Vite di Vittore - ALESSANDRO MANCUSO, le canzoni, i racconti, il teatro

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Vite di Vittore

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VITE DI VITTORE



Vittore si potè chiamare veramente felice per un periodo piuttosto breve della sua esistenza. Si trattava di quel momento in cui non era più ragazzo e non era ancora uomo. Non era nulla, a dire il vero, e questo, come capita a tutti, gli procurava un certo disagio. Ma l'ansia di concludere qualcosa e di diventare qualcuno, quel qualcuno che sarebbe stato la tomba della sua soddisfazione, non gli impedì mai, all'epoca, di godersi il più possibile la piacevolezza del momento.
 Cessando la scuola iniziò a lavorare. Lavoretti saltuari, una volta qua l'altra là, a fare un po' di tutto e un po' di niente, di frequente lavori faticosi, scomodi e mal pagati. Eppure Vittore li accoglieva e li svolgeva con grande impegno, solerzia ed attenzione; rinnovava di volta in volta l'entusiasmo anche nelle situazioni più spiacevoli perché sapeva sarebbero durate poco. Vittore era capace di sopportare di tutto, sapendo che quel tutto, prima o dopo, sarebbe cessato. Fece il commesso per una tipografia, l'autista per un'anziana signora mafiosa, il garzone di un restauratore, lavorò in una tintoria e in un negozio di filati. Fu anche segretario di un'aziendina, spalatore di neve per una ferrovia privata di montagna, correttore di bozze per un giornaletto, distributore notturno di quotidiani appena stampati, venditore porta a porta di libri. E ancora accompagnatore di anziani, falegname, lettore di notiziari in una radio, facchino, baby sitter, lavascale e molte altre cose. Tutto questo nell'arco di cinque anni che annoverò tra i più gradevoli della sua esistenza.
 Non si poneva mai, al tempo, la domanda se il lavoro che svolgeva al momento gli piacesse oppure no. Sapeva che sarebbe durato poco e tanto gli bastava a prendere qualunque occupazione nel modo migliore. Diventava bravissimo a fare tutto e lasciava ottimi ricordi di sè. Spesso la gente lo elogiava, lo portava ad esempio per la sua precisione e per la sua allegria, per la semplicità che utilizzava nello svolgere ogni tipo di compito. E in ognuno era come se ci fosse nato. Conosceva gente e si rendeva amabile, visitava posti e in ciascuno di essi trovava qualcosa che lo elettrizzava, che gli andava a genio, che si faceva ricordare con gioia.
 In tutti i lavori che svolse entrò naturalmente in contatto con le persone più svariate. Penetrava le vite della gente che via via si trovava davanti e le trovava tutte straordinarie. Adorava i colleghi, le loro occupazioni, le loro famiglie, le vacanze che quelli organizzavano, i piccoli passatempi del quotidiano.
 Vittore si era costruito l'idea della vita, e di tutti i suoi meandri, come fosse un collage di passatempi; gli piacevano tutti.  Ogni tanto non comprendeva l'affannarsi di certa gente intorno ai problemi. Gli suonavano oscuri i malumori, i grattacapi, le insicurezze e tutte le miserie umane in cui si imbatteva.
 Ascoltava con piacere i colleghi quando gli raccontavano la loro vita e per ognuno di essi Vittore trovava un sogno e una collocazione precisa nelle sue memorie, come un casellario di storie che osservava dall'esterno e sulle quali volava, leggero leggero, non distaccato ma con la coscienza della fine del tutto.  Di quando in quando soffriva con qualcuno dei suoi colleghi per le storie che questi gli raccontavano. Allora avvertiva il peso angosciante di una vita di fatica, magari del suo datore di lavoro o di qualche dipendente come lui ma fisso ed assunto regolarmente.  Partecipava al fastidio di un uomo che viveva in una famiglia sbagliata, alla paura del futuro di un altro che non sapeva come tirare avanti per le troppe spese, alle ansie di un altro ancora preoccupato per un figlio somaro o per una figlia irriconoscente o magari anche solo per un mese di ferie andato male.
 Per una notte intera ascoltò la triste storia della vita di un certo Benedetti, contabile della ditta presso la quale Vittore prestava qualche settimana di servizio in sostituzione di un altro.

