nel frastuono del tripudio generale, Ubaldo uscì dal teatro correndo, senza maglietta. Salutava e ringraziava tutti e si ripeteva, ormai convinto, che il maresciallo aveva proprio ragione.


Bergamo,  22/11/1998    ore 2:59



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