 Benedetti voleva fare il pittore. Astratto. Quando iniziò a dipingere, da ragazzo, il padre afferrò una delle sue tele, definendola aborto, e la gettò dalla finestra, in strada, tra l'altro nel giorno di mercato. Benedetti attese paziente di uscire di casa e di sposarsi. Appena sposato ricominciò a dipingere, anche se con entusiasmo diminuito, e dopo aver completato una decina di quadri si sentì dire dalla moglie: "O me o i quadri".  Benedetti avrebbe voluto scegliere ovviamente i quadri, perché erano una specie di suo respiro (e si sa che quando uno non può respirare difficilmente può godersi la vita coniugale) ma era un debole. Scelse la moglie aspettando che morisse. Ma poi gli dispiacque che la moglie dovesse morire per fargli riprendere l'attività di pittore e così non la riprese per trent'anni.  Scaduti i trent'anni la moglie morì ma Benedetti era ormai quasi cieco. Lo tenevano a fare il contabile in quella ditta per pietà ma in realtà lui non faceva nulla. Per accontentare gli altri, prima il padre, poi la moglie, poi i figli, aveva fatto il contabile senza diventarlo mai.
 La notte in cui ne parlò a Vittore concluse il suo racconto dicendo: "Così non sono mai diventato il pittore che volevo diventare e non sono neppure il contabile che gli altri avevano sempre sognato di vedere in me".
 Vittore trovò la storia atroce, quasi asfissiante, ma bellissima nella sua tragicità. Era la storia di una vita che a lui era dato di conoscere come in volo, il volo notturno sopra un prato del quale si intravede ogni fiore ed ogni stelo d'erba ma per fortuna non si scende a toccarli perché sono tutti avvelenati.  Belli ma avvelenati. Belli perché lontani, più in basso.  Avvelenati perché veri.
 Vittore seppe un giorno di un operaio, attraverso le parole di alcuni suoi colleghi su un altro degli innumerevoli posti di lavoro saltuari che gli erano capitati. L'operaio aveva sognato di costruirsi una casetta alle porte di Ferrara, la città nella quale era nato e dove aveva trascorso l'infanzia. L'operaio aveva una donna, una certa Alessandra Benucci, fiorentina, che sognava come lui la casetta tranquilla alle porte di Ferrara. Una piccola dimora con l'orto, stile canzonetta anni trenta. Per tutta la vita i due pensarono che la cosa fosse fattibile e sopportarono ogni destino cattivo, ogni fatica ed ogni contrarietà. Sopportarono l'emigrazione, i disagi, l'insoddisfazione del lavoro e tutte le umiliazioni a cui la vita li metteva di fronte. Ogni anno ammucchiavano un po' di denaro e un po' più di speranze e quando il denaro fu sufficiente e le speranze tantissime morirono entrambi, nel giro di pochi mesi l'uno dall'altra.

 Vittore conobbe poi padri di famiglia che riponevano tutti i loro sogni nell'affermazione dei figli. Volevano che i figli facessero tutto quello che loro non avevano potuto fare per vari motivi, ma quando i figli crescevano, loro stessi non ricordavano più che cosa avrebbero voluto fare ed era stato loro negato. E forse non speravano di fare proprio nulla ed ottennero come risultato l'infelicità loro ed anche quella dei loro figli: un miscuglio di velleità frustrate e perdute lungo le strade degli anni, infangate dal torbido del lavoro, dei Natali, dei Capodanni, delle ferie al mare.
 E Vittore passava in volo su tutte queste vite e le amava con tutto se stesso, procedendo spedito attraverso l'aria, incontro ad un nuovo lavoro, ad una nuova vita e ad altre storie.
 In un bar, nella pausa pranzo, seppe di un signore che si era ammazzato perché nessuno voleva ascoltare le sue barzellette; di un altro che aveva smesso di parlare perché tanto nessuno lo capiva; di un altro ancora che si era messo a fare il vagabondo ed era uscito rapidamente di testa: girava vestito da prete e gridava che c'era la guerra. E poi musici falliti, giocatori infortunati, atleti divenuti storpi, maghi senza poteri, sistemisti senza fortuna, innamorati cronici, medici gravemente ammalati e oratori rauchi, gente felice solo nei sogni della notte ma che però soffriva di insonnia dall'infanzia, potenziali dongiovanni senza argomenti plausibili e maratoneti con sempre troppe o troppo poche gambe. E persone astemie che cercavano inutilmente rifugio nel bicchiere, moralisti che si sarebbero fatti volentieri una canna per provare almeno una volta ancora nella loro vita a sorridere o a sentirsi euforici ma non potevano, frati che desideravano da vent'anni una donna e smesso l'abito ed appesi al chiodo i voti si scoprivano inguaribilmente impotenti; allora tornavano in convento e lì si trovavano nuovamente colti da una sete insaziabile di sesso sfrenato e demoniaco e da un priapismo doloroso e beffardo.
 Insomma Vittore volò su tutto questo passando la sua giovinezza di lavoro in lavoro e di vita in vita, entusiasta, felice, appassionato del tragico così come del comico e della naturale via di mezzo che è la serenità appagata, la cosa più difficile da raggiungere.
 Vittore non era nessuno e se la godeva un mondo.
 Poi viene il momento che il fatto di non essere nessuno e di non avere niente infastidisce e preoccupa. "Ho bisogno di punti fermi", si dice in genere. E quando lo si dice un becchino fa un passo avanti. "Voglio dare alla mia vita delle certezze", si dice in genere. E quando lo si dice il becchino alza una pala. "Così sto perdendo il mio tempo", si dice in genere. E quando lo si dice il becchino conficca la pala in un fazzoletto imprecisato e lontano di terreno cimiteriale, comunale, registrato e segnalato alle autorità competenti. "Sono stanco, ho bisogno di mettere radici", si dice in genere, anche se non si è delle piante e non si sa neppure dove sia e quale sia la terra che sentiamo veramente nostra. Ma quando lo si dice, finalmente, il primo palmo di terra è già scavato e il becchino sta preparando le nostre radici più solide, quelle un po' più vere, anche se non per questo poi molto più durature. Dureranno probabilmente almeno fino al momento della riesumazione, allo scadere del periodo di interramento; segue traslazione in colombaia, qualcuno in alto e qualcuno no; segue abbattimento cimitero per disposizioni del piano regolatore; segue costruzione centro direzionale, palazzone in vetro e cemento, sotterraneo linea metropolitana ed altre piacevolezze che non so.
 Dunque Vittore trovò finalmente il lavoro della sua vita. Gli piaceva anche ma fin dall'inizio avvertì un senso di forte disagio all'idea di non doversi più muovere da quel posto. Il disagio era accentuato dal fatto che doversi muovere da quel posto significava perdere il lavoro e quindi rimanere disoccupato e anche questa idea non lo rendeva particolarmente tranquillo.  Quando si inizia a non amare più una cosa e nemmeno il suo contrario... è veramente finita.
 Ma il lavoro fisso fece dire a Vittore: "Cosa me ne faccio se non metto su famiglia?" E mise su famiglia. Si sposò e non era entusiasta dell'idea ma sapeva anche che rimanere da solo ancora troppo a lungo non gli sarebbe piaciuto. Rimanere solo per sempre, inoltre, ormai lo terrorizzava perché cominciava ad invecchiare, anche se era ancora relativamente giovane. E poi fece dei figli, non che ne avesse una gran voglia, ma paventava terribilmente l'idea di morire senza figli.
 Tutto nella sua testa cominciò a complicarsi. Non amava veramente più nulla ma non amava neppure l'idea del contrario di tutto ciò che gli arrivava incontro. Si sentì come il naufrago che si butta da una nave in fiamme e che, non sapendo nuotare, sa già che morirà annegato. E la corrente lo porta, lo porta, lo porta insieme a tutti gli altri dove vuole lei. La corrente puttana.
 Vittore che era stato una volta Benedetti, pittore col divieto di dipingere, un'altra volta l'operaio che sogna la casetta a Ferrara e un'altra volta tutti quelli che aveva ascoltato nelle loro vite o di cui aveva sentito parlare, Vittore che volava sui lavori precari, e belli per questo, e sulle vite lontane, e belle per questo, ebbe un suo nome, una sua vita, una sua croce e ormai una sola storia da ascoltare o raccontare: la sua. Non peggiore di quella di tanti altri e neppure, naturalmente, migliore.
 Visse infelice, per questo, perché la sua vocazione era quella di rimanere in volo ad un palmo almeno dal suolo. Non fu più entusiasta del lavoro perché era quello e non sarebbe cambiato mai più. Non fu entusiasta della moglie, della famiglia, dei figli, della vecchiaia, della pensione e della sua morte perché erano tutte cose vere e cose sue, immutabili, fisse, prolungate con le proprie miserie fino al traguardo ultimo della fine.
Vittore visse nel sogno impossibile di non essere nessuno di preciso e di essere un poco di tutti. "Sarebbe comodo così, carino!" Disse qualcuno saccente. Ma Vittore non si vergognò mai di questo suo sogno impossibile. Anche lui di vita ne aveva una sola da spendere e, almeno nei sogni, credeva di poterla agghindare come meglio credeva, anche nel modo più assurdo.
 Invece prima gli tolsero i sogni, a lui come a tutti gli altri e poi, come se fosse un compenso, ma non lo era, gli tolsero la vita.
 Morì in giugno con il rammarico che qualcuno avrebbe raccontato e ricordato solo la storia della sua esistenza squallida e non le mille storie dei suoi voli leggeri, neutrali, ad un palmo dall'erba marcia di prati apparentemente belli, come apparentemente belli sono gli uomini; quei voli erano fatti per cercare di comprendere la vita degli altri. Erano i voli di uno che con una vita sola non ha mai voluto giocare.

Bergamo, 04/09/1997  ore 2:19



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